La metamorfosi elettorale del lavoratore

La metamorfosi elettorale del lavoratore

Si è detto del voto operaio come fattore decisivo ed emblematico dell’affermazione presidenziale di Trump.  Soprattutto, fa capolino nell’immaginario collettivo la Rust Belt, la cintura della ruggine, che un tempo ergeva a paradigma della potenza industriale americana. La stessa che, oggi, è decisamente depauperata dalla global economy e dai conseguenti processi di delocalizzazione.

Dalla Rust Belt, quindi, si propaga un forte segnale di dissenso. Gli operai delle industrie e i vigorosi “minerari” virano nel solco della nuova crociata trumpiana contro la mondializzazione. E sposano il suo programma, trasformando tale adesione nell’ubi consistam del trionfo elettorale del tycoon newyorkese, accorpandosi  alla schiera della middle class angosciata e alla vecchia America rustica, bianca e contadina del Midwest, perennemente ostile alle mene speculative di Wall Street  quanto al cerchio di potere che, da diversi decenni, tiene in ambasce il paese.

Questo aspetto sa di riflusso, giacché, in Europa, il fenomeno va sviluppandosi da tempo, sotto la spinta di nuovi fermenti identitari, sovranisti e patriottici. Prima Haider, poi Le Pen, ed infine Farage: insieme stanno lentamente scardinano le roccaforti del laburismo e del marxismo, frantumando così schemi sociologici ormai logori, carenti di efficacia e di attualità.
L’operaio di oggi comprende che la ragione del proprio  malessere e della sua insicurezza risiede nello “sradicamento”, nella visione volatile e precarizzante della dottrina neoliberista.
Non v’è  più un nemico di classe da fronteggiare, quanto, invece, oscuri ed inafferrabili manovratori di un disegno teso a procedere sempre più verso la trasformazione degli uomini in “meticci”, adusi al mercato e alla globalizzazione.
Mutano, pertanto, le dinamiche della sfida, ma ritorna perentoria una questione che, già negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, aveva ravvivato l’eroica cornice del tempo: il Sangue contro l’Oro.
E destino vuole che, proprio dal luogo di maggiore incubazione del male moderno e mondialista, si sentano scandire – energici – i ritmi di tale cambiamento.