Un nuovo 9 Novembre

Un nuovo 9 Novembre

Vince Trump, stravince Trump, contro tutti i sondaggi, contro tutti i giornali (nessun grande giornale americano aveva dato il proprio endorsement a Trump), contro i mega finanziatori di Wall Street che hanno gonfiato la campagna della Clinton di oltre un miliardo di dollari. Vince Trump, il candidato ridicolizzato dai media e per il quale nessuna cancelleria europea aveva minimamente espresso segni di apprezzamento.

Vince il voto popolare e vince in collegi elettorali tipicamente democratici, in stati storicamente connotati da un forte presenza di working class, stati industriali e operai in cui ha sfondato il messaggio antiglobalista di Trump.

Dopo la Brexit, il 2016 ci consegna una vittoria ad una presidenziale USA del tutto inaspettata. Per la prima volta da almeno un secolo, vince un candidato fuori dagli schemi partitici e con forti accenni isolazionisti o, quantomeno, decisamente avversi al processo di mondializzazione attualmente in atto e agli establishment politici, economici, culturali e mediatici che tale processo appoggiano.

Il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino e si avviava a rapida conclusione la spaventosa esperienza del socialismo reale.

Allora, il crollo del blocco orientale sembrò manifestarsi come un fulmine a ciel sereno. L’URSS e i suoi vassalli si sgretolarono improvvisamente per lo stacco totale tra élite dirigente dei partiti comunisti e le masse popolari da loro oppresse.

Oggi, in ogni dove, seppur tramite i processi democratici, si vedono portati alla ribalta candidati e tematiche tutte unite da un solo fil rouge: il primato della sovranità e dell’identità nazionale sulle anonime logiche dei mercati senza confini, che dovrebbero formare un mondo sovranazionale, ineffabilmente posto su una via di progresso e continuo miglioramento.

Le classi più umili, i lavoratori delle nazioni, non la stanno pensando così. Sempre di più, essi rifiutano di essere considerati “sacrificabili” all’interno delle proprie nazioni, a favore di quel processo di costruzione di società senza confini che espande i mercati, i volumi di borsa, magari anche la crescita del PIL, ma non un equa distribuzione della ricchezza, né un rafforzamento delle proprie comunità di appartenenza, destinate a disciogliersi negli ambigui calderoni del melting-pot, tenuti insieme dalla puntigliosa sorveglianza del più soffocante politically correct.

Non sappiamo esattamente cosa farà Trump, non sappiamo esattamente se sarà veramente fedele alle promesse fatte in campagna elettorale: riformare e forse sciogliere la NATO, riformare e forse stracciare i vari trattati di libero commercio internazionale contro i quali Trump si è scagliato con grandissima forza (NAFTA, TTIP, etc…). Non sappiamo se Trump si lascerà plagiare o meno dalle tante lobby presenti in America, e ben presenti anche all’interno del Partito Repubblicano, che difatti non lo ama; tuttavia, la strada è segnata.

Un argine forse si sta creando. Un elettorato che si voleva per forza frustrare ed emarginare, anzi, una vera e propria categoria antropologica, ossia quella dell’uomo bianco non sottomesso ai piagnistei e ai dogmi del pensiero dell’accademia liberal-progressista, è ancora in piedi.

E’ ancora in piedi, e la sua voglia di confini, di protezione, di identità, di buon senso, seguendo la sagacissima quanto banale formula usata da Trump “senza confini non ci sono paesi”, si sta facendo sentire su entrambe le sponde dell’Atlantico.

In America, è nato un fenomeno nuovo che incarna tutto questo: destra dei valori e rigetto del mercatismo liberista, l’Alt- Right (o Alternative Right), un fenomeno nuovo e verso il quale bisogna guardare, per una volta, con favore.

Il 9 Novembre 1989 segnò la fine di un mondo. Senza voler esagerare, è possibile che il 9 Novembre 2016 possa segnare, quantomeno, l’avvio di un altro grande giro di volta della Storia.