Con gli ultimi

Con gli ultimi

Ancora una volta, perché non stare con gli ultimi? Ma non con gli ultimi alla moda, gli ultimi sotto ai riflettori, gli ultimi graziati spesso dall’essere ultimi davvero, ma che lo sono soprattutto per moda, chiaro. Non con gli ultimi di professione, gli ultimi tele e fotogenici, che si organizzano spesso in associazioni lobbistiche per fabbricarsi diritti su misura e che scrivono dalle pagine dei giornali più a modo, per denunciare il fatto che vengano ridotti al silenzio. Non con gli ultimi che fanno notizia, gli ultimi di tendenza, quelli che è imperativo osannare, o altrimenti si cade nel ricatto di essere tacciati di razzismo, fascismo, omofobia, islamofobia, o, più recentemente, populismo.

Perché, per una volta, non stare invece con gli ultimi veri? Ossia quelli che, nel silenzio e nell’indifferenza delle culture dominanti, hanno perso lavoro, pane e famiglia, e quindi hanno perso il futuro, ma che, al contrario di certe illustri minoranze, una voce vera non ce l’hanno mai avuta, e non hanno avuto nemmeno associazioni o lobby di interesse a costruirgli matrimoni ad hoc, o diritti sartoriali. Con gli ultimi che, non visti, nelle nostre città, rovistano nei cassonetti dell’immondizia, ma che, al contrario di alcuni ultimi di professione, non ricevono benefici di sorta solo per l’appartenenza ad una certa etnia, ad un certa religione, o ad un certo orientamento sessuale. Gli ultimi veri, gli ultimi vivi, che, in silenzio e con dignità, hanno sopportato gli affronti di classi dirigenti più interessate alla luce dei riflettori che al servizio di un Paese. Perché, per una volta, non stare con questi ultimi?

E l’elezione di Donald Trump, in fondo, ha dato per la prima volta una voce a questi ultimi, ossia a quei “maschi bianchi” (espressione usata spesso con uno snobistico disprezzo che sa di irrealtà oltre che di servilismo), che si sono visti voltare le spalle da chi aveva promesso uguaglianza e giustizia, ma che, forse per troppo zelo nei confronti delle minoranze, era poi finito per dimenticare le maggioranze, e quindi tutti quei maschi bianchi, di Arizona, Texas, Pennsylvania, Ohio, e di tutta la Rust Belt dimenticata dagli uomini ma non da Dio, che poi in fondo sono l’America.

Indipendentemente dagli esiti, è stata una voce, una voce che ha ricordato che non si costruiscono popoli e Nazioni sulla base della somma di disaggregate minoranze, peraltro organizzatissime e nient’affatto povere, se alla prova dei fatti possono inscenare titaniche campagne pubblicitarie. Non si costruiscono famiglia e società sulla base di fondamenta di sabbia, che poi sono la somma di diritti individuali creati sulla base di un più che volatile Zeitgeist, che si perde nel vento alla prima bufera.

Perché non stare con gli ultimi, allora? Ma con gli ultimi veri, ovvio. Quelli che alla fine erediteranno la terra, quelli veramente non visti o non sentiti. Con quegli ultimi che non hanno né tempo né voglia di mostrare entusiasmo per l’istituzione di un registro per le coppie di fatto, per l’apertura di un centro culturale islamico, per un accordo sullo scioglimento dei ghiacciai o contro la pesca delle balene, o per cambiare i cartelli nei bagni pubblici perché anche i trans non si sentano abbandonati. Che se ne fregano di tutto questo, perché i loro figli hanno fame.