Plutarco, Apophthégmata Lakoniká – Frasi scelte

Plutarco, Apophthégmata Lakoniká – Frasi scelte

Introduzione

Nella Grecia classica, se ad Atene si visse la massima esaltazione delle capacità del discorso, della parola e dell’arte della persuasione, a Sparta, al contrario, si arrivò a determinare che una frase oracolare, sentenziosa, era sufficiente a descrivere la realtà nella sua crudezza; una maniera di comunicare libera da fiumi di estroversione e congetture, i quali risultano poco coerenti con uno stile di vita improntato al primato dell’azione.

È dunque nato dalla superiorità dell’agire sulla vuota parola il senso dell’Apoftegma (ἀπόφθεγμα). Tale lemma etimologicamente deriva dal verbo greco ἀποφθέγγομαι, ovvero “enunciare una risposta in forma definitiva”. In altre parole: l’Apoftegma è una replica verbale immediata, imprevista, che al proprio interno possiede il principio e la conclusione di una verità; una battuta sentenziosa che descrive una realtà nuda, scevra da inutili contorni, e che, per un tale carattere di profondità, risulterebbe, inoltre, di una autorità “oracolare”.

Plutarco (47 d.C – 126 d.C.), in Apophthégmata Lakoniká (Ἀποφθέγματα Λακωνικά), decise di raccogliere tutti i detti degli Spartani, convinto che questi, più di un trattato sul tema, potessero esprimere con esattezza la maniera di essere e la sensibilità degli Spartani stessi. Al riguardo, in Vita di Alessandro scrive: “Non scrivo storie, bensì vite; e gli indizi della virtù o del vizio non si trovano esclusivamente nelle azioni più famose – ma sovente un minuscolo fatto, una frase, una facezia rivelano il carattere meglio che le battaglie più sanguinose, lo schieramento di grandi eserciti, i vittoriosi assedi delle città”.

In questa sede si è deciso di selezionare alcuni delle centinaia di Apoftegmi presenti nella raccolta di Plutarco, i quali possano fungere, magari, da scorcio preparatorio ad un futura lettura privata.

Ἀποφθέγματα Λακωνικά – Frasi scelte

Agesilao

19. Mentre attraversava con il suo esercito il territorio dei Tasi, gli abitanti gli mandarono della farina, e poi oche, dolci, focacce di miele e ogni altro tipo di leccornie e di bevande prelibate. Egli accettò solo la farina e ordinò a chi aveva portato i viveri di portare via il resto, perché non serviva. Poiché quelli insistevano e volevano a tutti costi che accettasse, diede ordine di distribuire la roba fra gli Iloti e, quando gliene chiesero il motivo, rispose: “Se a uno sta a cuore la virtù, è meglio che rinunci a questi peccati di gola. Gli uomini liberi non devono correre dietro a quel che piace agli schiavi”.

24. Aveva l’abitudine di dire che un comandante deve distinguersi dai soldati semplici non per il lusso e le comodità, ma per resistenza e coraggio.

26. Quando le popolazioni greche d’Asia decisero di erigergli statue nelle città più importanti, scrisse questa risposta: “Non voglio in giro nessuna mia immagine, né dipinta, né scolpita, ne costruita”.

28. Una volta uno gli chiese fino a dove si estendevano i confini di Sparta, ed egli rispose, agitando la lancia: “Fin dove arriva questa qui”.

57. Dava l’impressione di non prestare nessuna attenzione a quelle cose che vedeva così ammirate dagli altri. Una volta, per esempio, incontrò l’attore tragico Callippide, che godeva di una fama e di una reputazione grandissima in Grecia e che era trattato ovunque con molto riguardo: l’attore prima gli andò incontro poi lo salutò (…). Alla fine gli chiese: “Non mi riconosci, re? Non hai sentito parlare di me?”. Agesilao lo sbirciò e gli disse: “Non sei Callippide, il pagliaccio?”. Questo è il termine con cui gli Spartani chiamano i mimi.

62. Quando gli fu chiesto quale virtù fosse migliore fra il coraggio e la giustizia, disse che il coraggio non serviva a niente in assenza della giustizia; d’altra parte se tutti fossero stati giusti, non ci sarebbe stato nessun bisogno del coraggio.

Agide, figlio di Archidamo

2. Quando gli fu chiesto qual era la materia più insegnata a Sparta, rispose: “L’arte di dare ordini e di riceverne”.

6. Passando sotto le mura di Corinto e vedendo che erano alte, robuste e grandissime, disse: “Chi sono le donne che abitano qui?”.

18. Quando gli fu chiesto come si faceva a restare liberi, rispose: “Disprezzando la morte”.

Anassandrida

3. Quando uno gli chiese perché gli Spartani affidavano i campi agli Iloti e non se ne occupavano personalmente, rispose: “Vedi, abbiamo conquistato tante terre proprio perché coltiviamo noi stessi, non i campi”.

Antalcida

2. A un ateniese che definiva ignoranti gli Spartani disse: “Almeno siamo i soli a non aver imparato nessuna delle vostre perversioni”.

Daminda

Quando Filippo invase il Peloponneso, un tale disse: “Gli Spartani si espongono a rischi terribili, se non verranno a patti con lui”. Ma Daminda rispose: “Donnicciola! Che cosa ci può succedere di terribile, visto che non ci importa nulla di morire?”.

Demarato

4. Nel corso di una riunione gli fu chiesto se stava zitto perché era stupido o per mancanza di argomenti; egli rispose: “Se fossi stupido, non sarei capace di stare zitto”.

Eudamida, figlio di Archidamo

1. Eudamida(…) vide Senocrate, già piuttosto anziano, impegnato in una discussione filosofica con i suoi discepoli. Chiese allora chi fosse quel vecchio, e quando uno gli disse che era un sapiente, uno di quelli che cercano le virtù, replico: “Ma quando comincerà a usarla, se la sta cercando ancora?”.

Licurgo

27. Quando alcuni cittadini gli chiesero: “In che modo potremo respingere gli attacchi dei nemici?”, diede questa risposta: “Ci riuscirete, se rimarrete poveri e se nessuno di voi vorrà essere più importante degli altri”.

Carillo

1. Sentendosi chiedere perché il codice di Licurgo fosse così esiguo, Carillo rispose: “Perché chi parla poco ha bisogno anche di poche leggi”.

4. Una volta gli venne chiesto quale fosse a suo giudizio la costituzione migliore, e rispose: “Quella che permette al maggior numero di cittadini di competere fra loro in virtù, ma senza discordie civili”.

Detti di Spartani anonimi

37. Quando gli chiesero che cosa sapesse fare, uno spartano rispose: “Essere libero”.

Gli antichi costumi degli Spartani

19. Agli Spartani non era consentito fare viaggi, perché si voleva che non fossero contagiati da costumi stranieri e da stili di vita lontani dalla loro disciplina.

20. Licurgo decise di mettere al bando i forestieri, per evitare che i visitatori fossero cattivi maestri per i cittadini.

30. Dopo aver fatto ubriacare gli Iloti, li mostravano ai ragazzi, per far loro passare la voglia di bere troppo.

40. A Sparta i ragazzi sopportano di essere frustati un giorno intero sopra l’altare di Artemide Orthia, e spesso ne muoiono; ma rimangono tranquilli e fieri, perché per loro è una vera e propria competizione, intesa a stabilire chi di essi è in grado di sopportare più colpi e per più tempo. Il vincitore gode di una grandissima considerazione; la gara prende il nome di “flagellazione” e ha luogo ogni anno.

42. (…) Ma poi le leggi di Licurgo furono del tutto accantonate, e Sparta finì per essere governata tirannicamente dai suoi cittadini, senza conservare più alcuna traccia dell’antica disciplina; alla fine, gli Spartani diventarono come tutti li altri e dovettero rassegnarsi ad una posizione subordinata, rinunciando alla loro indipendenza e alla gloria di un tempo; ai giorni nostri, sono soggetti al governo romano, come gli altri Greci.

Detti di Spartane anonime

24. Quando chiesero a una ragazza povera quale dote poteva offrire a un marito, essa rispose: “La virtù che mi hanno insegnato in famiglia”

27. Una spartana fu messa in vendita, e le fu chiesto che cosa sapeva fare; rispose: “Essere fedele”.

Bibliografia

Plutarco, Le virtù di Sparta, Adelphi Edizioni, 1996, Milano.