Pour ne rien regretter

Pour ne rien regretter

Je ne regrette rien”, cantava dolcemente Edith Piaf, fregandosene del mondo. “Je ne regrette rien”, ripetevano alcuni ultimi sbandati dopo la campagna d’Algeria, e dopo la fine di un’epoca. Perché va bene anche perdere, ma non chiedere scusa delle proprie idee, e dei propri ideali, se essi ci hanno portato ad essere quello che siamo. Vanno bene anche le battaglie disperate, e vanno bene le cause perse, ma non i mercimoni di ideali, con cui si baratta la propria dignità con un po’ di notorietà, o peggio ancora. Che il mondo, allora, sia un po’ più come Edith Piaf, e meno come i nostri maestri dell’ignavia.

Quanto a noi, crediamo in Dio e nel destino ultimo dell’uomo come parte del progetto divino, e in Cristo Signore, e quindi nella sua Chiesa universale. Crediamo, come diceva Chesterton, in tutto quello che per gli altri può essere qualificato come superstizione o arretratezza, come i Sacramenti, l’indulgenza plenaria, il primato petrino, e tutto ciò che ne discende. Dovremmo forse scusarci di qualcosa? Si ripete oggi spesso che la spiritualità dei popoli sia sacra e che non è possibile limitare o comprimere il culto delle minoranze che sperano di trapiantare in Europa usi e costumi vecchi di secoli, e nessuno chiede conto a nessuno della sua fede, anche quando questa potrebbe nascondere volontà di prevaricazione. E noi che crediamo in Cristo Via Verità e Vita, nella comunione dei santi e nella risurrezione della carne, dovremmo forse scusarci di qualcosa?

Crediamo nella vita, e nella sua protezione dal concepimento alla morte naturale. Tutto ciò che ne discende è chiaro. Crediamo quindi che, per esempio, l’aborto sia un delitto, e auspichiamo una sempre maggiore stretta sulla legislazione in materia a livello mondiale. Come faceva notare Ronald Reagan, per esempio, “noto che chiunque sia a favore dell’aborto è già nato”. E, se non altro per ragioni di onestà intellettuale siamo fermamente disposti a schierarci contro questa barbarie. E se sostenere la vita non è un reato, dovremmo noi forse scusarci di qualcosa?

Crediamo nella famiglia come cellula fondante la società, e nel matrimonio come istituzione giuridica fondamentale per la sua costruzione. Per essere intellettualmente coerenti, quindi, crediamo al matrimonio come istituto non disponibile alle parti, e quindi aperto ai “desideri” che si fanno diritti, ma preordinato al bene comune. Crediamo, quindi, al matrimonio tra uomo e donna come unico matrimonio possibile. Anche di questo dovremmo forse chiedere scusa?

Crediamo nei popoli e nelle Nazioni, come manifestazione immanente di realtà spirituali e culturali, nonché ideali ed identitarie, che concorrono a definire il percorso della Storia, con le sue ricchezze e le sue miserie, con i suoi trionfi e le sue cadute. Crediamo, quindi, nella cultura nazionale e nella ricostruzione nazionale e, di conseguenza, crediamo che sia necessario innanzitutto costruire le basi di una comunità prima di costruire il mondo. Spesso si sentono lodi per quanti, magari stranieri, amano la propria cultura anche lontana. Non possiamo noi amare la nostra cultura vicina? In un mondo Erasmus, in cui si ha la pretesa di essere tutto, si finisce per essere niente. E se tutto si costruisce dalle fondamenta, dovremmo noi forse chiedere scusa?

Crediamo alla polis, nel senso più alto nel suo termine, e quindi nella politica, nella sua più nobile accezione, e nel bene comune che travalica i confini dell’internazionalismo finanziario, che dissolve le Nazioni nel nulla dei propri numeri. Crediamo alla prevalenza della socialità sull’economia, del servizio dell’economia alla popolazione, e al perseguimento della pace sociale mediante l’anteposizione delle inderogabili esigenze pubbliche a quelle economiche private, sia in ambito nazionale che sovranazionale. Perché, se molto si può comprare, non si può comprare il futuro dei figli, o la tranquillità dei padri. E se questo non è un male, dovremmo forse chiedere scusa?

Crediamo nei confini, non perché escludono, ma perché definiscono chi siamo. Anche il nome, o il corpo stesso nella sua fisicità, sono dei confini della nostra identità precisa, che non ci permettono di essere tutto, e quindi ci fanno essere qualcosa. E così i confini, e le vecchie dogane, siano i monumenti al “qualcosa” e gli ultimi baluardi contro il “niente” che avanza, e non ci importa di quanti si stracceranno le vesti. Uno steccato e un cartello con un nome, e un solo nome, scritto sopra, siano ancora una volta il segno tangibile che siamo vivi. E noi siamo vivi. E allora, anche di questo dovremmo chiedere scusa?

Crediamo in parole semplici, e vere, che sappiano di vita. E allora, al riparo dai sempre più fastidiosi salotti di una borghesia ormai marcente, che ha fatto del vuoto e della superbia intellettuale le proprie bandiere, noi preferiamo la realtà, con tutte le sue sfaccettature e le sue contraddizioni, con le sue estasi e i suoi tormenti. Preferiamo verità, pane e lavoro, e preferiamo il nostro esistere. In questa ormai montante cupio dissolvi, noi vogliamo essere. E per voler essere, dovremmo forse chiedere scusa?