Trump, Brexit e l'”elogio al muro”

Trump, Brexit e l'”elogio al muro”

Con la conquista della Casa Bianca da parte del candidato repubblicano e magnate Donald J. Trump, l’occidente progressista perde un altro tassello che caratterizzava il mondo incantato costruito dai suoi adepti. Buona parte della campagna elettorale dell’ormai Presidente è stata infatti incentrata sul rafforzamento delle frontiere e dei controlli, in particolare lungo il confine con il Messico, che da sempre costituisce un grosso problema per la parte meridionale degli Stati Uniti. Infatti, l’immigrazione illegale verso gli USA non solo aumenta il numero di poveri presenti all’interno del territorio (già alto, nonostante la potenza economica della federazione), ma garantisce anche il proliferare dell’attività dei cartelli messicani e il lucro economico su una moderna “tratta degli schiavi”. A conferma del disagio portato dall’immigrazione incontrollata, Trump ha avuto successo anche in strati di popolazione discendenti da immigrati (regolari) da pochissime generazioni, al punto che nel suo staff sarà presente anche l’ex sindaco italoamericano di New York, Rudolph Giuliani.

Gli stessi esiti si sono visti pochi mesi prima, quando il popolo britannico scelse di uscire dall’Unione Europea, vero simbolo della circolazione indiscriminata di masse di disperati e delinquenti. E ancor prima, abbiamo assistito a dure prese di posizione da parte dei governi dell’Europa orientale, sui cui confini si stanno innalzando i muri della discordia.

Il mondo si sta avviando ad una lenta seppur inesorabile svolta, che potremmo definire ambiguamente “conservatrice”: fallito l’esperimento dell’abolizione delle frontiere, sempre più Nazioni decidono di fare un passo indietro e di rivedere la politica in materia di confini: essi infatti stanno perdendo quella connotazione mostruosa e “razzista” data loro dal progressismo liberal e stanno riacquisendo sempre più quella funzione originaria di protezione sociale, economica e di sicurezza. Esattamente come le mura di casa offrono riparo dall’esterno, anche i muri alle frontiere svolgono le medesime funzioni; e non è scritto da nessuna parte che i muri non possano avere finestre per vedere il mondo e porte (ben salde) per uscire a esplorarlo, o invitare ospiti temporanei.

La propaganda progressista vuole invece smontare questa concezione, tanto semplice, del muro, associandola all’immagine di una prigione che impedirebbe di essere “cittadini del mondo” e che sarebbe responsabile delle stragi di chi scappa da guerre (quali, non si sa) e fame: un po’ come affermare che è nostra la colpa di chi ci muore sotto casa perché non l’abbiamo fatto accomodare dentro.

Eppure, le stesse persone che oggi condannano il rafforzamento delle frontiere, fino al 1991 veneravano gli Stati-fortezza, e più i muri erano alti e con più filo spinato, più costoro erano contenti. La cortina di ferro era quella frontiera invalicabile che impediva non agli stranieri di entrare, ma ai cittadini di fuggire, pena la morte. Ma la cortina di ferro era etica, racchiudeva il paradiso, mentre chi fuggiva era il colpevole.

Rimanendo in Italia, i possessori dell’hashtag #refugeeswelcome alternano l’odio per le frontiere all’amore per il nuovo confine, anch’esso invalicabile e anch’esso delimitante il paradiso socialista, stabilito a Osimo.

Coloro che oggi piangono per la presenza dei muri, il 9 novembre 1989 piangevano per l’abbattimento del muro più tristemente famoso della storia. E curiosamente, il presidente dei muri si è insediato nello Studio Ovale proprio nel giorno di questa ricorrenza.