Grecia, quando il debito pubblico alimenta se stesso

Grecia, quando il debito pubblico alimenta se stesso

È trascorso poco più di un anno dagli accordi siglati tra il governo di Atene ed i suoi creditori internazionali, per la concessione della terza tranche di aiuti da 86 miliardi di euro. Una questione sulla quale si è dibattuto molto, tornata in auge negli ultimi giorni con il via libera, dei 19 ministri delle Finanze dell’area Euro, al nuovo pacchetto di aiuti (stanziato dal Fondo Salva sStati) di 1,1 dei 2,8 miliardi di euro attesi dal Paese entro la fine del 2016.

Lo stanziamento in questione è soltanto il primo step di un percorso più ampio, che caratterizzerà il terzo memorandum per il salvataggio della repubblica ellenica. Atene dovrà, in tempi circoscritti, avviare nuove privatizzazioni del patrimonio pubblico, attuare l’ennesima riforma del mercato del lavoro e mettere nuovamente mano al comparto previdenziale e pensionistico.

Un quadro, quello descritto, che sta acuendo il malcontento e lo sconforto già manifestato, in più circostanze, dal popolo greco. L’episodio, forse, più emblematico che ha scandito le fasi di questa nuova spending review, è stata la dura protesta dei pensionati per le vie della capitale greca, avvenuta, venti giorni fa, nel più totale silenzio dei media occidentali. In Grecia austerità, riduzione dei costi e tagli del bilancio statale sono un “boccone amaro” che, sempre più spesso, viene presentato esclusivamente alle classi popolari ed ai lavoratori. Nessun sacrificio, invece, per i detentori di grandi capitali, che, così come avviene in Italia, riescono a sottrarsi alle norme fiscali tramite elusione e trasferimento nei paradisi fiscali. Ma andiamo per gradi.

Come dicevamo, finora Atene ha incassato solo la seconda tranche del terzo pacchetto di aiuti varato ufficialmente lo scorso agosto. Denaro che, peraltro, servirà quasi esclusivamente, a ripagare i “mostruosi” interessi sul debito maturati nel corso di questi anni di crisi.

Ed è proprio il tema della gestione del debito il punto centrale attorno al quale si sviluppa l’intera vicenda del crollo economico della Grecia. Appare ormai chiaro che le operazioni di “salvataggio” non siano servite – come si era detto – a ristrutturare il bilancio dello stato, ma solamente a rimborsare i creditori (esteri) della Grecia.

Dall’inizio della crisi, oltre due terzi degli “aiuti” erogati della Troika (FMI, BCE e Commissione UE) sono affluiti nelle casse pubbliche dello Stato greco, a beneficio diretto o indiretto del settore bancario-finanziario, nazionale ed internazionale. In particolare, le banche tedesche sono riuscite a ridurre la propria esposizione nei confronti della Grecia di circa l’80% tra il 2010 (quando è stata approvato il primo memorandum) ed il 2012. Dati e percentuali che mostrano – qualora ce ne fosse ancora bisogno – quanto sia fallace e perverso il sistema che regola la concessione di finanziamenti agli Stati in difficoltà economica. Le cospicue cifre di denaro contenute nel Fondo Salva Stati (per l’Italia il fondo ha un costo indiretto di quasi 200 milioni di euro l’anno di denaro pubblico) sono state, ancora una volta, utilizzate per tutelare e salvaguardare i grandi istituti bancari come Deutsche Bank, HSBC e la famigerata JP Morgan.

A riprova di quanto detto finora, vi sono le analisi economiche stilate da numerosi economisti, le quali dimostrano che circa il 65% dei prestiti che il Paese ha ricevuto negli ultimi sei anni è stato impiegato per ripianare il debito precedentemente contratto con i creditori internazionali e per la ricapitalizzazione del sistema bancario, mentre solo un decimo di quei fondi ha “sostentato” la spesa pubblica. Insomma, quella valanga di miliardi è stata per lo più indirizzata a creditori privati e istituti finanziari greci, tedeschi, francesi e, anche, americani.  

Nel frattempo, il debito pubblico della Grecia è esploso, passando dal 130% del 2009 al 176% odierno. Ancor più drammatici sono i dati relativi al mercato del lavoro, con un tasso di disoccupazione prossimo al 25%, con punte del 50% per gli under 25. L’“appoggio” fornito dalla Troika, allo stato attuale, ha avuto, come solo risultato, quello di imporre alla Grecia un disumano programma di austerità fiscale e salariale che ha bruciato, in poco più di sei anni, un quarto del reddito nazionale e ridotto in povertà milioni di persone. Al momento, vale la pena ribadirlo, le condizioni previste dal Memorandum hanno fatto sprofondare la Grecia in un’oscura depressione economica e hanno portato con sé una ingente crisi umanitaria.

Qualcosa di simile sta avvenendo anche nel nostro Paese, dove gli effetti della crisi si sono sovrapposti ad una tendenza economica già negativa in precedenza. È stato quantificato che la sola spesa per interessi sul debito italiano, negli ultimi vent’anni, sia costata la cifra record di circa 1650 miliardi (pari al 6% del Pil complessivo dello stesso lasso temporale). Il tutto non ha portato ad alcun risultato sul fronte del risanamento delle finanze pubbliche, visto che il debito non solo è rimasto elevatissimo, ma è continuato a crescere, sino a raggiungere quota 2.224,7 miliardi.

In uno scenario simile, tutto si gioca su un equilibrio estremamente precario. Nel sistema economico-finanziario di una nazione, quando il peso degli interessi sovraccarica il deficit pubblico causando un’ulteriore impennata del debito, può innescarsi un vortice inarrestabile nel quale, all’aumento incontrollato del debito pubblico, coincide un peggioramento della condizione debitoria statale, causata dal pagamento di nuovi interessi. In parole povere, gli interessi sul debito pubblico provocano un aumento del debito pubblico. Tale situazione dà vita ad un subdolo processo in cui il debito di una nazione alimenta se stesso, in un circolo perverso che tende a persistere nel tempo, portando a conseguenze, a volte, disastrose.

Oggigiorno, l’intero sistema capitalistico mondiale è influenzato da due fenomeni strettamente correlati: le crescenti disuguaglianze distributive e la deflagrazione del debito sovrano su scala mondiale. In Grecia, così come in Italia, questi due elementi sono quanto mai evidenti: il debito pubblico frena la crescita e impoverisce i cittadini, strozzati dall’enorme pressione fiscale utile a finanziare quel sistema perverso di cui vi abbiamo precedentemente parlato (l’Italia, ogni anno, spende cifre esorbitanti per finanziare un debito pubblico che continua a crescere). Maggiore è il debito e maggiore sarà l’imposizione fiscale esercitata sui cittadini, il taglio alla spesa sociale o la privatizzazione indiscriminata del patrimonio pubblico.

È dunque questo il sistema che si sta delineando: un sistema che genera miseria per tanti e ricchezza e benessere per pochi.

Vedendo quest’Europa affranta e sofferente, viene da chiedersi: “cui prodest”, ovvero a chi giova questa incertezza? Di risposte non ne riceveremo. Un quesito così spinoso non potrà che essere costantemente eluso dalle classi dominanti europee e dalla loro pletora di servi (Schulz, Renzi, Hollande e tutta l’élite socialdemocratica, in primo luogo), troppo impegnata a contabilizzare i consensi e servire il grande capitale finanziario.