Teseo Tesei, eroe italiano

Teseo Tesei, eroe italiano

In un’epoca come l’attuale, così marcatamente segnata dalla decadenza, dal degrado dei costumi e della morale collettiva, la figura dell’eroe non poteva che passarsela piuttosto male, ridotta ad una cartolina pallida e sbiadita, mortalmente colpita dalla spettacolarizzazione dei media e dai canoni buonisti ed utilitaristici degli opinion maker. Eppure è esistito un tempo, non più di settanta anni fa, in cui migliaia di eroi silenziosi si sono sacrificati oltre ogni limite umano, realizzando imprese straordinarie e donando la loro stessa vita in nome di un ideale e di un codice d’onore.

Per questo, sono particolarmente orgoglioso di dedicare queste poche righe ad uno dei tanti eroi italiani rimasti fuori dalla storia dei vincitori, affinché, attraverso il suo ricordo, possano rivivere gli innumerevoli atti di eroismo e di gloria di una delle generazioni più belle della nostra storia nazionale.

La vita di Teseo Tesei non può essere separata neanche per un attimo da quella della Decima Flottiglia Mas, dalla sua nascita e dal suo eccezionale sviluppo, a cui contribuì in maniera fondamentale. Dal 1935, in qualità di giovane tenente del genio navale imbarcato sui sommergibili della flottiglia a La Spezia, inizia a dedicarsi anima e corpo alla creazione e poi al perfezionamento delle nuove micidiali armi di attacco che renderanno la Decima una leggenda vivente, sia in Italia, sia tra le stesse forze nemiche.

Sommergibili tascabili, siluri pilotati, barchini esplosivi, uomini gamma armati di cimici o mignatte, sembrano inizialmente, a molti alti esponenti della Regia Marina, delle trovate dal sapore quasi folkloristico e poco in linea con la drammatica concretezza di un conflitto mondiale che diviene, nel giro di pochi anni, sempre più incombente ed inevitabile. Grazie alla testardaggine di pochi “pazzi”, tuttavia, quei nomi così improbabili diventeranno tremendamente familiari, soprattutto nei tanti porti nemici violati dai nostri eroi.

Teseo Tesei non solo fu, in qualità di ingegnere, il principale artefice dell’evoluzione tecnica dei nuovi mezzi d’assalto ma partecipò direttamente al pericoloso addestramento sulla principale arma in realizzazione: il siluro pilotato. L’S.L.C.(siluro a lenta corsa), più comunemente detto maiale, è un vero e proprio siluro lungo circa sei metri e mezzo e con un diametro di 50 cm, sul quale trovano posto, come in sella ad un cavallo, due uomini.

Ma facciamoci guidare dalla sua testimonianza: “Vedete la sagoma del vostro bersaglio in risalto contro il cielo. Lo avete sognato per mesi, vi ci siete allenati per anni. Questo è il momento conclusivo. Il successo significa la gloria; il fallimento un’occasione unica perduta per sempre. A “quota occhiali” ci si avvicina fino ad una trentina di metri dal bersaglio. Forse vi è qualche luce in coperta; il bagliore di un fiammifero che accende una sigaretta o qualche nota di canzone del locale equipaggio ti ricordano che quel che cerchi di uccidere è cosa viva. Prendi la rotta esatta sulla bussola, poi allaghi la cassa di immersione e l’acqua si chiude sulla tua testa. Tutto è freddo, buio e silenzio. L’oscurità diventa improvvisamente più fonda: sai che sei sotto la nave. Fermi il motore ed apri la valvola che caccerà via l’acqua dalla cassa di immersione. Ti domandi se incontrerai lamiere lisce o taglienti denti di cane che ti rovineranno le dita o faranno a pezzi il tuo vestito di gomma e l’acqua di mare vi penetrerà. Eccoci contro la carena. Senti un colpo sulla spalla: è il tuo secondo che ha trovato l’aletta e vi sta fissando un morsetto. Fissa anche il secondo. Nel buio tu sai che sta collegando la testa carica alla cima tesa sotto la nave fra le alette di rollio. Ora la testa è stata staccata; la spoletta ad orologeria che farà esplodere i 300 kg della carica fra due ore e mezzo comincia a scandire i suoi secondi. L’uomo torna al suo posto; tre colpi sulla spalla: tutto fatto. Il lavoro è terminato. Metti in moto il motore, ti sfili di sotto la nave e vieni a galla. Ora puoi pensare a metterti in salvo”.

Teseo Tesei, che aveva accumulato una grandissima esperienza, frutto di lunghi anni di sperimentazioni, duri addestramenti ed intensa attività operativa, sosteneva, con parole terribilmente profetiche che “L’esito della missione non ha molta importanza e neanche l’esito della guerra. Quello che veramente conta è che vi siano uomini disposti a morire nel tentativo, e realmente muoiano: perché è dal sacrificio nostro che le successive generazioni trarranno l’esempio e la forza per vincere”.

Dopo anni di privazioni, di logorio fisico e di una vita al costante servizio della patria, anelava ancora ad un ultimo estremo sacrificio, ad un obiettivo che da anni coltivava nella sua mente e per il quale intendeva spendere le sue ultime, deboli energie: Malta. Principale piazzaforte inglese nel Mediterraneo, rappresentava da sempre una grave minaccia per la sicurezza dei nostri rifornimenti verso l’Africa, e la mancata occupazione dell’isola da parte della flotta navale italiana allo scoppio del conflitto si rivelò, ben presto, un tragico errore.

Ecco come il comandante Borghese ricordava la testardaggine di Tesei nel voler prendere parte ad ogni costo, nonostante il suo stato di salute, alla delicata missione contro il porto de La Valletta: “Avendo conosciuto Tesei, le sue idee, la sua forza di carattere, quel che significava per lui morire nel corso di una missione, sono portato a concludere che l’insistenza di Tesei a voler operare nella missione “Malta” fosse dovuta ad una ferma determinazione da lui presa: non lasciarsi sfuggire l’occasione per realizzare il suo intento di saltare in aria col “maiale” contro le ostruzioni nemiche. Già nelle precedenti attività belliche, Tesei aveva fatto di più di quanto è umanamente possibile attendersi da un uomo. Operatore nella prima missione contro Alessandria, si era prodigato inesauribilmente per venti ore nel tentativo di salvare i sopravvissuti del sommergibile Iride, prigionieri in fondo al mare nel tragico relitto. Lo sforzo compiuto aveva ulteriormente leso il cuore, già intaccato per i molti anni di prove e addestramenti con il respiratore subacqueo. Aveva volontariamente partecipato alla seconda missione dello Scirè contro Gibilterra: al rientro in sede da questo nuovo sforzo, era stato dichiarato inidoneo a sommozzare per mesi sei, per grave vizio cardiaco. Malgrado ciò e sebbene egli conoscesse perfettamente le conseguenze che sarebbero derivate dalla trasgressione all’ordine sanitario, chiamato a Taranto in occasione dell’aero-siluramento della nave da battaglia Cavour, si prodigò incessantemente per giorni e giorni fornendo, con numerose e prolungate ispezioni subacquee alla nave, utilissimi elementi che contribuirono ad impedirne la perdita. Aveva fatto offerta di sé poco a poco, anziché in un attimo sublime e fatale, come era stato il suo sogno: chiedeva ora di spegnere la residua fiamma di vita in un generoso compito, sacrificandosi a favore dei suoi compagni, nel tentativo di cogliere una grande vittoria. Questa fu la meditata e cosciente scelta di Teseo Tesei. Di così ardente passione erano animati i suoi propostiti ch’egli riuscì a vincere le umane esitanze e i dinieghi di Moccagatta, facendogli accogliere la sua offerta”.

Dopo giorni di rinvii, di dubbi ed esitazioni, la missione prende definitivamente il via la sera del 25 luglio del 1941, agli ordini del capitano di fregata Moccagatta. Il compito di Tesei e del secondo capo Pedretti è quello di far saltare in aria le ostruzioni che impediscono l’accesso al porto nemico. Nonostante l’operazione di avvicinamento fosse stata regolare e condotta senza particolari impedimenti, a causa di un improvviso malfunzionamento dell’apparecchio che deve condurli nei pressi del ponte di Sant’Elmo, da cui partono le ostruzioni da colpire, l’azione subisce un rallentamento di circa un’ora sulla tabella di marcia prevista, il che non lascerebbe a Tesei tempo sufficiente per allontanarsi incolume dalla zona delle esplosioni. Nessun dubbio sfiora la mente del nostro assalitore, nessuna paura; si congeda dal tenente di vascello Costa con queste ferme parole: “Presumo che non farò in tempo che a portare a rete il mio SLC. Alle 4.30 la rete deve saltare e salterà. Se sarà tardi, spoletterò al minuto”.

E così sarà, senza la benché minima esitazione. Un sacrificio eroico, ma sfortunatamente vano. I sei barchini che, superate le ostruzioni nemiche, si lanceranno all’attacco del porto saranno immediatamente accolti da un terrificante fuoco nemico, grazie ai radar che, già dalla mezzanotte, tengono sotto tiro i nostri sfortunati eroi. Il bilancio finale della missione sarà di quindici caduti e diciotto prigionieri, una tragica e penosa conta che trasformerà l’operazione “Malta” nell’insuccesso più glorioso della storia della Decima Mas.

Il Maggiore Teseo Tesei riceverà la medaglia d’oro al valore e l’onore di vedere, dall’alto dei cieli, intitolato a suo nome il reparto subacqueo dell’amata Decima. Appena una settimana prima di portare a compimento il suo destino, si congedava così da un suo caro amico: “Quando riceverai questa lettera avrò avuto il più alto degli onori, quello di dare la mia vita per il Re e per l’onore della Bandiera. Tu sai che questo è il più grande desiderio e la più elevata delle gioie per un uomo…”.

Onore a Teseo Tesei, martire ed eroe italiano! Onore a tutti i caduti per l’Italia!