L’utopia della Rivoluzione

L’utopia della Rivoluzione

Da tempo, in Italia, si avverte il soffocante vento della crisi. Lo percepiamo e lo subiamo nella nostra quotidianità, nelle diminuzioni dei consumi, nella precarietà del lavoro. Il mix è ormai esplosivo: conviviamo con una crescente rabbia sociale dovuta ad una congiuntura economica senza precedenti. La disoccupazione giovanile e non è schizzata alle stelle. Il sistema pensionistico, con i conti in rosso, è prossimo al collasso. L’immigrazione ha fatto affiorare tensioni rimaste per anni sotto traccia. Le categorie sociali più deboli sono asfissiate da una pressione fiscale utile ad alimentare sperperi, corruzione, privilegi e salvataggi a istituti di credito. L’impoverimento dei ceti medi e delle classi popolari ha prodotto un esercito di nuovi poveri. Centinaia di imprese continuano a chiudere per via della crisi. Subiamo una casta politica illegittima, autoreferenziale, trincerata a difesa dei suoi privilegi, che vive beata tra fasti e magnificenze. Ci sono, poi, i risentimenti ideologici, i nuovi venti di antipolitica, e un dissenso tangibile un po’ ovunque. La nostra Patria, oggi, è derisa, insultata, vilipesa e desovranizzata.

Ma, allora, perché in Italia non scoppia la Rivoluzione?

Me lo chiedo da tempo, e a stento sono riuscito a trovare una risposta che riesca a soddisfarmi. Tuttavia, di ragioni oggettive ce ne sono tante e diverse.

Un primo dato che risalta immediatamente, come elemento primario nella coscienza comune, risiede in un semplice concetto: nonostante la crisi abbia colpito gravemente il paese, molti Italiani possono, ancora, contare su un tenore di vita sufficientemente dignitoso. Viene da pensare che molti di noi abbiano ancora parecchio “da perdere”.

Bisogna essere realisti: una delle condizioni indispensabili per porre in essere una rivoluzione è avere la pancia vuota. In Italia, tantissime persone vivono in condizione di deprivazione totale, ma, al tempo stesso, non possiedono speranze a cui aggrapparsi, non vedono alcuna figura carismatica che si possa ergere a guida e, soprattutto, non individuano un’idea rivoluzionaria che possa portare ad un vero cambiamento (non necessariamente una rivoluzione armata e aggressiva, ma, altresì, una rivoluzione di pensiero, di coscienza, di cultura). Non solo, oggigiorno viviamo in un contesto sociale totalmente incentrato sull’individuo a scapito della comunità. Che la nostra società sia tendenzialmente individualista è un fatto ormai acclarato: siamo disposti ad innalzare le “barricate” solamente quando vengono intaccati interessi personali o di categoria. L’inevitabile risultato è un popolo poco o per nulla orientato a quel tanto agognato modello associativo e fortemente incline alla frammentazione. Mass media e politici hanno utilizzato “egregiamente” lo strumento del divide et impera, innescando, di fatto, pseudo-dicotomie funzionali all’operato di chi ha interesse nel distrarre le già stordite masse, da sempre avvezze a soggiacere a quel dominio dispotico mascherato grossolanamente da democrazia. In questa endemica confusione, non si contrappongono due fazioni. Al contrario, siamo frammentati in una miriade di movimenti, partiti, club, gruppuscoli in continua guerra tra loro. Ed è così che siamo stati strumentalizzati dal potere, siamo divenuti parte integrante di quella bugiarda logica della “destra” e della “sinistra”, siamo caduti nell’inganno degli stereotipi ideologici, siamo finiti, a piè pari, nella gabbia del “pensiero unico”, imposto da chi, dall’alto, ha messo in moto questo teatrino.

C’è, poi, un’altra importante incognita che svuota qualsiasi rivoluzione della sua massima essenza. La rivolta, allo stato attuale, non può trovare terreno fertile perché non esiste un reale, univoco obiettivo contro il quale scagliarsi. Se nell’Italia del Dopoguerra si percepiva in maniera marcata un contrasto tra lavoratori e datori di lavoro, cioè tra due soggetti ben individuati, oggi chi potrebbe incarnare il volto del “malvagio” nel nostro immaginario collettivo? I politici corrotti e incompetenti, gli immigrati prepotenti, i banchieri usurai o, magari, i tecnocrati dispotici? Chi sono gli artefici di questo caos?  Il centro di potere del terzo millennio è distante, anonimo, celato da una coltre nera che ne nasconde le fattezze. Il vero nemico non ha volto: è oscuro, ambiguo. Non vi è alcun un palazzo raggiungibile dalla rabbia e dalla protesta delle masse.

Un ulteriore elemento, infine, risiede nell’invecchiamento anagrafico della popolazione: l’Italia è ultima nell’Unione Europea per quanto concerne il numero di nascite e l’età media si aggira attorno ai 45 anni. Questo significa che siamo al cospetto di una popolazione sempre più anziana, inadatta allo “scontro” e subalterna alle tutele assistenzialistiche erogate dallo Stato. Pensionati, esodati, disoccupati, dipendenti statali; intere categorie sociali che ripongono nello Stato fiducia e speranza di sopravvivenza sono indotte, per scelta o per necessità, ad essere “complici” di un sistema che genera miseria. E se i “vecchi”, consci dei loro limiti, decidono di abbandonare qualsiasi velleità di lotta sociale, le nuove generazioni difficilmente faranno la rivoluzione in Italia. Molto più agevolmente, prenderanno atto che non sussiste alcun margine di miglioramento per il futuro e che una separazione definitiva dalla propria Patria sia la soluzione preferibile. E non è un caso se, nel decennio 2006-2016, gli italiani espatriati abbiano raggiunto quasi quota 900mila.

È altamente improbabile che, in un simile contesto, possa innescarsi una rivoluzione. D’altro canto non siamo pronti, né tanto meno motivati. Non ci manca il pane, e a ben vedere nemmeno lo smartphone.   

Potremmo sintetizzare il senso di queste considerazioni osservando che gli italiani, in tutta la loro lunga storia, non hanno mai fatto rivoluzioni (eccezion fatta per il Fascismo). Siamo un popolo storicamente “apatico”, soprattutto nei moti rivoluzionari.

La nostra storia ha ormai definito la vera indole del popolo italico, il quale ha sempre preferito salire sul ben più confortevole ed “appagante” carro dei vincitori, senza curarsi minimamente di valori, principi o idee. Fa parte della “cultura” italiana. Ognuno lo fa come può. Tutto quello in cui crediamo può svanire artificiosamente in un istante.

E che l’Italia non fosse incline alla Rivoluzione emerse, in maniera netta, già durante la caduta del Fascismo, quando un intero popolo decretò di delegittimare il proprio regime politico solamente dopo aver avuto la certezza di poter sputare, impunemente, sul cadavere dell’uomo che, fino a pochi mesi prima, aveva acclamato ed idolatrato alla stregua di una divinità.

Questo è quello che gli italiani sanno fare. Il resto è miraggio e fantasia, o, peggio ancora, illusione.