La nuova “rivoluzione colorata” statunitense firmata Soros

La nuova “rivoluzione colorata” statunitense firmata Soros

Continuano le proteste anti-Trump in diverse città degli Stati Uniti. Forti tensioni tra polizia e manifestanti si sono registrate negli ultimi giorni a Los Angeles, Philadelphia, Denver, Portland e in molte altre città americane. Quella che, almeno inizialmente, sembrava una marcia pacifica e non violenta si è tramutata, nel volgere di poco tempo, in una vera e propria rivolta di piazza. I manifestanti hanno bloccato il traffico e lanciato oggetti contro le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Stando a quanto riferisce la polizia, gli agenti hanno disperso la folla utilizzando spray al peperoncino e gas lacrimogeni.

Insomma, fin qui nulla di nuovo. Tutto farebbe pensare all’ennesima, grottesca “prova di forza” posta in essere da quel “popolo democratico” che, sempre più spesso, osteggia e contesta – potrà sembrare assurdo – l’espressione democratica del voto. Potremmo elencare decine di esempi simili, anche nel nostro paese.

Tuttavia, alla luce dei disordini che si sono susseguiti nei giorni seguenti all’elezione di Trump, è necessaria un’analisi più attenta circa le dinamiche in gioco, al fine di valutare la natura delle varie proteste di piazza: siamo al cospetto di un movimento spontaneo e popolare o, al contrario, si cela qualcosa di molto più organizzato, sofisticato e potenzialmente pericoloso?

È possibile rispondere a tale quesito, di rilevante portata, mediante alcuni indizi che non lascerebbero alcun dubbio di sorta. Molte delle proteste anti-Trump, negli Stati Uniti, sono state organizzate da gruppi vicini alla democratica Hillary Clinton e al miliardario di origine ebraica George Soros, in particolar modo da MoveOn.org, citata più volte da Wikileaks come organizzazione foraggiata dal magnate statunitense.

MoveOn.org ha emesso un comunicato stampa, nel pomeriggio di mercoledì scorso, in cui spiegava i motivi della mobilitazione: “centinaia di americani, decine di organizzazioni hanno deciso di ritrovarsi pacificamente davanti alla Casa Bianca e in altre città della nazione per prendere una posizione netta contro la misoginia, il razzismo, l’islamofobia, e la xenofobia. Questa sera, migliaia di americani si riuniranno in centinaia di pacifici raduni nelle città e nei paesi di tutta la nazione, anche al di fuori della Casa Bianca, a seguito dei risultati delle elezioni presidenziali di martedì. Gli incontri organizzati da MoveOn.org potranno affermare un costante rifiuto del fanatismo di Donald Trump, la xenofobia, l’islamofobia e la misoginia e dimostrare la nostra volontà di lottare insieme per l’America”

Il primo elemento che risalta all’attenzione è, certamente, quello relativo all’arroganza e alla prepotenza che contraddistinguono queste righe: il gruppo sta organizzando attivamente proteste per opporsi ad un’elezione democratica, rispetto alla quale non sono stati contestati alcuni dubbi di legittimità o regolarità. In sostanza, dietro la protesta no-Trump non vi è nulla di concreto e di evidente per giustificare un così vasto dissenso. Nonostante ciò, viene arrogantemente chiesto al “popolo” di respingere la volontà espressa dalla maggioranza degli elettori. È paradossale che un’organizzazione che si vanta di promuovere la democrazia in ogni suo aspetto, assuma atteggiamenti a dir poco dispotici.

L’organizzazione in questione fa capo alla sigla progressista della Open Society Foundation dello stesso Soros. Come già emerso non più tardi di due mesi fa dai documenti pubblicati dal portale DcLeaks, il torbido operato delle numerose organizzazioni affiliate alla Open Society ha avuto un ruolo attivo in numerosi moti rivoluzionari che hanno caratterizzato la scena internazionale degli ultimi anni: dai Black Lives Matter in Usa ai No Borders in Europa, dalle primavere arabe al golpe in Ucraina.  Ed ora il movimento anti-Trump.

Che Soros fosse un veemente sostenitore della Clinton e del Partito Democratico non è certo storia nuova. Il magnate americano ha stanziato circa 25 milioni di dollari, nel solo 2016, per la campagna elettorale di Hillary Clinton.  Soros, da molto tempo, è un generoso finanziatore democratico, ha sostenuto la campagna elettorale di John Kerry nel 2004 e ha corrisposto un milione di dollari a Priorities nel 2012, quando sosteneva la rielezione alla Casa Bianca di Barack Obama. Come se non bastasse, scopriamo che tra le mail del capo della campagna della Clinton, John Podesta, il nome di Soros viene menzionato 60 volte. Che sia solo un caso? Noi pensiamo proprio di no!

Quello che emerge in tutta questa storia è un dato incontrovertibile: l’establishment finanziario mondiale sta tentando con forza di innescare una nuova “rivoluzione colorata” sul suolo americano. Dopo aver destabilizzato decine di nazioni non allineate al predominio atlantista, ora l’obiettivo è quello di delegittimare Donald Trump e il suo futuro governo. Le ragioni sono semplici: Trump – almeno in apparenza – ha posto l’attenzione sulle problematiche delle classi sociali maggiormente colpite dall’attuale crisi economica, in un’ottica di contrasto alle dinamiche globalizzanti, scatenando le ire del grande potere finanziario mondiale. Quello che sta accadendo in questi giorni nelle piazze statunitensi è, forse, la conferma che il tycoon sia un personaggio sgradito all’élite massonica neoliberista che, al contrario, aveva appoggiato espressamente la “democratica”, imperialista, guerrafondaia Hillary Clinton.

La “sinistra internazionale”, ancora una volta, ha scelto la finanza anziché la gente.