Il mondialismo è la fine dei Luoghi

Il mondialismo è la fine dei Luoghi

Da sempre, i luoghi non sono tutti uguali. Così come le persone, ogni terra si è sempre contraddistinta per caratteristiche uniche e peculiari. Luoghi di passaggio, luoghi dell’ignoto, luoghi della fede. Centri spirituali e luoghi per il vivere comune, che spesso – a loro volta – sorgevano attorno a fulcri di spiritualità, come onde concentriche generate da un sasso caduto nel profondo.

Così, quello che i moderni astrofisici stanno “scoprendo” oggi rispetto alle grandezze cosmiche era già ben noto alle civiltà tradizionali relativamente ai luoghi dell’uomo: lo spazio non è uniforme, non è qualificabile o quantificabile con definizioni standard, non può essere pesato “un tanto al chilo”.

In questa direzione, con particolare riferimento alle stirpi indoeuropee, allo spazio – come alle persone e alle cose – erano applicabili distinzioni gerarchiche: vi erano le sedi remote delle civiltà, dimore eccelse dei primi Iperborei, luoghi spirituali per eccellenza; vi erano spazi sacri immersi nella natura (ad esempio, il lucus latino) o calati nella vita delle comunità; vi erano, ancora distinti, i luoghi del lavoro e del riposo, e attorno – infine – dominavano le terre selvagge ed ignote, recesso delle popolazioni e delle creature di ordine inferiore.

E così, ogni città, ogni contrada e ogni luogo aveva il proprio genio, rappresentativo delle proprie specifiche peculiarità e virtù. Al Genius loci, sive mas sive foemina, i Romani prestavano la massima attenzione in termini di devozione e di offerte propiziatorie.

Anche il Cristianesimo, custode della Tradizione millenaria europea, ha serbato immutata la cura per la specifica natura e collocazione gerarchica dei luoghi.

Anzitutto, vi erano i Luoghi Santi, fulcro in terra della spiritualità. Gerusalemme terrena come specchio della Gerusalemme celeste, ma non solo. Una distesa di centri spirituali maggiori e minori, come stelle sul nero tappeto del mondo. Abbazie, templi, romitori, sorgenti, fraternità locali, in una compenetrazione organica del tessuto terreno.

Essenziale, per la conservazione dei centri della Tradizione spirituale, è stata la c.d. stabilitas loci, concetto esattamente opposto a “intercambiabilità” e segno tangibile di fermezza e di continuità sacrale: in altre parole, riconoscimento nei secoli, all’interno della nostra civiltà, delle peculiarità e delle specifiche virtù dei luoghi eletti per le manifestazioni e la coltura del Sacro.

In questa accezione, per citare il caso più emblematico, Roma ha sempre avuto una collocazione peculiare. Tranne sporadiche eccezioni, peraltro sempre percepite come tali e come inevitabilmente transitorie, la Città Eterna – per naturale vocazione – si è fatta sede del Pontefice, vicario di Cristo in terra.
Nei secoli, così, Roma ha assommato in sé il carattere di centro di propagazione della civiltà latina e di fulcro della Cristianità. E su questo secondo aspetto occorre soffermarsi.

Il “centro”, come è ovvio, si distingue dalla “periferia” per la propria superiore funzione. Il moto è inevitabilmente centripeto, le direttrici del movimento sono condizionate dal maggior peso del fulcro rispetto a ciò che ad esso orbita attorno. Forza di gravità naturale che si manifesta anche rispetto alla dimensione del sacro.

Così, ad esempio, il pellegrinaggio dei fedeli a Roma – o verso altri centri della Cristianità – trovava una ragione giustificativa nelle caratteristiche peculiari di tali centri: sede delle Autorità spirituali, luoghi di maggiore vicinanza al divino, e così via.

Era perfettamente naturale, quindi, che “tutte le strade portassero a Roma” e che il pellegrinaggio assumesse il valore di un viaggio non soltanto materiale, ma anche e soprattutto spirituale: l’ascesi del fedele da un luogo “comune” ad un luogo superiore, dalla dimensione del vivere quotidiano a quella della vicinanza alla Divinità.

Si tratta di concetti che, tuttavia, sono completamente misconosciuti dalla concezione livellatrice oggi imperante. Una concezione che, purtroppo, penetra con sorprendente facilità anche all’interno di quelle gerarchie che, invece, dovrebbero ergersi come nemiche implacabili del livellamento e della barbarie.

Non stupisce, così, che venga sponsorizzato come un fattore positivo il totale superamento delle differenze intrinseche fra luogo e luogo.
Roma, così, vale come l’ultima delle periferie al confine del mondo, le città si vanno assomigliando sempre di più, i medesimi fast-food dominano di un medesimo grigiore tutti i continenti, le distanze si annullano, e così via, in un vorticare vertiginoso che lascia sgomento chi si fermi un attimo a riflettere sulle sue conseguenze più profonde.

Perdere il centro significa perdere l’equilibrio del mondo. Senza un fulcro, la nostra realtà si riduce ad un tutto indifferenziato. Fiorisce come una pianta invasiva, così, la pseudo-cultura del mondialismo, ove Bangkok può essere Parigi, Los Angeles la Baviera, Shangai Venezia, e gli uomini e le donne di ogni terra essere come semi sparsi senza criterio, fra fabbriche e discoteche, ospedali e prigioni.

La cultura della quantità – tante città, tante persone, tanti oggetti – è nemica della cultura della Qualità. Mantenere ferme le differenze fra i luoghi, dunque, significa opporre un rifiuto alla barbarie livellatrice.

E la lotta non si traduce soltanto in opposizioni eclatanti, come far sì che non sorgano moschee a San Pietro: la battaglia è calata nel tessuto quotidiano, di quartiere in quartiere, di comunità in comunità. Non vi è supermercato cinese che possa attecchire in un borgo storico, non vi è sala giochi che possa sorgere accanto a un museo.

Differenziazione è sinonimo di responsabilità, perché fra luoghi diversi non ci si può ingannare né nascondere, ma è anche sinonimo di libertà. Quella libertà che il Nemico ci vuole mostrare in un centro commerciale ma che noi, invece, troveremo in un colonnato antico accarezzato dal vento.