Quando la tragedia diventa spettacolo

Quando la tragedia diventa spettacolo

Riprese fatte dai droni sulle povere macerie, satelliti che documentano, da ogni possibile angolazione, la grandezza della faglia sismica. Ed ancora, miriadi di immagine, reportage, video dalle zone rosse dei paesi interessasti dal sisma.

È vero, la nostra insaziabile sete di reality non conosce limiti. Se in occasione del terremoto di Amatrice sono stati i bambini, gli adulti, gli anziani ritrovati tra le macerie ad attirare le attenzioni mediatiche, in questi giorni, successivi alla nuova scossa che ha devastato la città di Norcia, tv e giornali hanno dedicato ampi spazi sulle inestimabili perdite del patrimonio artistico e culturale, irrimediabilmente compromesso. Un’enorme mole di dirette, riprese e foto viene, quotidianamente, sfoggiata dai principali media e fagocitata avidamente dai nostri sguardi algidi e inalterabili, in continua ricerca di emozioni a “buon mercato”.

Nel mare magno dell’informazione, spesso assistiamo a scelte giornalistiche guidate dal desiderio di colpire in modo diretto e “agevole” lo spettatore, sacrificando il fine divulgativo della notizia, a beneficio di aspetti scenografici e sensazionalistici. Nelle attuali tv commerciali, la spietata logica dell’audience prevale su ogni cosa. Nessuna deontologia professionale, ma soprattutto nessun impulso di coscienza: per questioni di mero intrattenimento televisivo, si realizzano artificiosamente inquadrature, situazioni, intrecci sfruttando tragedie, cavalcando l’emotività e la sofferenza dei protagonisti delle vicende. Negli ultimi anni, decine di fatti di cronaca hanno evidenziato il sottile confine tra diritto all’informazione e sciacallaggio mediatico, tra comunicazione e pettegolezzo, tra serietà e dabbenaggine. Il processo di spettacolarizzazione mediatica ha un denominatore comune con altri fenomeni quali la manipolazione mediatica o l’appiattimento culturale, così come la massificazione, di cui siamo inermi spettatori.

Una deriva culturale, quella descritta, che è emersa con forza in occasione del terremoto di Umbria e Marche. Esiste un labile confine che un sano diritto di cronaca non dovrebbe mai oltrepassare, per non sfociare in una grottesca narrazione del dolore, utile ad alimentare le più disparate mire speculative. C’è qualcosa che stride in questo contesto, dove si prevarica il buon senso, dove si distorce il valore della comunicazione, lo si contamina e lo si trasforma in merce, svilendone il valore. Il grande reality show mediatico, che si tende a costruire attorno ad un evento tragico come il terremoto, è destinato a naufragare in uno squallido voyeurism” di massa che genera insensibilità. E poco importa dei problemi che ne derivano: dalla profanazione del pudore alla violazione dell’intimità, ancora una volta si è perpetrata quella ripugnante opera di sciacallaggio che, troppo spesso, infierisce rimarcando dettagli del tutto trascurabili. Questa spettacolarizzazione sfrutta, nega e desacralizza un dolore che, invece, dovrebbe rimanere privato. Nell’epoca del Grande Fratello, tutto è possibile, tutto è tollerato, anche la più abietta bassezza, purché venga realizzata in nome del sacro “dogma” dell’audience.

Il ricorso a questo tipo di approccio spiega ampiamente un fenomeno in crescita: il turismo dell’orrore che porta moltissime persone a recarsi nei luoghi teatro di tragedie e delitti. D’altro canto, siamo divenuti una società in cui, di fronte ad un incidente o ad una qualsiasi disgrazia, orde di individui, anziché esser mossi da un dignitoso sentimento di pietas, si accalcano ferocemente attorno al luogo della tragedia per scattare un “selfie” o immortalare il momento con i loro smartphone e tablet di ultima generazione. Le morti, le catastrofi, le calamità naturali diventano grottesche occasioni per catturare immagini scioccanti, da trasformare in gadget, feticci da sfoggiare nei social. L’estrema manifestazione di cinismo, che calpesta il valore della vita umana, non è altro che lo specchio di questa società malconcia e priva di Valori che, sempre più spesso, specula sulla morte, sul dolore, sulle tragedie.