Ricompattare le linee

Ricompattare le linee

A fronte di molti avvenimenti inaspettati e incoraggianti in vari ambiti (dalla politica alla società e ai media), è necessario, da parte di chi voglia essere guida ed esempio, saper raccogliere e collegare tali elementi, sia per avere un chiaro quadro intellettuale, sia per un uso di lotta politica.

E’ chiaro, infatti, che un sistema che si mostra come invincibile, come l’unico sistema possibile, stia perdendo colpi: questo deve essere evidenziato, senza neanche perdere un elemento prezioso. Esattamente come in una battaglia campale non sono tanto le singole forze, quanto la possibilità di unirle rapidamente in un unico punto, a vincere le resistenze del nemico, allo stesso identico modo tutti i segnali di cambiamento e di rinascita devono essere fatti convergere con spietata precisione e puntualità, tanto più che si tratta di elementi eterogenei e provenienti da tutto il mondo e da ambienti ben lontani dai nostri; questo a dimostrazione, o perlomeno a forte indizio, che si tratti di un’inversione di tendenza, di un ciclo di risalita dopo un’epoca, un’epoca che definisco di “oscurità colorata”, ovvero decadenza totale non solo mascherata di colore (cioè abbondanza materiale, sogni di un futuro radioso, una volta liberatisi di fantomatici retaggi oppressivi e deliri simili), ma che fa di queste sue caratteristiche spensierate la più potente arma di nascondimento della virtù e di accusa del vero (che, notoriamente, è più demonizzabile in quanto apparentemente austero, come la riprensione del padre opposta al sorriso del mercante).

Il primo elemento è l’avanzata dei movimenti nazionalisti: senza entrare nei singoli esempi, basta ascoltare la propaganda mediatica per ottenere, per contrasto, una buona esemplificazione del fenomeno. I nostri bollettini mondialisti (detti anche “telegiornali”) si sperticano con le solite faccine contrite a definire questi successi “reazioni di pancia al populismo”. Ora, a parte che se votare i nazionalisti è votare di pancia, non oso immaginare con cosa voti chi vota per i partiti di sistema, ma al di là di questo, è chiaro che, per contrasto, tali voti provengano proprio da chi ha capito che non ha più senso votare con la pancia. Il voto borghese al partitino (di qualsiasi colore), ben intrallazzato al potere nella speranza che niente cambi e si possa continuare a godere dell’opulenza degli ultimi decenni, è finito. Basta votare con la pancia. Il voto ai movimenti nazionalisti (per quanto non sia un fan dei voti e del giochino elettorale) è la dimostrazione di chi torna a capire, dopo anni di voto di pancia (o di qualcos’altro, come scritto sopra), che il destino di una nazione sta nella Lotta Sociale e Nazionale e non nel voto di scambio ai partiti di potere; i quali, per inciso, non hanno mai fatto niente per garantire l’abbondanza di cui sopra; semmai, tale abbondanza si è avuta nonostante loro, a causa della congiuntura economica favorevole ed ormai terminata.

Altro elemento è il prestigio internazionale della Russia: anche qui non è necessario entrare in analisi geopolitiche; una nazione disastrata, reduce dal comunismo, in mano a mafie ed oligarchie e prossima alla caduta in mano americana, è oggi in piedi e guarda senza alcun timore reverenziale lo yankee. Per ottenere questo non ci sono state formule magiche; semplicemente, in una nazione pur piena di problemi, di disagio e di altre difficoltà, è bastato un nucleo di uomini capaci di mantenere valori normali, ovvero la difesa dello Stato dalle ingerenze dell’economia rapace, la centralità della fede e della famiglia, l’onore militare, la cura per la gioventù, la lotta all’aborto ed altre cose che non si trovano sui libelli dei professoroni, ma nei cuori dei semplici. Il tutto unito ad una percentuale sufficiente di popolazione che ha continuato a proteggere i valori sotto la cortina comunista ed al riparo dall’infezione liberale.

Abbiamo poi l’uscita della Gran Bretagna dall’UE: in questo caso, quello che trovo interessante non sono analisi economiche, ma un fattore forse nascosto, ma di una potenza dirompente; il rientro prepotente e vitale dello spirito atavico di un popolo. Potrà far ridere, abituati come siamo ad un razionalismo ottuso e radicale… Però ricordo di un pennivendolo che, durante una trasmissione in cui si descrivevano le catastrofi innominabili, tanto enormi quanto fantomatiche, causate dalla Brexit, fu costretto a citare una frase molto significativa dello spirito inglese, seppur proveniente dall’inglorioso Churchill: “Ogni volta che l’Inghilterra dovrà scegliere tra Europa e mare aperto, sceglierà sempre il mare aperto”. Gli inglesi sono maestri della sopraffina arte di farsi gli affaracci loro. Il fatto che fiutino nell’aria di dover tornare al loro ambiente naturale, ovvero la non appartenenza al continente, è forte indizio di un cambiamento e di un sano ritorno alle proprie prerogative, dopo la simpatica gita nell'”Europa comune”. Esattamente, come di notte o nelle difficoltà un maniero alzava il ponte levatoio, o come i Romani si ritiravano nei momenti di crisi all’interno del proprio Pomerium per deliberare sulla strada da intraprendere.

A tutti questi fatti, possiamo aggiungere l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti: gli Stati Uniti sono una nazione costruita sui miti dell’illuminismo, sull’appartenenza fondata sulla mancanza di appartenenza, sull’ipocrisia mercantile, sul politicamente corretto. Eppure, vince l’emblema del “male”: uomo, anziano, patriarcale, politicamente scorretto. Perché? Perché “naturam expellas furca, tamen usque recurret”; puoi inventarti tutte le trovate ideologiche che vuoi, ma alla fine le persone si riaffideranno a chi dice le cose come stanno. La storia non è mai appartenuta, se non in brevissime parentesi di decadenza, ai calcolatori. La faccenda potrebbe essere analizzata, senza cadere nell’intellettualismo, in molti modi, ma il sano ritorno alla normalità (“di pancia”, direbbero i menestrelli) è già elemento centrale della questione.

In casa nostra, invece, abbiamo le rivolte popolari, da Goro alla Magliana: cittadini non appartenenti a partiti, ma, anzi ,che dal nulla e di propria iniziativa, si schierano con i movimenti nazionalisti, che tornano a difendere il proprio territorio. Come alla Magliana, dove i residenti sono scesi in piazza con Forza Nuova per assaltare, con’una azione di popolo (quel popolo di cui gli “antagonisti” parlano mentre seguono l’agenda di Soros), il centro sociale del quartiere. Ovvio che, per i nostri ridicoli media, questa cura per i destini del proprio territorio è indice di gretto localismo… Invece, quando si inventano qualche comunità che accoglierebbe (il condizionale è d’obbligo, vista la credibilità dei nostri giornalisti-giornalai), ecco che si tratta di uno splendido esempio di “tessuto sociale”. Misteri del giornalismo.

Da un altro punto di vista, persino gli elementi più mediatici e, ad un primo sguardo, superficiali possono ed anzi devono diventare parte di questa lettura. Pensiamo, ad esempio, al successo sui social network delle pagine nazionaliste (non importa quanto “gentiste”, non siamo dei radical chic). Ogni tanto, in qualche tg, appare il solito servizio catastrofico sulla pagina di Facebook pericolosissima e chiusa fulmineamente. Interventi di censura, questi, del tutto inutili in quanto il successo di questo tipo di pagine è un fatto ormai acclarato. Più che fare servizi catastrofici e coi soliti sottofondi con musiche tragiche, si chiedano i nostri cari giornalisti (o piuttosto, chi dà loro da mangiare), se questo non sia un fatto simbolico e dimostrativo di bisogni profondi (a parte il discorso della pancia, ovviamente). Oppure, perché no, pensiamo al successo di personaggi “cattivi” nel cinema; sarebbe troppo scontato pensare al grande successo di film come “Lui è tornato”… Guardiamo piuttosto a personaggi come Lenny Belardo, il Pio XIII di “The Young Pope”. Un Papa che semplicemente fa il Papa, probabilmente disegnato per rappresentare l’anti-Bergoglio. Ed il bello è che, facendo ciò, si ottiene la figura di… un Papa!!! Non un santo, non una persona che si vanta della propria modestia (leggera contraddizione), ma, al contrario, un Papa che ostenta potere, regalità, decisionismo, sacralità, il tutto senza compromessi. Anche questo esemplifica un bisogno atavico; esattamente come con Trump, sembra vincere all’interno dell’uomo la ricerca della figura del padre e riappare il bisogno del sacro, della figura del sacerdote, del ponte tra sacro e profano, di un Pontefice, appunto.

Il punto, però, non sono tutti questi  fattori presi singolarmente e qui sommariamente analizzati. Il punto è che devono diventare parte di un unicum coerente contro chi tenti di spezzettarli, di presentarli come casi isolati, non simbolici, poco interessanti.

Per questo, è necessario ed è nostro compito di questi giorni e di questi mesi venturi, in ambito ideologico, saper ricompattare queste linee, cioè elaborare e saper mettere insieme tutti questi tasselli in una lettura unica per formare un oggetto ideologicamente contundente contro la disperata tenacia del sistema di negare ogni scomoda evidenza e di dividere ed isolare le forze sane che lo aggrediscono.