Considerazioni sulla questione del papa eretico

Considerazioni sulla questione del papa eretico

 

 

Il sin qui controverso pontificato di papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, ha prepotentemente riproposto la questione del papa eretico, ipotesi considerata e studiata da alcuni fra i migliori teologi della Chiesa (1).

Al fine di capire se il regnante pontefice possa o meno essere considerato eretico (2), e ipotizzando che egli sia un modernista (come molto del suo operato lascia supporre), nella nostra semplicità abbiamo sentito l’esigenza di “tagliar corto” e, senza troppo indugiare in sofisticate analisi teologico-canoniche (che rimandiamo volentieri ad altre e ben più qualificate figure), ci siamo affidati alla pura logica, formulando il seguente sillogismo: il modernismo è un’eresia, Bergoglio è un modernista, dunque Bergoglio (che è papa) è eretico.

Ragionamento formalmente corretto, la cui corrispondenza alla verità dipende, però, dalla reale adesione (cosciente e consapevole) di Bergoglio all’eresia modernista.

Probabilmente, qualcuno potrà ritenere tale sillogismo un approccio inadeguato alla questione del papa eretico, ma il ricorso alla logica è a quella conclusione che conduce.

Sempre in tema di sillogismi, inoltre, se ne potrebbe proporre un altro non meno inquietante: se il papa non può essere davvero eretico, e Bergoglio, in quanto modernista, è eretico, ne consegue che Bergoglio non è papa e che la Sede è vacante.

Certamente, occorre distinguere tra eresia materiale (che prevede una non cosciente affermazione eretica) ed eresia formale (che, invece, prevede l’adesione cosciente ad un’eresia condannata dalla Chiesa). Ma si può sostenere che il modernismo di Bergoglio sia frutto di incoscienza o di ignoranza?

Ammettiamo, però, che sia così e cioè che Bergoglio abbia compiuto atti oggettivamente eretici, senza avere la volontà di promuovere l’eresia in quanto tale. Questo significherebbe che Bergoglio (il papa) è quantomeno un eretico materiale (dice eresie senza la volontà di aderire formalmente ad un’eresia: questioni di lana caprina, dirà qualcuno).

E nemmeno si può pensare di ridimensionare il problema, sostenendo che la questione dell’eresia non sussiste, trattandosi piuttosto dell’ambiguità di certe parole e di certi comportamenti che avrebbero, sin qui, contraddistinto il pontificato di Francesco. L’ambiguità, infatti, è già un fatto gravissimo, essendo dovere della gerarchia – in primis del papa – parlare ed agire in maniera chiara e senza equivoci (soprattutto in materia di fede e di morale), secondo l’ammonimento evangelico: “… il vostro parlare sia si si no no, il di più viene dal maligno” (Matteo 5,17-37).  

Secondo alcuni, però, quella del papa eretico è un’ipotesi in pratica irrealizzabile ed assunta esclusivamente al fine di condurre un ragionamento: un’ipotesi meramente speculativa e irrealizzabile nella pratica (un po’ come ipotizzare cosa sarebbe il mondo se Dio non esistesse). Ma il caso di Onorio I dice che quella del papa eretico non è una possibilità astratta.

Il caso di Onorio I

Papa Onorio I, che regnò dal 625 al 638, fu accusato di essere caduto in eresia sulla questione del monotelismo (3), l’ultima delle grandi eresie cristologiche. Il III Concilio di Costantinopoli, il VI Concilio ecumenico della Chiesa – che si riunì il 7 novembre 680 – condannò il monotelismo e lanciò l’anatema contro tutti coloro che avevano promosso o favorito l’eresia, comprendendo il papa Onorio nella condanna (“… Onorio era stato accusato di eresia, la sola causa per la quale è lecito agli inferiori di resistere ai loro superiori e di respingere i loro perversi sentimenti” (Mansi, XVI, col. 126) (4). A proposito di questa vicenda, il Concilio Vaticano I (1869 – 1870) affermò che Onorio I non intese pronunciare una definizione dogmatica.

Il papa: fedele custode e trasmettitore, non assoluto padrone del Depositum

Se è vero che non esiste al mondo un’autorità superiore a quella del papa, dunque nessuno che possa destituire il sommo pontefice (prima sedes a nemine judicatur), è altrettanto vero che egli non è il padrone assoluto del depositum fidei, bensì il suo fedele custode e trasmettitore.

Ora, non essendo il depositum fidei un corpo dottrinale occulto ed esoterico, ogni cattolico – consacrato o laico che sia, capace di intendere e di volere, nonché debitamente istruito nelle cose della Fede – può capire se un’affermazione o un atto siano o meno conformi alla dottrina cattolica (il riferimento qui va alle questioni basilari, non ad argomenti oggetto dell’indagine teologica più fine).

Il Depositum fidei – ossia l’insieme delle verità rivelate e contenute nella Sacra Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero certo ed infallibile della Chiesa – è il termine di paragone, il punto di rifermento per la formulazione di ogni giudizio circa l’ortodossia di un’affermazione o di un atto, ed anche il papa – proprio perché non è il padrone assoluto del depositum, ma solo il suo custode e fedele trasmettitore – è soggetto a questa regola.

Conclusione: se è vero che nessuno può destituire il papa, è altrettanto vero che un papa può comportarsi in maniera ambigua e compiere atti eterodossi (il pontificato di Bergoglio lo ha dimostrato in più di un’occasione), ergo dobbiamo tenerci il papa in odore di eresia, ma non seguirlo in ciò che puzza di eresia.  

Già… ma chi ha l’autorità per stabilire quando occorra comportarsi nel suddetto modo? L’autorità ce l’ha il depositum fidei (che è diretta emanazione della Verità oggettiva, ossia proviene da Dio), al quale ogni cristiano ben formato e di retta coscienza può attingere, auspicabilmente appoggiandosi a delle guide sicure e applicando quanto insegnato da San Vincenzo da Lerino (5). Dunque, in certi casi, si deve resistere alla legittima autorità, persino a quella del papa.

In definitiva: non essendoci sulla Terra un’autorità superiore a quella del Romano Pontefice, nessuno può destituire il papa; ma, se non è possibile destituirlo, si potrà disobbedirgli in virtù della constatazione oggettiva della contraddizione esistente tra i suoi atti e l’insegnamento costante ed infallibile della Chiesa (l’eresia può manifestarsi non solo attraverso precise ed esplicite frasi, scritte o verbalmente espresse, ma anche tramite gesti e omissioni).

Se Bergoglio ha compiuto atti eretici, non c’è alcun bisogno di spaccare il capello in quattro per capire se il papa possa o meno essere eretico, in quanto contro il fatto non vale l’argomento. Questa la conclusione a cui può giungere il semplice ed attonito cattolico, che assiste impotente alla mortificazione della Fede promossa dai membri della stessa Gerarchia ecclesiastica.

Gli ultimi decenni, infatti, hanno dimostrato che il processo di autodemolizione della Chiesa, constatabile da chiunque abbia un minimo conoscenza del suo ultimo secolo di storia, vede il ruolo decisivo della gerarchia e del papato. In questo contesto, Bergoglio non è altro che la manifestazione parossistica di un processo sovversivo, rispetto al quale i suoi predecessori non possono essere considerati totalmente estranei. 

Se non possiamo affermare che Bergoglio è formalmente eretico, possiamo sostenere che egli, di fatto, favorisce l’eresia, ovvero che, pur non volendo definire dogmaticamente alcuna deviazione dal depositum, l’attuale pontefice, attraverso la via della prassi, promuove l’eterodossia e l’eresia.

L’affermazione è forte, ce ne rendiamo perfettamente conto, ma direttamente proporzionale allo scandalo che suscita constatare la vicinanza di papa Francesco alla modernità anti-cattolica. Un pontificato, quello del già arcivescovo di Buenos Aires, sino ad oggi scandito da uno stillicidio di parole e di gesti contraddistinti da ambiguità e da palesi manifestazioni di modernismo, nonché da una sciatteria che induce persino a sospettare che vi sia in lui la volontà di mortificare la stessa figura del papa, offendendone la dignità.

Infallibilità ed eresia

Il dogma dell’infallibilità pontificia (6), proclamato dal Concilio Vaticano I nel 1870, non esclude la possibilità del papa eretico. Non è possibile, però, che il papa affermi delle eresie impegnando l’infallibilità, per la semplice ragione che nessun insegnamento può contraddire quanto il magistero ha già infallibilmente stabilito. Questo vale, ovviamente, se il principio di identità e di non contraddizione viene riconosciuto come la base indispensabile alla costruzione di ogni ragionamento e di ogni affermazione.

Ma il pericolo costituito dall’eresia modernista – condannata da Papa San Pio X con l’enciclica Pascendi dominici gregis del 1907 – sta proprio nella sua pretesa di voler contestualizzare il dogma e di sottoporlo alla possibilità di subire sostanziali cambiamenti, determinati dal mutare della mentalità che caratterizza il pensiero umano nelle diverse epoche.

Il modernismo – la cui ragion d’essere sta nella volontà di conciliare la fede cristiana con la filosofia moderna fondata sul soggettivismo (la concezione antropocentrica che considera l’uomo quale fonte di verità, ponendolo al posto di Dio) – rappresenta, infatti, un pericolo immenso per la Fede, in quanto, in virtù della rottura con ogni vincolo perenne ed oggettivo, espone il depositum fidei ad ogni sorta di inquinamento capace di stravolgerne il significato.

Note

1. Tra questi citiamo Tommaso De Vio detto il Gaetano (1468 – 1533), Melchor Cano (1509 – 1560), Francisco Suarez (1548 – 1617), Giovanni di San Tommaso (1589 – 1644) e san Roberto Bellarmino (1542 – 1621).

2. La parola eresia deriva dal greco hairesis e significa scelta. È “eresia” qualsiasi dottrina che si oppone immediatamente, direttamente e contraddittoriamente alla verità rivelata da Dio e proposta autorevolmente, ufficialmente e autenticamente come tale dalla Chiesa. Perché ci sia eresia, oltre all’errore intellettuale, ci vuole l’ostinazione della volontà e il rifiuto da parte di questa di sottomettersi al magistero ecclesiastico. (Battista Mondin Dizionario enciclopedico del pensiero di San Tommaso d’Aquino)

3. Dottrina cristologica, diffusa nella Chiesa bizantina nel VII  sec., elaborata per superare le dispute attorno al modo di operare delle due nature in Cristo. Storicamente nasce come affermazione di monoenergismo (in Cristo unicità di operazione, di attività). Durante i 60 anni di vita che si è soliti assegnare a questo tentativo di unione teologico-politica (619-79), compaiono varie formule monotelite, ognuna con un suo aspetto. I monoteliti, accettando la dottrina calcedonese delle due nature in Cristo, non negano, nel Verbo incarnato, l’esistenza, accanto alla volontà divina, di una volontà umana, ma negano che a queste volontà, a queste attività, si possa dare il nome di energia. I principali esponenti del monotelismo furono Sergio di Costantinopoli e Ciro di Alessandria, al tempo dell’imperatore Eraclio. Ripetutamente condannato dai papi, dopo un incerto atteggiamento di Onorio I, il monotelismo fu definitivamente interdetto nel terzo Concilio di Costantinopoli (681, sesto ecumenico). Ebbe ancora seguaci fra i maroniti. (Fonte: Enciclopedia Treccani)

4. Roberto de Mattei, Onorio I, il caso controverso di un papa eretico, pubblicato da Corrispondenza romana del 30-12-2015

5. Regola di San Vincenzo di Lerino (+ 450 ca.), per distinguere la verità cattolica dall’errore:

“Nella Chiesa Cattolica bisogna avere la più grande cura nel ritenere ciò che è stato creduto dappertutto, sempre e da tutti. Questo è veramente e propriamente cattolico, secondo l’idea di universalità racchiusa nell’etimologia stessa della parola. Ma questo avverrà se noi seguiremo l’universalità, l’antichità, il consenso generale. Seguiremo l’universalità se confesseremo come vera e unica fede quella che la Chiesa intera professa per tutto il mondo; l’antichità, se non ci scostiamo per nulla dai sentimenti che notoriamente proclamarono i nostri santi predecessori e padri; il consenso generale, infine, se, in questa stessa antichità, noi abbracciamo le definizioni e le dottrine di tutti, o quasi, i Vescovi e i Maestri.

– Come, dunque, dovrà comportarsi un cristiano cattolico se qualche piccola frazione della Chiesa si stacca dalla comunione con la fede universale?

Dovrà senz’altro anteporre a un membro marcio e pestifero la sanità del corpo intero.

– Se, però, si tratta di una novità eretica che non è limitata a un piccolo gruppo, ma tenta di contagiare e contaminare la Chiesa intera?

In tal caso, il cristiano dovrà darsi da fare per aderire all’antichità, la quale non può evidentemente essere alterata da nessuna nuova menzogna.

– E se nella stessa antichità si scopre che un errore è stato condiviso da più persone o addirittura da una città, o da una provincia intera?

In questo caso avrà la massima cura di preferire alla temerità e all’ignoranza di quelli, i decreti, se ve ne sono, di un antico concilio universale.

– E se sorge una nuova opinione, per la quale nulla si trovi di già definito?

Allora egli ricercherà e confronterà le opinioni dei nostri maggiori, di quelli soltanto però che, pur appartenendo a tempi e luoghi diversi, rimasero sempre nella comunione e nella fede dell’unica Chiesa Cattolica e ne divennero maestri approvati. Tutto ciò che troverà che non da uno o due soltanto, ma da tutti insieme, in pieno accordo, è stato ritenuto, scritto, insegnato apertamente, frequentemente e costantemente, sappia che anch’egli lo può credere senza alcuna esitazione.”

San Vincenzo di Lerino ha il merito di avere fornito una formulazione chiara del principio di Tradizione apostolica, partendo dalla constatazione che la Sacra Scrittura non può essere da sola norma sufficiente di fede, in quanto soggetta a varie interpretazioni. Vincenzo di Lerino affianca, dunque, alla Sacra Scrittura l’autorità della Tradizione intesa come patrimonio di dottrine professate sempre, dovunque e da tutti i cristiani (Quo ubique, quod semper, quod ab omnibus. Commonitorium, c. 23). (Battista Mondin Dizionario enciclopedico del pensiero di San Tommaso d’Aquino).

6. La costituzione Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I stabilisce le condizioni necessarie per l’infallibilità delle definizioni pontificie straordinarie e ordinarie. In essa si insegna che il Papa è infallibile «quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede ed i costumi, che deve tenersi da tutta la Chiesa». Pertanto, le condizioni necessarie perché si abbia un pronunciamento del magistero pontificio straordinario o ordinario infallibile sono quattro:

1) che il Papa parli come Dottore e Pastore universale;

2) che usi della pienezza della sua autorità apostolica;

3) che manifesti la volontà di definire e di obbligare a credere;

4) che tratti di fede o di morale.
L’infallibilità presuppone da parte del magistero la volontà di obbligare a credere come dogma una verità contenuta nel Deposito della Rivelazione scritta o orale. Per cui il magistero è la regola prossima della fede, mentre Scrittura e Tradizione sono la regola remota” (SI SI NO NO, agosto 2016).