Retaggi proto-indoeuropei nella Valle d’Aosta orientale

Retaggi proto-indoeuropei nella Valle d’Aosta orientale

Lo scopo di questo articolo è gettare una prima luce, per quanto possibile, su un settore di studio ad oggi poco esplorato: le influenze ancora visibili della cultura proto-indoeuropea nel nostro Paese.
Per trattare questo argomento, come primo approccio, si è scelto un ambito territoriale limitato: le vallate poste all’estremo nord-est della Valle d’Aosta che, per la loro peculiare posizione geografica e per la loro storia, hanno potuto conservare fino ai nostri giorni tracce altrove cancellate.

Il riferimento è, in particolare, alla ricerca di eventuali retaggi di una presenza proto-storica lungo le testate del massiccio del Monte Rosa, in corrispondenza delle vallate di Ayas e Gressoney.

Come noto, queste due valli possono considerarsi “gemelle”: entrambe poste alla base della medesima catena montuosa, entrambe tradizionalmente di lingua e cultura germanica (Walser), sebbene la presenza di tale etnia in Val d’Ayas sia da alcuni decenni sostanzialmente estinta. Un ulteriore punto di contatto fra le due valli è costituito dal radicato isolamento che, per ragioni climatiche, culturali e geografiche, le ha caratterizzate fino a tempi molto recenti.

Le premesse per la conservazione di retaggi ancestrali, dunque, ricorrono tutte: si tratta, infatti, di luoghi che le vicende storiche degli ultimi secoli hanno toccato in maniera relativamente marginale.
A rendere di particolare interesse i luoghi in esame, inoltre, è il fatto che alla “chiusura” degli ultimi secoli – grossomodo, degli ultimi 700 anni – faccia da controaltare un passato di grande interconnessione e vivacità. Un periodo, questo, interrotto bruscamente dalla c.d. “piccola glaciazione” che, dal basso Medioevo fino a tutto il XIX secolo, ha sigillato i principali passi alpini che costituivano le vie di accesso tradizionali alle vallate in questione.

L’orizzonte di questa ricerca, tuttavia, non riguarda il momento immediatamente precedente al periodo freddo medievale, ma si spinge più indietro nel tempo e, nella sostanza, può esprimersi con la seguente domanda: “è possibile che, nel ciclo millenario di glaciazioni e disgeli che hanno interessato questo versante del Monte Rosa, siano rimasti ‘intrappolati’ retaggi della cultura ancestrale indoeuropea?”. Le risposte, come vedremo fra poco, sono decisamente interessanti.

Va chiarito, al riguardo, che per “cultura ancestrale indoeuropea” deve intendersi, specificamente, l’insieme delle credenze, conoscenze e tradizioni – ad oggi non completamente conosciute – proprie delle popolazioni originarie del nostro continente: vale a dire quelle che, a partire grossomodo dal 50.000 a.C. e fino ai millenni immediatamente successivi all’ultima grande glaciazione (12.000 a.C.), hanno costituito il substrato delle odierne popolazioni europee.

Di queste conoscenze e della loro diffusione omogenea su una vasta area territoriale sopravvivono, ancora oggi, tracce evidenti, che – a partire dal XIX secolo – la linguistica, l’antropologia e la storiografia hanno ricostruito in maniera sempre più precisa. Si considerino, fra i diversi elementi, le ricostruzioni della c.d. “lingua proto-indoeuropea” rese possibili dalla comparazione fra idiomi lontani nello spazio eppure sorprendentemente simili (es. sanscrito, greco arcaico, lingue indo-iraniche, lingue celtiche, ecc.).

Proprio la linguistica fornisce un primo spunto di riflessione rispetto alle aree geografiche che qui vengono considerate e, in particolare, riguarda una delle attività che hanno determinato lo sviluppo delle popolazioni indoeuropee nel loro percorso storico: la metallurgia.

L’arte di lavorare il metallo risale, quantomeno, al VI millennio a.C.; i luoghi in cui la metallurgia è sorta sono ancora oggetto di studio ma, quale dato certo, si può indicare il continente europeo come area di sviluppo della lavorazione dei metalli (attuali Serbia, Portogallo, Spagna, Regno Unito, ecc.).

La Valle di Ayas, fin da epoca preistorica, è stata conosciuta per la particolare abbondanza di minerali lavorabili, fra cui – in particolare – l’oro. Le testimonianze storiche in nostro possesso dimostrano che, fino almeno dall’epoca romana, le miniere di Ayas erano note e sfruttate in maniera regolare e intensiva.

Ebbene, a dati certi quali (i) la presenza umana alle pendici del Monte Rosa fin dall’età preistorica e (ii) l’esistenza in loco di siti minerari conosciuti e sfruttati ininterrottamente da millenni, si accompagna un rilievo linguistico/toponomastica di particolare significato: la forma indoeuropea per designare il metallo è, appunto ayas, termine che sopravvive ancora inalterato nella lingua sanscrita.

Colpisce, inoltre, la precisione con la quale – in origine – il nome Ayas stava a designare la sola parte Nord della valle omonima, vale a dire, contemporaneamente, la parte in cui si trovavano le direttrici di valico verso il cuore dell’Europa (es. colle della Bettaforca), poi sigillate dalle glaciazioni, e la zona di maggiore abbondanza di metallo lavorabile.

A tale considerazione si aggiunge il fatto che il termine “ayas” non conosce equivalenti o somiglianze nelle parlate che, via via, si sono succedute sul territorio in epoca più recente (dialetti germanici, latino, francese, piemontese, italiano). Un dato, questo, che indica l’antichità del termine in questione e della sua utilizzazione rispetto all’area specifica che ancora oggi viene così designata.

Spostandoci nella valle attigua, ossia nella Valle di Gressoney, ad una manciata di chilometri – e ad oltre tremila metri di quota – troviamo ulteriori sopravvivenze ancestrali che destano, quantomeno, turbamento e stupore.

Questa volta, l’ambito di interesse é il folklore, che – in quest’area geografica – ci svela anzitutto un mito complesso e vivido: quello della Città Sepolta di Felik.
In sostanza, le fonti – orali e, più tardi, anche scritte – parlano dell’esistenza di una città che, nella remota antichità, sarebbe sorta sulle pendici del Monte Rosa, ove oggi è situato l’omonimo ghiacciaio. In seguito, la città sarebbe stata avvolta da nevi eterne e, oggi, giacerebbe intatta nelle cavità del ghiaccio e della roccia, preservando i propri tesori.

Anche a voler prescindere dalle ricerche che, in passato, hanno dato in zona esiti del tutto peculiari (tracce di costruzioni in muratura oltre i 3.000 metri di quota), colpisce la assoluta sovrapponibilità del nucleo di questo mito – particolarmente elaborato per una regione alpina – con gli archetipi dominanti in tutto il folklore indoeuropeo pre-cristiano e preistorico: la Città Sepolta, simbolo di conoscenza esoterica; la Montagna, emblema della vicinanza alla divinità e di purezza; il tesoro, anch’esso simbolo del buon esito della ricerca iniziatica. Il tutto, situato a Nord, ossia verso le sedi iperboree della tradizione indoeuropea.

Al mito in esame corrisponde, spostandosi di pochi chilometri lungo la dorsale orientale del Monte Rosa, un mito complementare e altrettanto interessante: la Valle Perduta che, secondo le popolazioni locali, fiorirebbe eternamente fra i ghiacci e le vette.

Stupisce, al riguardo, riscontrare analogie vividissime con il mito della città aria di Shambala, situata sotto la catena dell’Himalaya fra una vegetazione inestinguibile e, come noto, sede degli insegnamenti tradizionali più profondi. Anche sotto questo aspetto, quindi, si riscontrano assonanze insospettabili che, quantomeno, inducono ad una riflessione.

In questo breve studio preliminare, quindi, abbiamo dato atto di elementi che, seppure frammentari e meritevoli di approfondimento, inducono a ritenere che, nel cuore d’Europa, sopravvivano voci di un passato millenario che, ancora oggi, attendono di essere riscoperte. Che sia l’auspicio, dunque, di una riscoperta profonda e consapevole della nostra Identità.