E’ morto Dario Fo. Io piango Sergio, Virgilio e Stefano!

E’ morto Dario Fo. Io piango Sergio, Virgilio e Stefano!

E’ morto Dario Fo, ed è la seconda o terza volta nella mia vita che non riesco a sentire nemmeno un briciolo di umana compassione.

E’ una mancanza che dovrò sicuramente pagare e che peserà sulla mia coscienza, ma così è!

 Il dolore che non sento per la fine di Fo ha un nome, anzi tre: Sergio Ramelli, Virgilio Mattei e Stefano Mattei.

 Lo rivedo lì, Virgilio, con una mano attaccata allo stenditoio del balcone della sua povera casa di periferia, ormai ustionato a morte e col viso deformato e vicino a lui so che c’è il fratellino di otto anni, ugualmente massacrato dal fuoco: il muro ci impedisce, grazie a Dio, di vederlo, perché un bambino bruciato vivo dall’odio politico è cosa che l’Altissimo ha avuto la pietà di non mostrarci.

Nessuna pietà, invece, ebbero Dario Fo e sua moglie, Franca Rame, che scrissero una ormai famosa lettera di affetto, di vicinanza e di comprensione verso la bestia, Achille Lollo, che aveva appiccato l’incendio in casa Mattei.

Questa missiva, che è anche la promessa, indegna, vergognosa e bastarda, di un aiuto materiale e morale, supera di molto le già numerose colpe dei coniugi.

Lui, prima “repubblichino” e poi rinnegato, ateo convinto, nemico giurato della Chiesa di Cristo, pacifista a targhe alterne, comunista fino al midollo quando fu conveniente esserlo, miracolato dalla politica che intorno alla sua persona ha costruito il personaggio del grande artista che non era; lei abortista, femminista, per l’amore libero, ovviamente divorzista, comunista e, come ricordato, spalleggiatrice di assassini feroci. 

Dario Fo la chiamava la sua “accademia”. Franca era la sua donna e la sua musa. Da lei non prese mai le distanze. Mai! Neppure quando la musa difendeva il carnefice di un bambino di otto anni.

Nemmeno dal figlio Jacopo si distanziò, allorché costui pubblicò delle vignette ignobili e irriverenti sulla strage di Primavalle!

Alla morte di Sergio Ramelli, il diciottenne militante del Fronte della Gioventù, massacrato dagli antifascisti a colpi di Hazet 36 sulla testa, commentò: “Vabbè, in fondo è morto solo un fascista”.

Lo accompagnino al suo triste funerale laico le belve che in Consiglio comunale, a Milano, applaudirono alla morte di Sergio; piangano la sua fine i compagni di Soccorso Rosso che aiutarono Lollo.

Io oggi non ripeto il gesto di quei balordi e non applaudo alla morte di Fo.

Mi limito a ricordare chi davvero sia stato questo premio Nobel senza nobiltà e quale canaglia abbia sempre corteggiato.

Per onorare la verità, per onorare Sergio, per onorare Virgilio e Stefano!