Appunti semiseri di politica estera

Appunti semiseri di politica estera

 

Noi italiani siamo gente seria e timorata di Dio, seppur afflitti dall’antipatica tendenza ad intraprendere le guerre con un alleato e a finirle a fianco dell’ex comune nemico; ma, come suggerisce la nota canzone napoletana, quel che è stato è stato ed ora abbiamo cambiato rotta.

“Tutti sull’attenti! Gli ordini non si discutono!”, e guidati da un ministro della difesa, signora Pinotti, che vanta anni di sfiancanti addestramenti nei licei italiani in qualità di insegnante di lettere, abbiamo mandato centoquaranta soldati a fare marameo a Putin, che però non presiede un Paese di sfollati, l’allenamento l’ha fatto al KGB, è stato ufficiale di reclutamento ed ha forze armate e armamenti tali che, dovesse decidere di infastidirsi, non si metterebbe a giocare a Risiko.

Lui è un tipo così cattivo da aver vietato persino i gay pride, e la Nato, non sopportando di vederlo nella sua dacia a farsi gli affari propri intessendo le amicizie che riteneva opportune, l’ha circondato di benevole presenze armate in ogni angolo del globo. L’affettuoso abbraccio statunitense ha coinvolto anche le fredde pianure dell’Ucraina.

Con un tempismo ammirevole, all’uopo irrobustita, grazie a ripetuti incoraggiamenti da un miliardo di euro l’uno, la vicina di Putin ha preso a smaniare per un curioso modello di libertà subito tradottosi nel desiderio di far parte della UE e di tifare per la politica estera di Barack, che, pure lì, è vivacizzata da intraprendenti mariuoli che bruciano e crocifiggono gli avversari.

Altri giganti, pari e forse superiori ai nostri, si stanno rivelando i francesi che, temendo di dar fastidio ai polacchi, hanno innervosito sia questi che i russi. Ambo!

Ci sono, con la Polonia, questioni di elicotteri prima prenotati, poi acquistati altrove, il che la dice lunga sul livello della politica estera degli odiati cugini; con la Russia c’è di mezzo  un dispiacere che Hollande ha  dato a Putin, avanzando la brillante proposta di portare il russo davanti al tribunale internazionale per le “orribili” cose che sta facendo in Medio Oriente, cioè per l’ appoggio che dà a Bashar al-Assad il quale ebbe l’ardire di negare il passaggio sul suolo siriano del gasdotto del Qatar, costruito per portare gas arabo – e non russo! – in Europa. Questa decisione ha reso il legittimo presidente della Siria un “feroce dittatore”!

Da quel bastardo che è, costui ha osato chiedere aiuto all’amica di sempre, la Russia, deciso a non finire nelle vellutate mani della democrazia americana, come capitato a Saddam e a Gheddafi, e a non lasciare la patria a chi, con l’avallo della “timida” Hillary Clinton, aveva da poco distrutto la Libia per ragioni che avevano a che  fare esclusivamente con la filosofia, con la democrazia e con la filantropia, tutte cose a cui la quasi certa futura padrona della Casa Bianca tiene più della sua stessa vita.

L’Italia, mai così fedele ad un alleato, non si era tirata indietro nemmeno quando Washington le aveva comandato di sanzionare la Russia. “Niente frutta dai giardini del Mediterraneo!”, abbiamo sancito da Roma, pregustandoci la faccia di Putin che nelle nostre intenzioni avrebbe dovuto bussare alla porta rantolando in preda a crisi di astinenza da fruttosio!

Tre minuti e  venticinque secondi dopo il geniale provvedimento, noi avevamo perso quattro miliardi di euro di mancate esportazioni e Vladimir banchettava lautamente con succose pesche africane; non soddisfatti abbiamo chiuso anche il mercato delle carni e Mosca, il tempo di riagganciare la cornetta e di fare il prefisso di Ulan Baator, aveva in padella le bistecche provenienti dalle sterminate praterie mongole dove, già che c’era, si fermava un quarto d’ora a siglare un accordino per modernizzare le ferrovie di quel Paese, ferme pressappoco ai tempi di Gengis Khan! Proteine e lavoro ai moscoviti, fallimento o riduzione dei profitti di molte aziende italiane. Era un terno secco sulla ruota di Bruxelles!

Oggi puntiamo decisamente alla quaterna con l’invio dei centoquaranta militari che hanno il compito di infastidire l’orso russo, che, vedendosi circondato, ha schierato davanti ad Ucraina, Paesi baltici e Polonia migliaia di uomini. Hanno mandato noi ben conoscendo la nostra dedizione per i confini! Tanto abbiamo a cuore il sacro suolo patrio che stiamo trasferendo, dalle coste libiche a casa nostra, un intero esercito di giovani uomini islamici e, per l’occasione, abbiamo persino cambiato la toponomastica: le acque marittime a dieci chilometri da Tripoli sono state ribattezzate “stretto di Messina”.

Il merito non è nostro, ma della politica estera americana che ha in Hillary la sua testa d’ariete, ariete le cui corna non sono quelle donatele dal marito chiuso nella stanza ovale con le amiche sotto il tavolo, ma quelle di ben peggior caprone. Si sussurra, infatti, che la signora abbia più di un diavolo in corpo e non in senso figurato …

Lei ha dichiarato – oh “sorrise parolette brevi”! – di voler “rimettere la Russia al suo posto”  e sloggiare il gigante bianco dal Caucaso, dalla appena ritrovata Crimea e dall’Asia Centrale.

Una politica estera persino più scatenata di quella del fenomeno Obama, primo uomo della storia ad aver ottenuto il Nobel per la pace, per meriti di guerra!

E mentre noi intelligentemente pettiniamo le margherite del giardino lettone lasciando seccare il nostro, Putin flirta con Erdogan (il turco che paghiamo fior di quattrini per un servizio di contenimento che non ha mai elargito), fa amicizia con due “staterelli” quali la Cina e l’India e combatte una guerra giusta in Siria.

Le premesse che il tavolo salti molto prima che qualcuno riesca a fare tombola ci sono tutte!