Riforma costituzionale: si scrive Renzi, si legge JP Morgan

Riforma costituzionale: si scrive Renzi, si legge JP Morgan

Il referendum costituzionale è alle porte, si vota il prossimo 4 dicembre. Di motivi per opporsi a questa riforma, arrogantemente lanciata dal premier Renzi e dal ministro Boschi, ce ne sarebbero tanti e di ogni genere. Talvolta, però, per maturare un’idea esaustiva sulla validità di un cambiamento così controverso, senza addentrarsi in eccessivi tecnicismi, è sufficiente indagare e riconoscere chi lo appoggia e lo caldeggia. Scopriamo così che, fra i maggiori sostenitori della “riforma”, oltre all’establishment europeo e alla classe dirigente statunitense, vi è anche JP Morgan Chase, istituto bancario e società leader nei servizi finanziari, con sede a New York, ritenuto tra i maggiori responsabili della crisi dei mutui sub-prime del 2008.

Tutto ha inizio con un dossier pubblicato il 28 maggio 2013 dal gigante bancario in questione, nel quale vengono elencate diverse modifiche da apportare alla zona Euro, utili a “bypassare” l’attuale impasse economico e politico. L’obiettivo è quello di tracciare delle linee guida per riformare direttive e norme dei paesi delle “aree periferiche” europee, fra cui l’Italia.

Che un colosso della finanza mondiale produca un documento nel quale invita i governi nazionali a porre in essere riforme strutturali basate sull’austerity non fa nemmeno più notizia. Ma JP Morgan, questa volta, si è spinta ancor più oltre, mettendo nero su bianco quella che appare come la ricetta che il grande capitale finanziario ha in serbo per alcuni stati membri dell’Unione Europea.

Lo stralcio sotto accusa, non lascia spazio ad equivoci di sorta:

“Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, e varie rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei Paesi del sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea.”

Vengono, poi, elencate le varie “criticità” individuate dall’istituto finanziario statunitense:

“I sistemi politici nelle periferie mostrano parecchie delle seguenti caratteristiche: esecutivi deboli; Stato centrale debole nei rapporti con le regioni; protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori; sistemi di consensi basati sul clientelismo; e contemplano il diritto alla protesta contro i cambiamenti allo status quo politico. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”

Il messaggio lanciato dagli analisti del gigante americano JP Morgan ai vertici dei governi europei è quanto mai chiaro e significativo: bisogna sbarazzarsi velocemente delle Costituzioni nazionali (o di parte di esse), ritenute eccessivamente garantiste nel campo dei diritti dei lavoratori, troppo permissive per quanto concerne il diritto di protesta e, infine, “colpevoli” di frenare quel processo di riforma economica tanto auspicato dall’élite economica mondiale. Insomma, “tutele sul lavoro” e “proteste contro i cambiamenti” sono solo alcune delle “endemiche problematiche” entrate irreversibilmente in rotta di collisione con il disegno di ridimensionamento liberista dello Stato, enunciato dai poteri forti internazionali ed europei.

Solo coincidenze? Possibile che le riforme volute dal premier Renzi (grande ammiratore di Tony Blair, attualmente consulente propio di JP Morgan) e sponsorizzate alacremente dall’ex presidente Giorgio Napolitano siano le stesse reclamate, nel documento incriminato, da JP Morgan?

Alla luce di quanto detto finora, appare colpevolmente riduttivo ascrivere il tutto a mera casualità. L’eco della propaganda governativa voluta dalle grandi lobbies è ancora distintamente udibile. Come dimenticare le affermazioni dell’ambasciatore americano John Phillips, il quale, poche settimane fa, aveva invitato pubblicamente gli italiani a votare “Sì” al prossimo referendum. Un fatto che certamente costituisce una pesante ingerenza negli affari interni dello Stato italiano. C’è, poi, l’agenzia di rating Fitch, che aveva minacciosamente dichiarato che un’eventuale vittoria del “no” sarebbe stata vista come uno shock sfavorevole per l’economia italiana, in grado di innescare conseguenze negative sul fronte del rating del nostro Paese.

Quello che emerge è un quadro univoco: in Italia, JP Morgan scrive le riforme e il Governi Renzi le esegue! L’imposizione di un’agenda di riforme impopolari e draconiane, tanto auspicata dalla Commissione europea e dalla BCE –tagli alle pensioni, al welfare, alla sanità e all’istruzione; privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici; flessibilità e riduzione del costo del lavoro; “socializzazione” delle perdite bancarie– richiede una profonda trasformazione della Legge Fondamentale. JP Morgan ha scritto chiaramente che la gestione della crisi europea e italiana impone un radicale mutamento costituzionale.

Oggigiorno, nostro malgrado, stiamo vivendo un periodo in cui la politica è subordinata al potere economico e finanziario. Sono, ormai, decenni che la JP Morgan ed altre analoghe organizzazioni agiscono in prima linea nella demolizione della sovranità nazionale, dello stato sociale e di tutti quei diritti che il mondo del lavoro ha faticosamente ottenuto nel corso del secolo passato. Quegli stessi diritti che sono costantemente erosi e vanificati dall’azione coordinata tra banche, speculazione finanziaria ed i loro referenti politici. Questa riforma non è altro che un’esecuzione della volontà imposta dalla JP Morgan in nome del dogma neoliberista dominante.

Riusciremo a fermare chi vuole imporci definitivamente questo folle modello economico? Saremo in grado di preservare la nostra sovranità dalle grinfie della grande finanza internazionale e dei governi esteri?

Parola al popolo “sovrano”, dunque! Consapevoli che, questa volta, in assenza di una reazione forte e compatta, consegneremo il nostro futuro a JP Morgan e ad altri omologhi soggetti, nazionali e internazionali. A differenza di quanto è accaduto in occasione della scorsa tornata referendaria, in cui una porzione notevole di elettori ha deciso di disertare le urne, questa volta non è concesso alcun alibi. La posta in gioco è troppo alta. Non possiamo e non dobbiamo rinunciare al nostro futuro.