One people under one God serving one flag

One people under one God serving one flag

Ultimamente, chi segue la campagna presidenziale di Donald Trump si sarà reso conto che il miliardario newyorkese stia aggiungendo, di tanto in tanto, nel corso dei propri comizi un altro slogan, o varianti similari dello stesso, oltre all’usuale Make America Great Again, ossia: One people under one God serving one flag.

Poche parole, una manciata di sillabe capace di evocare sentimenti quasi primordiali e appartenenze ancestrali.

Potrà non piacere l’uomo Donald J. Trump, come potremo storcere il naso davanti al suo appariscente e colorito passato di uomo dal jet set, buffone del wrestling, affarista con pochi scrupoli, donnaiolo, amatore di molti degli aspetti più deleteri della grossolanità dell’americanismo, tra i quali quella specie di consumismo della vita che è tanto caratteristico del mondo oltreoceano.

Eppure, non possiamo negare che Trump abbia introdotto un cambiamento di grande portata nel panorama politico americano, cambiamento che, sia esso coronato dal successo o meno, è indubbiamente positivo.

Sgraditissimo al Partito Repubblicano, si è imposto come candidato parlando direttamente alla base, agli elettori, alla gente comune stanca dello stato di cose.

La piattaforma politica di Trump è assolutamente e indubbiamente inedita e innovativa.

Fino ad oggi, il mondo politico americano è stato determinato da una dicotomia pressocché perfetta: da un lato, i democratici, progressisti circa i temi di rilevanza etica e coesione nazionale (leggi immigrazione e diritti civili) e apparentemente – da sottolineare, apparentemente – fautori di un capitalismo sociale e compassionevole e di una politica estera distensiva; dall’altro i repubblicani, conservatori e fautori di un capitalismo senza freni e di un acceso interventismo democratico nel resto del mondo.

In questa trappola, qualunque speranza di sviluppare una politica nazionale, una terza via, sembrava condannata al fallimento. Trump, invece, ha rotto lo schema. E lo schema non ha tollerato certo l’aggressione.

Uomo fuori dagli schemi, abbastanza ricco da non poter essere comprato o essere etichettato come dipendente da una qualunque delle tante lobby di Washington, Trump ha creato un inaspettato entusiasmo, proponendo sintesi nuove per il pubblico americano.

Uno dei suoi motti preferiti – America First – è senz’altro uno dei suoi punti di maggior successo.

In un frangente della Storia in cui più accanitamente si sente stringere la morsa del mondialismo e del progetto di un mondo composto da società senza frontiere e senza sovranità, un mondo liquido caratterizzato dalla perfetta libertà di circolazione di uomini, merci e capitali, un mondo in cui sono anonime istituzioni internazionali a determinare la vita dei popoli, Trump ha ristabilito – o almeno ha tentato di farlo – un principio di sovranità e di identità nazionale.

“Mi candido come presidente degli Stati Uniti, non come presidente del mondo”, un fatto che apparentemente può sembrare banale, e che eppure banale non è.

Tanto più se si considera che, fino ad oggi, gli Stati Uniti, tanto sotto amministrazioni democratiche quanto repubblicane, sono stati senza dubbio il centro del processo di mondializzazione e, se un tempo forse una posizione di predominio dell’America poteva essere tollerata dalle altre nazioni in chiave anticomunista, oggi tale alibi non sussiste più.

Come si può giudicare un candidato presidente che parla della NATO come di un’organizzazione “obsoleta”, prendendo persino in considerazione l’idea di un suo scioglimento?

Allo stesso tempo, come si devono giudicare queste parole del candidato repubblicano: “Ma la base centrale del potere politico mondiale è proprio qui, in America; il nostro corrotto sistema politico è il più grande potere che appoggia gli sforzi per una globalizzazione radicale e per la privazione dei diritti dei lavoratori. Le loro risorse finanziarie sono praticamente illimitate, le loro risorse politiche sono illimitate, i loro mezzi di comunicazione sono senza pari, e, soprattutto, la profondità della loro immoralità è assolutamente senza limiti”.

Nessun candidato, tanto meno un candidato repubblicano, aveva parlato in questi termini del ruolo del proprio governo.

Il riferimento, poi, ai diritti dei lavoratori è centrale e fulcro del motore del successo di Trump, come di tutti gli altri movimenti sovranisti attualmente in essere.

E’ infatti indubitabile che il processo di mondializzazione non abbia portato solo benefici, come i suoi fautori invece continuano a sostenere. In un mondo senza frontiere e senza sovranità, si creano inevitabilmente perdenti e vincenti.

I risultati del NAFTA, l’accordo di libero commercio nell’area del Nord America, ossia uno dei bersagli preferiti da parte di Trump, insieme ai trattati in cantiere del TPP e del TTIP (rispettivamente i trattati di libero commercio per l’area del Pacifico e quella Atlantica), sono d’altra parte sotto gli occhi di tutti.

Queste politiche hanno aumentato la produttività della aziende più grandi, che beneficiano di maggiori mercati di sbocco e massimizzano quindi le proprie economie di scala, così come i propri vantaggi competitivi, e aumentano sul mercato la disponibilità e la varietà di beni, ma l’altra faccia della medaglia è che i posti di lavoro meno produttivi tendono a poter essere soppiantanti da altri, collocati in altri paesi.

In questi anni in America, secondo le statistiche, è in forte crescita il divario di reddito tra chi possiede un titolo di studio superiore e chi invece ne è sprovvisto. I redditi dei primi crescono e quelli dei secondi declinano.

Facile allora capire perché Trump sia riuscito a rompere alcuni dogmi dell’universo ideologico del GOP, come appunto quello del libero commercio, appoggiandosi allo scontento della working class americana.

Allo stesso tempo, la ricetta antiglobalista di Trump, nella sua sfida alle élites che beneficiano del globalismo, si salda alla critica morale al presunto progresso di cui quelle élites si fanno portatrici.

Un mondo senza frontiere è un mondo liquido in senso assoluto, dove alla perfetta mobilità corrisponde la mobilità morale, il gender e la fluidità dei generi sessuali sembra essere l’apice di questo universo mentale.

La mobilità implica l’indifferenza: se ogni consumatore, per aumentare l’efficienza del mercato, deve potersi muovere liberamente di nazione in nazione, allora non devono più sussistere differenze tra cittadini e stranieri. Nel mondo del mercato unico, nessuno è straniero e perciò le differenze non assimilabili dal mercato sono definite come arretratezze e ostacoli

Le e-mail, dello staff della Clinton, lasciate trapelare da WikiLeaks, in cui si biasimano i cattolici americani come un gruppo sociale retrogrado, bigotto e medioevale, confermano quest’assunto.

Si distingue allora il nuovo motto di Trump, un solo popolo, un solo Dio, una sola bandiera.

Piaccia o no, Trump segna uno spartiacque: di qua la differenza tra un popolo e l’altro, tra una nazione e l’altra, di là l’indifferenza; di qua la differenza tra credere o meno in un Dio (e in particolare in un Dio cristiano), di là l’indifferenza rispetto alla nozione di Dio; di qua la differenza del riconoscersi legati ad una bandiera, di là il riconoscersi in qualunque o nessuna bandiera.

Nel corso del dibattito presidenziale, Trump, dicendosi pro-life e pronto a nominare giudici della Corte Suprema dello stesso avviso, ha rotto ancora con un altro dogma dell’imperante mondo progressista, ossia della mobilità morale assoluta, quella mobilità che trasferisce il potere di vita e di morte su di un innocente, su di una scelta soggettiva e individuale.

Non sappiamo quanto lo stesso Trump sia cosciente delle enormi innovazioni che sta portando sulla scena politica mondiale, né se in caso di una sua vittoria sarà capace di resistere a tutti quei centri di pressione del potere reale americano – Congresso, Pentagono, CIA, il suo stesso partito e i suoi stessi collaboratori (basti vedere come Mike Pence, suo compagno di corsa, abbia parlato diversamente da Donald di un personaggio come Putin e del ruolo della Russia) – né se effettivamente questo suo messaggio sarà capace di bucare fino in fondo la cortina fumogena che i media gli hanno scatenato contro.

Uno degli assunti più celebrati delle società liberaldemocratiche, ossia la presenza di una stampa libera, capace di dare un’informazione indipendente ai cittadini in modo che questi possano formarsi un’opinione equilibrata dei propri candidati, si è sgretolato come neve al sole nel corso di questa campagna elettorale.

Compattamente, tutto il mondo mediatico si è schierato accanto a Hillary Clinton.

Compattamente, da mesi si lancia fumo negli occhi dell’elettorato trattando di frivolezze, se non proprio di calunnie, e non si è più trattato delle sorti di milioni di lavoratori americani o di quelle scelte che potrebbero determinare la pace o la guerra, ma di volgari registrazioni tenute in archivio per mesi, forse per anni, in attesa del momento propizio per una crocifissione mediatica.

D’altra parte, sono state lasciate sotto silenzio le rivelazioni gravissime dei vari intrallazzi della candidata democratica, dai milioni di dollari ricevuti dai principi arabi – allo stesso tempo foraggiatori del Partito Democratico come delle peggiori sigle terroristiche del Medio Oriente – a quelli incassati dalle banche di Wall Street, dalle promesse che la candidata democratica ha fatto a costoro – ossia di difenderne sempre gli interessi, impegnandosi per una società senza confini – fino alle chiare responsabilità dell’ex Segretario di Stato nella morte di quattro americani impegnati a Bengasi, o, ancora, dell’aver mentito al FBI e di aver giocato sporco nel corso delle primarie.

Tutti questi fatti sono noti, ma tutti vengono parzialmente o niente affatto riportati mentre lo spazio mediatico è occupato dalla vita personale – poco edificante, quanto poco rilevante politicamente – di Trump.

Per qualche battuta da spogliatoio, Paul Ryan, lo speaker repubblicano del Congresso, ha chiesto che Trump si ritirasse dalla corsa a un mese dalle elezioni. Simili richieste sono state avanzate da John McCain, Mitt Romney e molti esponenti dell’establishment repubblicano. Bush senior ha anzi da tempo indicato la propria preferenza per la Clinton, Mitch McConnell, il capo dei senatori GOP, rimane silente su Trump, quasi non fosse il proprio candidato e sembra anzi più preoccupato a raccogliere fondi per la rielezione dei propri senatori che per la corsa alla Casa Bianca.

Nonostante gli scandali enormi e i crimini della Clinton, nessuno nel Partito Democratico ha richiesto che si ritirasse dalla corsa, né, a parte singolari eccezioni, alcun giornalista ha messo in dubbio la candidabilità della stessa signora Rodham, né qualcuno si è preoccupato di pensare che, davanti a tanta corruzione, i timori espressi da Trump che le elezioni potrebbero essere manipolate potessero essere fondati.

Si dice che a volte per giudicare un uomo è più facile osservare chi siano i suoi nemici. Guardate chi sono i nemici di Trump, traete le vostre conclusioni.