The Young Pope: croce e delizia

The Young Pope: croce e delizia

Non siamo critici cinematografici. Dunque, andremo immediatamente al cuore del problema. The Young Pope, la serie ideata e diretta dal premio Oscar Paolo Sorrentino, in onda tutti i venerdì su Sky Atlantic, è un capolavoro o no? Non sembra ci sia spazio per le sfumature. Questa serie, o la si ama o la si odia. Come accade sovente quando il regista napoletano si siede dietro la cinepresa, quello che esce sugli schermi (domestici, in questo caso) non lascia indifferenti. Ne è la prova l’enorme successo di pubblico, capace di battere persino la serie record Gomorra.

Ecco, saremo schietti. Per noi è un capolavoro. Per vari motivi. Innanzitutto, la qualità artistica dell’opera. Storceranno il naso i fanatici del genere, così come coloro per cui una serie deve solo intrattenere, il cinema è arte popolare e non borghese, etc. etc. Ma quando ogni inquadratura è un omaggio alla storia dell’arte (da Caravaggio a Vermeer ai preraffaelliti, ci sono tutti), quando costumi, scenografia, fotografia, musiche e recitazione si mescolano così sapientemente, abbiamo il dovere di spendere un elogio. Anzi, persino di esaltare.

Siamo d’accordo, però. Il cinema non è immagine statica, ma azione, movimento, ritmo. Molti accusano Sorrentino di essere lento ed eccessivamente introspettivo. Ma qui occorre soffermarci un poco. Dobbiamo decidere. Esiste un canone dettato dal mercato e uno dettato dal cuore dell’artista. Secondo noi, un buon regista, deve saper soddisfare entrambi. Sorrentino ci riesce? A nostro parere sì. Anche La sottile linea rossa è lento e spesso statico, benché sia un film introspettivo. Anche Dersu Uzala di Kurosawa è lento. Ma non siamo forse di fronte a due capolavori?

Il secondo motivo per quale riteniamo che The Young Pope sia un capolavoro è Papa Pio XIII. Ora, in ottemperanza allo spirito partenopeo, senza dubbio Sorrentino è un paraculo (non si offendano gli amici di Napoli). Ma un paraculo geniale. Facile suggestionare con un Papa bello, americano, che beve Coca Cola, fuma ed è, passateci il termine, anche un po’ stronzo. Ma, al contrario di quanto affermato da certa critica, lo sguardo è tutt’altro che superficiale. Sorrentino ci mette davanti una contraddizione vivente. Ma non è forse nella tensione tra umanità e vocazione alla santità, tra figura pastorale e ruolo regale, che va osservato, in un’ottica esistenzialista, la figura del successore di Pietro? Non era, anzi, lo stesso Pietro ad essere una figura contraddittoria ed emotiva? Pronto a staccare un orecchio a chi arresta Gesù nel Getsemani, ma anche capace di tradire lo stesso Gesù poche ore dopo.

Anche il Vaticano in salsa House of Cards che ci presenta Sorrentino non è poi così lontano dalla realtà. Macchiette i cardinali? Forse. Ma quanta cruda verità nella spietatezza burocratica di certi principi della Chiesa. Che giustamente, il regista descrive come progressisti e, per tre quarti, omosessuali. La falsità e gli inganni che costoro tramano spesso si annidano anche nella devozione emotiva dei fedeli. Questi ultimi li conosciamo quando con lo sguardo vogliono rapire l’immagine del Papa, comprarla sottoforma di effige sui gadget più svariati. Dio va cercato nella rottura delle certezze del mondo. Questa la grande lezione sorrentiniana.

Insomma, lo ribadiamo. Per noi è e resta un capolavoro. Che merita di essere visto, vissuto e pensato. Un elogio dunque ad un’opera italiana e, perché no, dannunziana, che sembra essere un esempio illustre della gloria artistica del nostro popolo, troppo spesso accantonata da una forzata esterofilia.