Il progressismo e quell’insano bisogno di odiare

Il progressismo e quell’insano bisogno di odiare

Alla vigilia delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, si fanno sempre più marcate l’avversione e la paura nei confronti del candidato repubblicano, Donald J. Trump. Il mondo “left”, che spazia dai democratici a una certa parte dello stesso GOP, vede nel magnate di New York la più grande minaccia non solo per il popolo statunitense, ma per il mondo intero. I motivi di tutto questo astio rimangono vaghi ed oscuri, ma sicuramente non si basano principalmente sulla passata vita imprenditoriale di Trump, di certo non del tutto limpida.

Donald Trump è, invece, soggetto a un vero e proprio processo alle intenzioni, non a quel che fece in passato: in altre parole, il timore è quello di essere governati dall’ennesimo mostro nemico dei diritti (civili), che si opponga a quell’atmosfera di cambiamento tanto agognata dai “left”; un cambiamento che, comunque, non comprende trasformazioni sociali concrete in campo sanitario e scolastico. A dispetto del passato, il progressismo moderno ha quasi completamente accantonato ogni desiderio di riforma sociale, facendo ormai più leva sulle classi più abbienti che non sugli strati popolari e sugli “sconfitti” della globalizzazione.

L’atteggiamento isterico dei “left” americani è legato a doppio filo a quello, forse ancor più paranoico, dei loro omologhi del Vecchio Continente: anche da noi, infatti, il progressismo radical chic, i benpensanti da salotto, i custodi della sapienza laico-antifascista necessitano quotidianamente del mostro contro cui diffondere odio, paura e menzogne, quasi sempre ignorando le vere colpe del personaggio in questione.

Ad esempio, supponendo che un politico corrotto, che da vent’anni prende tangenti e ruba milioni alla comunità, affermi un giorno che la famiglia debba essere solo quella tradizionale e che l’immigrazione vada controllata, i benpensanti europei si scaglierebbero contro queste frasi, pienamente condivisibili, trascurando i crimini veri; in parole povere, le parole diventano spesso più gravi dei fatti.

Per i progressisti nostrani, l’odio può concentrarsi su un individuo o su un gruppo di persone, su cui scaricare la colpa di tutti i mali del mondo: cattolici, nazionalisti, lavoratori, persone che non viaggiano, obiettori di coscienza… in sintesi, chi non ha commesso nessun crimine, ma possiede la grande colpa di non essere omologato al feticcio del “cambiamento”. Ed ecco che, come sempre, viene rievocato lo spettro del Ventennio, che in qualche modo è sempre collegabile; ciò avviene poiché non sempre i mass media offrono un volto o una sigla contro cui urlare; dunque, è necessario riesumare personaggi e idee del passato, per nutrirsi di odio.

I cosiddetti “omofobi” ed i cosiddetti “xenofobi” sono sempre accusati di cercare una categoria di persone su cui sfogare la propria rabbia; ma, come ci dice la cronaca stessa, pur manipolata, i casi di violenza fisica e discriminazione sono episodi isolati e quasi sempre opera di persone più disturbate che politicizzate. Non esiste, quindi, un clima di odio nei confronti di omosessuali o stranieri – anche se c’è chi vuole far passare per odio la difesa della famiglia naturale e della tradizione culturale e sociale dei popoli – ma esiste un odio, quello sì, verso chi si oppone al “progresso”. Sia egli in vita, o morto da 70 anni.