In attesa che il grigio diluvio finisca. La gioventù sprecata della politica di sistema

In attesa che il grigio diluvio finisca. La gioventù sprecata della politica di sistema

Occhialino glamour, camicia o maglioncino d’ordinanza, Repubblica sotto braccio e ultimo tweet sull’estinzione del corvo-rana amazzonico pubblicato. Bene. La giornata del giovane politico di apparato può incominciare.

Anzitutto, la cura dell’immagine, personale e soprattutto sociale. Fondamentale, come insegnano anche nella più provinciale scuola politica del PD, per poter convogliare i rumori della società in un caldo alveo social-moderato in cui non facciano troppo male. Indignato forse, dialogante sempre, conciliante troppo, arrogante ancor di più.

Il giovane politico di centro-centro-centro-sinistra cura ogni minimo dettaglio: la periodicità dei propri interventi su Facebook, i commenti sotto ogni singola foto, il presenzialismo su ogni gruppo che sia al momento di tendenza.

E poi, la vera arena in cui l’esistenza stessa della triglia rosso-sbiadita è messa alla prova: l’Assemblea. Può essere di quartiere, di partito, di sezione, di municipio, di associazione, ma vedete, l’Assemblea dei giovani di centro[sinistra?] ha una vita propria metafisica che difficilmente è spiegabile a parole. Anzitutto, è l’esatto opposto di ciò che una riunione di giovani dovrebbe essere: placida, pacifica, moderata, conciliante, morbida e sonnacchiosa. I pochi sbalzi della salda diligenza sono sagacemente creati e controllati.

No, noi non potremo mai consentire che la mozione del Compagno Pippacci sul cassonetto dei rifiuti all’angolo di Via Rossi sia approvata! La Costituzione dice che….!”. E dopo questo emozionante singulto, tutto torna pacifico e sereno.

Inoltre, l’Assemblea del giovane politico moderatamente progressista è un campo di forze che ben caro sarebbe agli autori dei Morality Plays tardo-medievali. E infatti, ad agitarsi (… si fa per dire) non sono le singole individualità, ma il loro surrogato astratto e concentrato: le Mozioni. Aggregati di potere nell’aggregato di potere, le Mozioni sono qualcosa da ponderare accuratamente. Scegliere quella sbagliata vuol dire, per il giovane rampante politico democratico, scommettere su un cavallo zoppo e perdere la corsa.

Ricordo (ebbene sì, in prima persona!) una concitata assemblea degli allora DS in cui si doveva votare per l’elezione di un qualche segretario. Agguerrita e arrogante la fazione dei fassiniani, cagnesca quella dei dalemiani. In un angolo, un vecchio compagno leninista era un residuo della mozione di Cesare Salvi. Povero lui. Vinsero i fassiniani, va da sé. E da allora, chissà in quali solitarie stanze quel simpatico signore si è ritirato a bere lambrusco.

Ciò che il giovane politico democratico non osa esprimere singolarmente, lo osa fare con le Mozioni: titani che con colpi quantomeno discutibili decidono e plasmano la politica di ogni movimento o gruppo democratico, sia il piccolo comitato Salviamo Casalmoffolo sia la plenaria regionale dei Giovani PD.

Abbiamo capito una cosa: la carriera del piccolo democratico rampante non è terra di emozioni, ma di Mozioni, e dunque si deve fare di necessità virtù. È tutta una salita di compromessi, intrighi, votazioni, discussioni, senza altro fine che propagare il potere, tramandarlo a chi sia iniziaticamente vincente nella corsa alle poltroncine che, per pochi, saranno gradini per le Poltrone.

Basterebbe questo dato a rincuorarci. Dove c’è Militanza, dove c’è Idea, dove c’è Identità, lì è lo spazio per il giovane – e anche per il meno giovane – che voglia davvero “fare politica”. Prendendo botte, se necessario. Usando la cartavetro anziché la spugnetta, se occorre. Ma rimanendo se stesso, con tutte le proprie forze, idee e sogni. Perché la politica non è una dea da venerare, ma un mezzo per salvare dalla dissoluzione. Che il giovane democratico si metta l’anima in pace.