Barbalbero è vivo e lotta insieme a noi. La vita segreta degli alberi

Barbalbero è vivo e lotta insieme a noi. La vita segreta degli alberi

Porsi domande sul funzionamento degli alberi è aprire un vaso di pandora. Come decidono gli alberi quando riprodursi, come procurarsi da bere e da mangiare, come difendersi da vicini troppo invadenti, come relazionarsi coi loro fratelli, con alberi di altre specie, coi funghi e con l’ecosistema della foresta? Come fanno a “vedere” e a “sentire”, a sapere in che stagione siamo, quando mettere le foglie e quando lasciarle cadere? Come si ammalano e come si curano? Come fanno alberi “feriti” a morte a sopravvivere e talvolta a riprendersi? Come si difende un albero, se un animale ne mangia le foglie, e come fa ad avvertire i suoi simili, in modo che possano prendere le contromisure necessarie? Come pompano acqua in alto lungo il tronco senza un cuore e come prendono decisioni, se non hanno un cervello? Perché in certe circostanze emettono certi suoni e perché reagiscono solo a determinate frequenze? Perché gli alberi piantati dall’uomo vivono meno bene e meno a lungo di quelli delle foreste naturali? Perché hanno bisogno anche loro della famiglia e dei loro vecchi?

Le risposte date da Peter Wohlleben nel suo La Vita Segreta degli Alberi lasciano talvolta a bocca aperta e ci fanno apparire la foresta molto più viva e cosciente di quanto potessimo sospettare. L’autore – una vita da guardia forestale e studioso di scienze forestali – scrive sulla scorta delle proprie esperienze e dei più recenti studi scientifici sull’argomento, ma la foresta che ci descrive ricorda irresistibilmente certi boschi del Signore degli Anelli di Tolkien e, in particolare, gli Ent di Barbalbero, a riprova che il “mitico” e il “simbolico” non sono opposti allo scientifico e al razionale, ma piuttosto complementari ad essi. Del resto, la foresta ha ospitato a lungo i nostri antenati, imprimendo segni indelebili nella nostra psiche e, anche quando ne siamo usciti e abbiamo costruito le città, abbiamo sentito il bisogno di “riprodurla” in un contesto civilizzato, non solo nei parchi, ma persino negli edifici più nobili, sotto forma di colonne che ricordano i tronchi degli alberi e che ancora oggi caratterizzano molte delle nostre chiese e cattedrali più belle.

L’ALBERO CHE CONTA, RICORDA E DECIDE

Già il singolo albero si rivela più attivo di quanto possa apparire: capisce che arriva una stagione non dalla semplice temperatura, ma anche dalle ore di luce. “Parrebbe che gli alberi sappiano contare! Solo quando le giornate calde hanno superato un certo numero, gli alberi accordano la loro fiducia al dato climatico e decidono che l’inverno è finito” e parallelamente dipendono “anche dalla lunghezza delle giornate. I faggi, ad esempio, partono in quarta solo quando c’è luce per almeno tredici ore al giorno… E’ la combinazione della durata del giorno e della temperatura a innescare la giusta reazione”, spiega l’autore. Queste risposte pongono a loro volta altri interrogativi: in che modo l’albero vede la luce? Probabilmente con le foglie “dotate di qualcosa di simile alle cellule solari e, quindi, perfettamente equipaggiate per la ricezione delle onde luminose”, ma in assenza di foglie, anche con minuscole gemme dormienti racchiuse nella corteccia del tronco. Un albero europeo trapiantato a sud dell’Equatore impara così ad adattarsi alle opposte stagioni dell’emisfero australe. “E incidentalmente questo proverebbe anche un altro dato: gli alberi devono avere una memoria. Come potrebbero, diversamente, operare paragoni rispetto alla durata del giorno, oppure contare le giornate calde?”

LE RADICI PROFONDE …

Ma se l’albero ha una memoria, impara da esperienze passate, riceve sensazioni e informazioni tramite dei sensi, invia messaggi odorosi, chimici, elettrici, forse persino uditivi, elabora nuove soluzioni ai problemi, dove si trova il centro decisionale e di coordinamento delle diverse attività, l’equivalente del cervello degli animali? La discussione tra gli studiosi è ancora accesa, ma probabilmente la “mente” dell’albero si trova nelle radici, che regolano tutte le attività tramite processi chimici, assorbono sostanze, le trasportano, trasmettono segnali di allarme agli alberi vicini, decidono di mutare direzione se trovano sostanze velenose, troppo umide o semplicemente impenetrabili, nutrono i propri figli e amici, riconoscono le radici dei propri simili e le distinguono da quelle delle specie estranee. Se questo fatto – la presenza di un “cervello” nelle radici – dovesse essere confermato dalle future ricerche, si potrebbe dire che l’albero è “a testa in giù”, diretto cioè verso le profondità della terra, e si evidenzierebbe una curiosa armonia tra il mondo degli alberi, proiettato verso il basso, il mondo animale, che agisce in orizzontale, e quello dell’Uomo, l’unico creato anche fisicamente per guardare senza fatica verso il cielo – non a caso detto Anthropos, colui che guarda verso l’alto.

UNA COMUNITA’, A TUTTI I COSTI!

Ma tornando agli alberi, è il loro comportamento collettivo quello che desta più sorprese e offre spunti di riflessione profonda. Gli alberi di un bosco piantato dall’uomo sono per lungo tempo tanti singoli (che, raggiunta una certa età, vengono in genere tagliati e sostituiti), mentre quelli di una foresta naturale sono già una Comunità organica, almeno nell’ambito della stessa specie. Gli alberi conoscono la famiglia, l’amicizia e la solidarietà comunitaria, si consociano tramite le radici, formano nel tempo una fitta rete, un sistema intrecciato che collega tra loro gli individui della stessa specie in modo da garantire lo scambio di sostanze nutritive e informazioni e l’aiuto reciproco tra simili. Un singolo albero non cambia il clima, è in balia degli agenti atmosferici, ma “molti alberi creano un ecosistema che mitiga gli eccessi di calore e di freddo, immagazzina un mucchio d’acqua e produce aria molto umida. In un ambiente del genere gli alberi possono vivere al sicuro e diventare vecchissimi. Per ottenere questo risultato, la comunità dev’essere conservata a qualsiasi prezzo”. Questo implica anche l’aiuto altruistico a individui vecchi o malati, che potrebbero apparire darwinianamente inutili o di peso agli altri.  Stupefacente il fatto che esistano differenze “caratteriali” tra gli individui. Ci sono alcuni più individualisti e scorbutici, che rifiutano di inquadrarsi nella comunità e vivono una vita più solitaria e più dura (e con minori possibilità di sopravvivenza: l’egoismo non paga) e altri che non solo si integrano in modo totalitario, ma arrivano a stringere amicizie durature con i simili vicini: in questi casi gli amici evitano di venire a contatto coi rami più robusti, per non privarsi a vicenda di luce e spazio, mentre sviluppano rami più grossi verso l’esterno e gli altri, come se si guardassero le spalle a vicenda. In certi casi, la vita e la morte di questi amici viene a coincidere, in altri la fedeltà all’amicizia si spinge fino a nutrire e tenere in vita anche un ceppo tagliato: l’autore racconta di un ceppo di albero abbattuto da almeno 400 anni e marcito al centro, ma che sopravvive in tratti di corteccia e nelle radici, venendo alimentato dai vicini! Questo non avviene sempre: certi ceppi muoiono in poco tempo, altri invece sopravvivono, aiutati dai vicini; altri ancora giungono a ricrescere con un nuovo tronco. Sembrerebbe, afferma l’autore, che anche tra gli alberi esistano differenze di classe! Evidentemente, più ci si dona alla comunità e più si viene poi sostenuti nelle difficoltà e forse, aggiungiamo noi, più che di classi, dovremmo parlare di corporazioni. Ulteriori motivi di nota sono il fatto che anche tra amici vicinissimi che condividono terra, temperatura e acqua si mostrano differenze caratteriali nella reazione alle mutevoli condizioni climatiche e di esposizione alla luce (la comunità non annulla l’individuo), ma ancor più il comportamento dei malati e dei vecchi, che sentono avvicinarsi la morte e sembrano attivarsi più del solito verso la riproduzione: l’essenziale non è la sopravvivenza del singolo, ma l’assicurarsi una continuità tramite una discendenza più numerosa possibile!

Naturalmente, anche le specie degli alberi differiscono tra loro come le etnie tra gli uomini. Possiamo dire che hanno una identità. La quercia, per esempio, ha capacità di adattamento e resistenza individuali proverbiali, mentre i faggi conducono un gioco di squadra implacabile e che il politicamente corretto di oggi definirebbe francamente “razzista”: il faggio dell’Europa centrale “ha un incredibile senso del sociale, ma solo nei confronti degli individui della sua specie, mentre con gli alberi estranei mette in atto un accerchiamento incalzante allo scopo di farli arretrare”. Provate a predicare una strategia simile a favore del vostro popolo e vedrete come vi etichettano!

LA LOGICA DI INTERNET NELLA FORESTA

Un discorso a parte meritano i funghi, spesso amici indispensabili degli alberi, ma talvolta loro assassini. Sembra che tra le loro funzioni ci sia quella di velocizzare le comunicazioni tramite i loro finimenti, sottilissimi e incredibilmente estesi, lungo i quali corrono le informazioni per tutta la foresta anche tra specie diverse e persino tra foreste differenti! Evidentemente, la natura conosceva la logica di internet molto prima di noi. Non solo: i funghi sembrano mediare tra le differenti specie di alberi per evitare il trionfo totale di una sola specie e la conseguente morte delle altre, così da mantenere un ecosistema equilibrato, nell’interesse di tutta la foresta.

In che cosa differiscono una coltivazione, un parco urbano o un bosco piantato dagli uomini (dove gli alberi vengono presto tagliati e sostituiti da altri più giovani) da una foresta naturale? Essenzialmente in questo: nella foresta esiste la comunità organica, fatta di rapporti intergenerazionali, familiari, amicali e identitari, mentre nella piantagione non c’è il tempo di creare legami stabili e, quindi, assistenza reciproca. Perciò la piantagione è così facilmente preda dei parassiti e necessita di sostanze nocive per eliminarli ed è per questo che gli alberi di città vivono una vita difficile e stentata da “bambini di strada”, senza famiglia. Vediamo un parallelo con le società umane: una comunità tradizionale – un villaggio, un quartiere vivo, un popolo, una etnia – sono appunto “comunità” con legami, assistenza vicendevole, senso di un destino condiviso. Un quartiere moderno o un suo singolo condominio abitato da una massa di persone che si ignorano tra loro sono una cosa diversa, più fragile e vulnerabile e, in definitiva, meno protettiva nei riguardi dei singoli che sono – è il caso di dirlo – degli sradicati.

L’INTUIZIONE DI TOLKIEN

Al termine del libro, come si è già accennato, è facile, per chi conosce Il Signore degli Anelli, sorridere e pensare agli Ent e, più in generale, ai boschi immaginati da Tolkien. Se, infatti, altri personaggi della saga tolkeniana – uomini, elfi, nani, orchi – sembravano in parte più reali, in quanto raffiguranti in qualche modo diversi tipi umani a noi in fondo familiari, gli Ent apparivano ancor più fiabeschi e immaginari, quasi una esagerazione della fervida fantasia di Tolkien. Dopo le recenti scoperte sul mondo degli alberi, invece, certe caratteristiche degli Ent e degli alberi a loro affidati ci sembreranno molto più reali di quanto potessimo sospettare. Certo, gli alberi non camminano come gli Ent, perlomeno non in quanto singoli, ma di sicuro lo fanno in quanto specie, che mira non solo a difendere il proprio territorio, ma anche a colonizzare nuove aree per crescere e moltiplicarsi: un processo lento ma costante (“cos’è mai un ritardo di un paio di secoli in termini arborei?”, ci ricorda l’autore), inserito in un contesto naturale talmente equilibrato, armonico e integrato da apparire provvidenziale. Come diceva San Bernardo di Chiaravalle: “Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà”.