Torri d’avorio

Torri d’avorio

Uno dei fenomeni che hanno caratterizzato l’area della Destra Radicale italiana è senza dubbio quello delle cosiddette “torri d’avorio”, vale a dire lo “splendido isolamento” di individui o piccoli gruppi in un mondo di pensiero e cultura non comprensibili dalle masse e coltivato nel privato o, al massimo, in un ambito ristretto di persone. Le cause di questo fenomeno sono molteplici. Possiamo citare per prima la delusione di chi, dopo anni di militanza, giunge alla conclusione che i suoi ideali sono troppo alti per essere compresi dal popolo e rinuncia a lavorare per trasmetterli alle masse: questa delusione genera un circolo vizioso di stanchezza mentale e di complessi di superiorità intellettuale o “spirituale”, che sfocia in miti incapacitanti sull’“inutilità” della lotta e della militanza – col risultato di rinunciarvi o di limitarsi a attività prettamente culturali, ristrette al proprio microambiente umano, destinato peraltro a invecchiare gradualmente. Si va dunque dal “rinunciatario”, che si è arreso al “reduce” che vive di ricordi, li vorrebbe condividere, ma non è in grado di incidere sulla realtà presente.

A parziale scusante di quanto detto, dobbiamo ricordare l’altra grande causa del fenomeno in questione: la repressione. La repressione in tutte le sue forme – fisica, politica, giuridica, mediatica, culturale – ha colpito per anni come un rullo compressore movimenti extraparlamentari ben presenti sul piano attivistico come su quello culturale e, quando questi venivano messi nell’impossibilità di agire nella società o dichiarati apertamente illegali, i militanti che non volevano arrendersi si trovavano spesso costretti all’esilio o a confluire nelle sezioni missine più vicine (ma anche queste, a loro volta, non erano sempre immuni dalla repressione), oppure a costituire realtà locali -“circoli culturali”, “centri librari”, ecc. – capaci se non altro di garantire la sopravvivenza di un ambiente umano e politico. Col senno di poi, possiamo dire che questa formula ha permesso all’Area di superare le ondate repressive degli anni ’70 e ’80 e, sulla media-lunga distanza, di vanificarle. Queste piccole realtà diffuse sono state la dimostrazione della tenacia degli uomini e della vitalità delle idee del nostro mondo, un po’ come era accaduto nell’immediato dopoguerra, e possiamo persino dire che hanno vinto la loro battaglia tattica – perché è evidente che quando il nemico tenta di annientarti, il sopravvivere è già una vittoria storica.

Ciò non toglie che l’atmosfera di quegli anni ha lasciato un segno sulla forma mentis di tanti che li hanno vissuti e che l’hanno poi trasmessa anche ad altri più giovani. Per molti, il chiudersi nella nicchia e limitarsi a attività culturali e/o locali è divenuto un riflesso spontaneo, come se si trattasse di una regola – regola valida, come si è detto, negli anni ’70 e ’80, ma già superata nei primi anni ‘90, quando si è avviato il processo di ricompattamento e rilancio dell’Area in strutture di respiro nazionale.

Oggi, rinchiudersi nella torre d’avorio di un culturismo intellettuale non ha più giustificazioni neppure per i tradizionalisti (evoliani o cattolici) di più stretta osservanza. Rinunciare a trasmettere al popolo i valori più alti, in nome di un malinteso elitismo, significa non ricordare cosa era il mondo della Tradizione. I legionari, i cavalieri, i crociati, i samurai, erano tutti invariabilmente piccole minoranze numeriche, che non si sarebbero mai sognate di essere totalmente capite, condivise e imitate dalle masse, che pure proteggevano e guidavano e al cui bene queste minoranze erano consacrate. Certo, nei momenti migliori della storia le masse ammirano e seguono le loro aristocrazie naturali, fino a realizzare una piena comunione di intenti, una vera “comunità di popolo”, ma persino in questi casi le masse e le aristocrazie non sono la stessa cosa. Per contro, nei momenti peggiori di decadenza, le masse possono anche distanziarsi così tanto dalle aristocrazie naturali da non capirle e non riconoscerle più, ma questo non esonera l’aristocrazia da fare il proprio dovere – anzi, è proprio quando c’è più disorientamento, confusione e pericolo tra le masse popolari che “i migliori” sono tenuti a comportarsi da tali, a “essere esempio” non solo nella teoria, ma nell’azione pratica militante.  Per contro, quando l’aristocrazia si distanzia troppo dal popolo fino a snobbarlo e disprezzarlo, allora rinnega sé stessa e la sua missione, si infiacchisce e si preparano i tempi del predominio borghese.  

Naturalmente, non è certo l’attività culturale in sé stessa a essere sbagliata – e noi, come Ordine Futuro, siamo i primi a credere all’importanza di una tale attività – ma piuttosto il fatto di limitarsi a questa, senza vederne la connessione con la militanza e con la situazione politica e sociale nazionale. Si tratta oggi, per queste realtà, di fare un passo avanti, che è anche un ritorno alle origini, un salto di qualità dal culturismo intellettuale alla vera militanza culturale.  

Per arrivare a questo è però necessario eliminare alcuni equivoci ideali o ideologici. Il primo è che l’attività culturale debba essere avulsa da quella “attivistica” di un’organizzazione militante, quasi che le due si escludano a vicenda. Si tratta di un equivoco introdotto a suo tempo dalla Nuova Destra e che ignora il vero insegnamento del gramscismo, che, come metodo (prescindendo dalle valenze ideologiche), non solo non esclude, ma al contrario presuppone l’esistenza di un’organizzazione militante destinata a raccogliere i frutti del lavoro culturale.  Il secondo equivoco è quello individualista di chi ritiene che l’elaborazione teorica o artistica esoneri dall’attivismo disciplinato e impersonale. In realtà, non esistono alibi: il pensatore, lo scrittore, il musicista, il conferenziere sono chiamati a essere soldati politici, militanti disciplinati di un movimento nei loro settori di competenza. Il terzo equivoco è legato a una errata interpretazione dell’evolismo: certe “tigri” (prime tra tutte quelle dell’omosessualismo, dello strapotere bancario finanziarista e dell’immigrazione extra europea) non si possono cavalcare e devono necessariamente essere affrontate e sconfitte. E non basta neppure più stare “in piedi in un mondo di rovine”: oggi il nostro mondo – quello degli italiani e degli europei ereditato dai padri – va preso d’assalto e riconquistato o andrà perduto per sempre.

Un equivoco simile è presente come per osmosi anche in alcuni ambienti cattolici che si astengono dalla militanza ma che si sentono nondimeno autorizzati d’ufficio all’ignavia politica e persino alla critica gratuita e non richiesta nei riguardi di chi si batte attivamente e quotidianamente contro teorie gender, invasione immigratoria e usura finanziaria. Forse l’antidoto sarebbe meditare sugli ignavi di Dante oppure, restando nell’attualità, guardare ai movimenti fratelli di Forza Nuova in Ungheria, Polonia, Slovacchia e in parte anche in Francia, dove masse di cattolici seri e determinati riempiono le piazze e si rendono protagoniste di manifestazioni e lotte popolari e nazionali inquadrate sotto le insegne dei nostri camerati. Prendere esempio da questi fratelli non sarebbe sbagliato, anche perché – dettaglio importante – loro spesso vincono!