La plenitudo potestatis del Papa: Gregorio VII, Innocenzo III e Bonifacio VIII.

La plenitudo potestatis del Papa: Gregorio VII, Innocenzo III e Bonifacio VIII.

La dottrina della plenitudo potestatis, cioè la pienezza del potere, spirituale e temporale, del Vescovo di Roma, del Pater Patrum, su tutta la Chiesa fu dichiarata in modo chiaro ed inequivocabile dai Pontefici Innocenzo III (1161-1216), con l’Epistola Sicut universitatis conditor del 30 ottobre 1198, e Bonifacio VIII (1230-1303), con la Bolla Unam Sanctam Ecclesiae del 18 novembre 1302.

Prima di addentrarci nello specifico, è doveroso delineare il contesto storico in cui il Pontefice Romano riveste un ruolo centrale nella società tra il cento e il duecento del secondo millennio dopo Cristo. Il Papato è presente in tutte le grandi questioni che attraversano la società di quel tempo, dalla creazione degli ordini mendicanti al consolidamento della legislazione canonica, dalla riforma della curia romana alla politica di pacificazione tra i regni e alla soluzione di problemi di successione dinastica del potere regale, dalla lotta contro le eresie al rafforzamento dei movimenti femminili e all’azione diplomatica ad ampio raggio con i mongoli, i principi islamici e così via. Anche l’indizione della Crociata richiama la missione della Chiesa militante, di cui il Pontefice è il condottiero; come Noè, la guida nelle traversate burrascose del mondo, incitando alla vigilanza assidua, fino a condurla al porto sicuro della salvezza eterna, dove troverà la vittoria finale e la regalità piena.

Nella Sicut universitatis splendor,  il Papa esprime in modo chiaro ed inequivocabile la teoria del Sole e della Luna in riferimento al «potere pontificio» e all’«autorità regia», l’Imperatore, che, in analogia ai grandi luminari naturali, il Sole e la Luna, sono posti «nel firmamento della Chiesa universale».

Queste due «dignità» sono investite di un’autorità che le contraddistingue nettamente e nitidamente ma, allo stesso tempo, le unifica nel conseguimento di un unico scopo: «la maggiore a presiedere (per così dire) ai giorni, cioè alle anime, e la minore a presiedere alle notti, cioè ai corpi». L’amore del prossimo in Dio, nell’anima e nel corpo. Nella diversità dei campi di azione, si scorge l’unità del fine a cui sono preposte. Ma come si può ben notare, la diversità non implica la parità di dignità e di conseguenza di azione, con forti implicazioni morali e, di riflesso, giuridiche.

La visione tradizionale della realtà è ispirata al concetto di ordine, che e implica una disposizione gerarchica che esige una interconnessione tra i vari livelli che la costituiscono e la definiscono, e a quello di subordinazione, che permette agli stessi di svolgere, con un grado di autonomia relativo, in modo sempre più perfetto, il fine loro proprio, anch’esso relativo, perché in funzione di un altro a lui superiore. Il fine relativo proprio è perfetto in sé e, quindi, relativamente a quell’oggetto, ma non può esserlo in modo assoluto nell’ordine generale delle cose, in quanto è subordinato all’azione di un oggetto superiore e quindi è perfezionabile dal fine di tale oggetto, a lui medesimo superiore. Questo vale anche per le due massime autorità che sono sulla terra:

«Così, come la luna riceve la sua luce dal sole e per tale ragione è inferiore a lui per quantità e qualità, dimensione ed e effetti, similmente il potere regio deriva dall’autorità papale lo splendore della propria dignità e quanto più è con essa a contatto, di tanto maggior luce si adorna, e quanto più ne è distante tanta meno acquista in splendore».

A seguire, il Pontefice colloca l’azione di entrambe le autorità nel contesto universale, ma con particolare riguardo per l’Italia, «dove furono poste le fondamenta della religione cristiana e dove l’eccellenza del sacerdozio e della dignità si esalta con la supremazia della Santa Sede». Interessante notare come, nel suo scritto, Innocenzo III adoperi la parola «provincia» ad indicare i regni temporali, considerandoli un tutt’uno con l’impero spirituale di Dio sulla terra mediante la parte militante della Sua Chiesa.

In modo ancora mirabile, dottrinalmente e spiritualmente, la Bolla Unam Sanctam, nella quale si definisce magisterialmente il primato del Romano Pontefice su tutta la Chiesa, Bonifacio VIII espone la teoria delle due spade, altro modo di chiamare la teoria del Sole e della Luna, secondo la quale intercorre un rapporto di dipendenza della spada temporale da quella spirituale:

«Quindi ambedue sono in potere della Chiesa, la spada spirituale e quella materiale; una invero deve essere impugnata per la Chiesa, l’altra dalla Chiesa; la seconda dal clero, la prima dalla mano di re o cavalieri, ma secondo il comando e la condiscendenza del clero, perché è necessario che una spada dipenda dall’altra e che l’autorità temporale sia soggetta a quella spirituale».

A questo punto, citando San Paolo Apostolo (cfr. Rm 13,1-2) e San Dionigi, il Pontefice argomenta la superiorità dell’autorità pontificia sulle altre con l’esistenza di una provenienza e una disposizione divine, che non permettono un accesso diretto da parte del potere secolare alla salvezza eterna. Esso necessita, perciò, della mediazione di un altro potere ad esso ontologicamente superiore: «dunque le cose non sono ricondotte al loro ordine alla pari immediatamente, secondo la legge dell’universo, ma le infime attraverso le intermedie e le inferiori attraverso le superiori». E ancora: «ma è necessario che chiaramente affermiamo che il potere spirituale è superiore ad ogni potere terreno in dignità e nobiltà, come le cose spirituali sono superiori a quelle temporali»

La diversa natura di entrambe le autorità non è da inserirsi in un rapporto di assoluta separazione, né di contrasto; al contrario, queste sono viste come componenti di un medesimo organismo, il Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa, con la superiorità spirituale sul governo temporale; la visione unitaria ricercata in virtù di quella sintesi che comprenda tutte le cose per rivolgerle a Dio:

«Noi sappiamo dalle parole del Vangelo che in questa Chiesa e nel suo potere ci sono due spade […], perché, quando gli Apostoli dissero: “Ecco qui due spade” (nda Lc 22,38), il Signore non rispose che erano troppe, ma che erano sufficienti».

La Christianitas, dunque, è quell’organismo, quella società che, dotata di anima, la Chiesa, e di corpo, il potere temporale, conduce il corpo degli uomini a vivere la vita terrena in modo dignitoso, seppure nella fatica e nella sofferenza, tale da agevolare la loro anima nella crescita virtuosa e nella perfezione cristiana.

Come non trovare argomentazioni razionali per dimostrare un dato di fede rivelato in forma diretta dallo stesso Gesù Cristo Nostro Signore, quando consegna le chiavi del Regno a San Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19) e ancora quando, presentandogli due spade, rispose ai discepoli che bastavano (cfr. Lc 22,38)? Perché non vedere la visione della società, con le sue relazioni regolate e disciplinate dalle istituzioni politiche, giuridiche e militari, come il riflesso dell’anima dell’uomo, con le sue facoltà razionali che, interconnesse tra loro in un rapporto gerarchico, non egualitario, agevolano ad una vita virtuosa?

La società medievale eredita da quella antica questa visione dinamica, organica, viva della sua realtà. Nel libro IV della Repubblica, Platone parla delle presenza di tre facoltà nell’anima: razionale, concupiscibile e irascibile, le quali insieme, ma gerarchicamente, operano per condurre l’uomo a vivere nella giustizia. L’uomo è giusto quando la facoltà razionale, sostenuta da quella irascibile, governa la concupiscibile. Già nel libro II della medesima opera, è stabilita l’identificazione della giustizia dell’uomo con quella della polis. La corrispondenza dell’anima con la struttura statale è così definita individuando anche in essa tre gruppi o classi: i governanti, i guardiani e i lavoratori. Come a ogni facoltà dell’anima, anche alle classi dello Stato sono preposte delle virtù: la sapienza per i governanti, il coraggio per i guardiani e la temperanza per i lavoratori (quest’ultima presente anche nelle altre due in forma generale). Quest’ultima è deputata a controllare i piaceri e gli appetiti e agevola l’azione armonica delle altre virtù, e quindi di tutte le classi, oltre a quella dei lavoratori.

La parte razionale, quella dei governanti, è quella che predomina in quanto, dotata della sapienza e supportata dalla temperanza e dai guardiani, conduce lo Stato e se stessa alla giustizia.

San Tommaso d’Aquino, sulla scia di Aristotele, analizzando la virtù della prudenza con un’ampia trattazione, in quanto «auriga virtutum» (II Sent., d. 41, q. 1, a. 1, ob. 3), fa un parallelo tra l’anima e il governo dello Stato: essa è la massima tra le virtù morali, cioè dell’agire umano, come la sapienza lo è per le virtù speculative (Platone vede la sapienza anche nell’agire, includendo la prudenza). Infatti, come la prudenza morale e quella economica hanno di mira, rispettivamente, la condotta personale e quella familiare, il modo di usare i mezzi perché l’uomo raggiunga la perfetta felicità, la pace beata, così la prudenza politica o regale ha come scopo il bene comune, la felicità di tutti (cfr. S. Th. II-II. q. 47. a. 10). Soprattutto la classe politica richiede di essere guidata dalla prudenza, oltre che dalla sapienza, nell’esercizio della funzione legislativa.

Come la sapienza umana è la virtù speculativa, acquisita o naturale, necessaria all’uomo per governare se stesso e gli altri, quanto più la Sapienza di Dio, rivelata in Gesù Cristo, perfeziona tale governo orientandolo a Dio stesso, mediante i doni soprannaturali della Sapienza e del Consiglio (la virtù della prudenza corrisponde quest’ultimo dono).

Ogni governante terreno o secolare che sia cristiano appartiene al Corpo Mistico di Cristo e, come tale, è tenuto all’ obbedienza verso il Sommo Pontefice e ai vescovi  e all’osservanza dei precetti e della disciplina della Chiesa, nonché della morale cristiana in ogni suo ambito, che, oltre a garantire la propria salvezza eterna, consente ai propri sudditi/cittadini di vivere dignitosamente grazie alla giusta distribuzione della ricchezza per il conseguimento del bene comune, e, di conseguenza, di provvedere al progresso morale e spirituale della nazione/regno, lasciando operare in piena libertà e senza alcun vincolo la Chiesa docente o ministeriale quale unica dispensatrice dei mezzi della Grazia e, come depositaria della vera fede, maestra di morale. Infatti, solo il Magistero infallibile del Papa, ordinario e straordinario, può pronunciarsi in materia di fede e di morale.

Ecco quindi spiegata la sottomissione del potere temporale e, più in generale, di ogni cristiano a quello spirituale, in virtù della morale cristiana, perfetta in sé stessa in quanto proveniente da Dio, e che la Chiesa custodisce e trasmette insieme alla fede:

«Il potere spirituale ha il compito di istituire il potere terreno e, se non si dimostrasse buono, di giudicarlo. […] Perciò se il potere terreno erra, sarà giudicato da quello spirituale; se il potere spirituale inferiore sbaglia, sarà giudicato dal superiore; ma se erra il supremo potere spirituale, questo potrà essere giudicato solamente da Dio e non dagli uomini; del che fa testimonianza l’Apostolo: “L’uomo spirituale giudica tutte le cose; ma egli stesso non è giudicato da alcun uomo” (nda 1 Cor 2,15), perché questa autorità, benché data agli uomini ed esercitata dagli uomini, non è umana, ma senz’altra divina, essendo stata data a Pietro per bocca di Dio e resa inconcussa come roccia per lui ed i suoi successori, in colui che egli confessò, poiché il Signore disse allo stesso Pietro: “Qualunque cosa tu legherai…”. Perciò chiunque si oppone a questo potere istituito da Dio, si oppone ai comandi di Dio, a meno che non pretenda, come i Manichei, che ci sono due principi; il che noi affermiamo falso ed eretico, poiché (come dice Mosè non nei principi, ma “nel principio” Dio creò il cielo e la terra. Quindi noi dichiariamo, stabiliamo, definiamo ed affermiamo che è assolutamente necessario per la salvezza di ogni creatura umana che essa sia sottomessa al Pontefice di Roma».

La bolla di Bonifacio VIII, dal punto di vista magisteriale, rappresenta il coronamento della definizione solenne sulla natura e sulla relazione dei poteri spirituale e temporale (imperiale), a differenza dell’epistola Sicut universitatis conditor, di Innocenzo III, che non ha lo stesso valore magisteriale della bolla.

Questo coronamento è il frutto di un percorso iniziato nel IX secolo, quando, nel conferimento delle dignità ecclesiastiche del vescovo e dell’abate, l’azione del potere temporale, sia locale che imperiale, si fece sempre più preponderante. Il Papa, che per primo espresse canonicamente il ruolo temporale, oltre che spirituale, nei confronti del potere secolare, fu Gregorio VII (1010/1020-1085) nel Dictatus Papae (DP), una raccolta di ventisette proposizioni o assiomi cardini della riforma della Chiesa voluta da lui stesso, ritrovata fra due lettere datate 1075. Le proposizioni enunciano la superiorità dell’autorità pontificia (DP II), l’uso esclusivo delle insegne imperiali (DP VIII), il potere di deporre gli imperatori (DP XII, XVIII), lo svincolo dal giudizio altrui (DP XIX), il potere di giudicare le cause dei vassalli (DP XXIV) con tutela degli appellanti alla Sede Apostolica (DP XX) e lo scioglimento dal giuramento di fedeltà dei sudditi (DP XXVII).

Sarebbe interessante approfondire, inoltre, la realtà del fascismo e, in particolare, la figura di Benito Mussolini, nella sua applicazione pratica, a livello sociale, di molti dei valori appartenenti alla dottrina sociale della Chiesa.

L’unità e l’ordine armonioso, che hanno regnato nel Medioevo, anche in presenza di tensioni, sono stati il risultato di una visione ilemorfica e, allo stesso tempo, platonica della società, sistemi filosofici nei quali il cristianesimo ha trovato il fondamento razionale anche politico, oltre che filosofico e teologico, e un orientamento morale nell’agire pratico, tutti tesi alla felicità di un popolo e al raggiungimento del Regno Celeste.