L’uomo della foresta: breve storia di un grande africano

L’uomo della foresta: breve storia di un grande africano

Per i canoni occidentali, Yacouba Sawadogo è un ignorante, un analfabeta del Burkina Faso, che ha frequentato solo una scuola coranica in Mali.

Fossero, però, in Africa tutti come Yacouba, la battaglia di civiltà che combatte Forza Nuova in Italia e migliaia di nazionalisti in Europa, sarebbe vinta, e l’Africa potrebbe finalmente godere di un periodo d’oro come mai nella sua storia.

Senza libri, ma con l’intuito di chi ama la sua terra e conosce le proprie tradizioni, cinquant’anni fa, quest’uomo, ora settantenne, capisce che chi lascia l’Africa la lascia morire.

Il Sahel, la fascia climatica che divide il Sahara dalla parte più umida del sud, già allora, a causa dei cambiamenti climatici, di una pastorizia invadente e della deforestazione, si stava spostando verso sud, lasciando che il deserto avanzasse.

Yacouba racconta di aver deciso presto “di non scappare, ma di affrontare il problema” e lo fa studiando la millenaria tecnica agricola dei suoi compaesani, lo zai: si scava nel terreno una conchetta di 20 centimetri e lì si deposita il seme e il concime.

L’idea che sviluppa l’ex meccanico di sgangherati motorini d’importazione è semplice: lo zai va migliorato, le conchette devono essere approfondite, ma, se ne rende conto subito, questo non basta.

Il nostro studia le termiti e capisce che, laddove ci sono i termitai, il terreno si fa più fertile e il deserto indietreggia, perché il termitaio è una piccola centrale chimica che trasforma il letame in elementi fondamentali per il suolo.

In anni di lavoro, ma comunque nell’arco della sua vita, col nuovo zai, con una zappa appositamente modificata, portando cibo alle termiti e collocandole strategicamente, questo africano illetterato crea una foresta ampia come trentadue campi di calcio, lasciando crescere non solo miglio e sorgo, necessari alla sopravvivenza, ma anche gli alberi i cui semi si trovano nel letame depositato nelle conchette.

La foresta è essenziale: frena il vento e le poche, ma torrenziali piogge della zona, formando un ombrello naturale attorno ai campi da coltivare.

Il suo lavoro coinvolge i villaggi vicini: è la visione di un solitario che lotta per il suo popolo, un uomo che si muove senza alcun aiuto, ma con una visione chiarissima: non vuol più vedere la sua gente emigrare per fame. Il futuro degli africani è in Africa.

Nella foresta rinata c’è posto per un’altra bella intuizione: Yacouba ricorda che nella sua infanzia molte malattie venivano affrontate con le piante medicinali, che però erano scomparse con la desertificazione.

Fa un lavoro di ricerca tra i ricordi degli anziani e ritrova le erbe nella sua foresta.

Ottiene dal governo il permesso di curare la gente con quelle erbe.

Oggi, il Burkina Faso sembra aver capito la sua geniale intuizione, però una legge nazionale che protegga la foresta non c’è ancora.

Chiedere con forza quella legge: questa è l’ultima battaglia dell’Africano che non è voluto scappare!

PS.

La storia di Yacouba mi fa pensare alla nostra testimonianza. Anche noi patrioti, anche noi tradizionalisti che, come lui, amiamo la nostra terra e la nostra cultura siamo davanti ad un lavoro improbo.

Qualcuno si scoraggia, qualcuno lascia, qualcuno crede che, se i risultati non sono visibili, significa che è tutto inutile.

A me pare, invece, che la sola nostra presenza che, invece di scemare, comunque aumenta, sia un miracolo.

In questo periodo storico, siamo chiamati a sbarrare la strada alla desertificazione culturale e morale, così come l’africano ha letteralmente fermato, con la zappa e con le mani, quella della terra, cominciando da solo. Un pazzo, a viste umane! Ecco, credo che si debba fare questo, umilmente.

Forse saranno altri che vedranno crescere gli alberi, ma ora dobbiamo essere noi a scavare le conchette… una per una!