Dante arcobaleno. La distorsione della lingua italiana al servizio del caos

Dante arcobaleno. La distorsione della lingua italiana al servizio del caos

Fin dalla sua origine come lingua autonoma, l’italiano – per la sua estrema versatilità e ricchezza – si è prestato ad esprimere un’immensa quantità di concetti e sfumature. La parola, l’espressione, persino l’intonazione comunicano pensieri, opinioni, contrapposizioni politiche e sociali.

Si tratta di un fenomeno naturale ed insito nella natura di qualsiasi lingua umana che, fino a tempi recenti e salvo caso eccezionali, trovava giustificazione nei mutamenti storico-sociali. Nulla di che preoccuparsi: restava infatti salda la concezione per cui, in ultima istanza, la lingua rappresentava uno strumento di comunicazione e non un veicolo di ideologie da strumentalizzare a proprio piacimento. Il resto era aberrazione da stigmatizzare e bandire.

Anzi, in molte opere letterarie – ad esempio “1984”, di George Orwell – l’utilizzazione artificiale della lingua quale strumento di condizionamento (la “neo-lingua” orwelliana) veniva censurata come estremo e vile attacco alle libertà sociali e personali.

Che dire, invece, quando lo stesso potere costituito introduce, più o meno gradualmente, nuove espressioni linguistiche o persino nuove regole grammaticali per sostenere concezioni deviate, artificiali e grottesche della realtà? È proprio questo il fenomeno a cui si sta assistendo sempre più prepotentemente nell’epoca attuale. L’esempio della lingua italiana è doloroso e fin troppo evidente.

L’incoraggiamento della deriva sovversiva attraverso la manipolazione della lingua italiana conosce diverse fasi. Per comodità, ne possiamo individuare tre, le più evidenti.

Anzitutto, vi è una fase in cui frasi ed espressioni vengono edulcorate, ossia rese più “morbide”, generiche, perbenistocamente accettabili. Si tratta di un processo che – grossomodo – ha avuto inizio negli anni Settanta del XX secolo e – in interazione con le fasi successive che vedremo fra poco – è ancora in atto.

In sostanza, l’addolcimento delle parole – che al contempo è stravolgimento – parte dal presupposto per cui alcune condizioni (sociali, etniche, ecc.) siano “ingiuste” o “indesiderabili”, oppure semplicemente “degradanti” per chi vi si trovi. Il risultato è trasmettere insoddisfazione per ciò che si è e desiderio di essere altro: se non nel mondo reale, almeno – per incominciare – a livello linguistico.

Così, ad esempio, il contadino diventa agricoltore, lo spazzino diventa operatore ecologico, la colf diventa collaboratrice domestica, il salariato diventa lavoratore dipendente, e così via. Il passaggio dal concreto all’astratto, dallo specifico al generico diventa, così, strumento di un virtuale – ed artificiale – “riscatto sociale”. Non più orgoglio di essere contadino, ma desiderio di diventare “qualcos’altro”; e così via.

Si tratta di un meccanismo che, avallato dai mezzi di comunicazione di massa, si fa veicolo di istanze di disordine e sovversione. Il fenomeno, poi, si acuisce – con particolare vigore dagli anni Novanta del XX secolo – mediante un’ulteriore spinta all’astrazione (ossia allo scollamento tra parola e significato) fornita dall’introduzione di innumerevoli parole straniere, che soppiantano ed edulcorano ulteriormente i termini ritenuti “degradanti”. Baby-sitter per bambinaia, barman per barista, broker per agente di cambio, coiffeur per parrucchiere, e via dicendo. Anzi, in alcuni casi il mutamento linguistico precede la creazione di ruoli e figure nuove: esiste il dog-sitter, ma chi farebbe invece il… “cagnaro”?

Inizia, così, la seconda fase di questo processo, tuttora in atto, nella quale i concetti vengono sottoposti ad una consapevole opera di sovversione delle prospettive. Così, l’immigrato (cioè chi migra in un Paese) diventa il migrante (cioè chi migra da un Paese), il richiedente asilo (cioè chi attende un provvedimento di accoglienza) diventa il rifugiato (cioè chi ha già diritto all’accoglienza), il disabile (cioè chi, non per propria colpa ma per oggettive menomazioni psico-fisiche non è idoneo allo svolgimento di una mansione) diventa il diversamente abile (cioè chi è comunque idoneo allo svolgimento di una determinata mansione, nonostante la realtà dei fatti lo escluda).

Si entra, così, nella fase più acuta del fenomeno, in cui la parola viene consapevolmente privata del proprio significato originario, che viene sostituito da uno completamente nuovo e diverso, teso a veicolare un preciso messaggio politico: livellamento, globalizzazione, egualitarismo estremo e privazione di qualsiasi identità sociale, etnica o culturale.

Da ultimo, su tali premesse, ha inizio la fase che ha avuto inizio in tempi più recenti, ossia nel primo decennio del nostro secolo: la sovversione delle regole grammaticali e sintattiche. In questa fase, la lingua viene deformata nella sua stessa struttura, che viene infatti piegata a “superiori esigenze” di ordine politico.

E, amaramente, si deve constatare che neppure le istituzioni più autorevoli per la preservazione della nostra lingua (es. Accademia della Crusca) sono immuni dal diktat dissolutore che impone grotteschi mutamenti alla struttura grammaticale e sintattica della lingua italiana.

L’esempio più evidente, a questo riguardo, è la caratterizzazione gender-oriented di termini che, di per sé, sono assolutamente neutri e possono essere utilizzati sia per designare soggetti di sesso maschile, sia per designare soggetti di sesso femminile. Sindaca, ministra, avvocatessa, ed altri innumerevoli obbrobri che non trovano alcuna giustificazione nelle regole della nostra lingua. Ad esempio, perché allora un uomo che svolge la professione di commercialista non dovrebbe diventare il “commercialisto”?

Il messaggio politico sotteso a questa degenerazione linguistica è evidente: aprire le porte al “tutto è possibile”, al definitivo trionfo del dogma della volontà individuale quale parametro per tutto giudicare e misurare. Così, dobbiamo attenderci il “mammo”, la “ponteficia”, il “transindaco”, per restare nell’ambito gender.

Di là da venire, ma già ben chiaro all’orizzonte, è il vero trionfatore di questa sovversione crescente: l’Essere privo di distinzioni, senza nazione, senza nome, senza volto, senza identità, senza sesso, senza cultura, senza luogo: lo stesso nemico di ieri che, oggi, subdolamente agisce per regnare incontrastato nel nostro domani.

La lingua diventi spada. Nessuna parola sia lasciata all’avversario.