“I cantastorie” di Gian Paolo Cugno

“I cantastorie” di Gian Paolo Cugno

Angelo, impresario di successo a Roma, e la moglie Anna, giovane avvocato in carriera, devono fare i conti con la crisi economica, che causa la perdita del lavoro al marito, il quale finisce col fare il manovale alle dipendenze di un suo ex-operaio. Ciò segna la fine del loro amore; una vicenda, purtroppo, di drammatica normalità. Angelo, allora, decide di ritornare nella sua Sicilia, dopo trent’anni di assenza, con la figlia Maria Teresa (la brava esordiente Maria Teresa Esposito), che sceglie con entusiasmo di seguirlo in questa avventura. Giunti nella Trinacria, un furgone e un anziano cantastorie segneranno per loro un’impensabile svolta esistenziale.

Gli ultimi “cuntastorie” sono una forma di Tradizione? Sicuramente sì, come è ben dimostrato dalla pellicola di Gian Paolo Cugno. “Finalmente qualcuno che ricorda”, dice una signora, mentre stende i panni. Possiamo individuare qui il senso di una storia dalle molteplici anime, ma con un solo intento: ricordare, non negare la propria identità, persino quando folkloristica; una “colpa”, nell’attuale Occidente ultra-economico di matrice anglosassone. Tuttavia, ricordare fa bene… quando in Sicilia fiorivano le culture più raffinate, la Gran Bretagna era una terra di confine e l’America nemmeno lontanamente esisteva. Ragion per cui, dovremmo portare più rispetto alla nostra storia, pure quando è di tipo etnografico. Non fosse altro che per questa ragione, un plauso va al regista, che ha avuto il coraggio di spiegare che non serve affatto attualizzare il passato, bensì capire semplicemente che esso esiste ed è ovunque! Chi lo nega o fa finta di non vederlo è l’ennesimo accolito di un arcinoto pensiero unico, al quale opere come questa permettono di opporre al globale il particolare.

Girato semplice, benché in modo assai pulito, I cantastorie si attesta come una squisita elegia del folklore siciliano, dove tutto conferma che l’oggi va integrato con lo ieri per poter funzionare. Ne è un esempio il  vecchio furgone FIAT sul quale viaggiano i due protagonisti, dal sapore così diverso dalle anonime macchine della FCA di marchionnesca concezione. Forse la narrazione risente in alcuni casi di un pathos eccessivo nel raccontare questa “strana coppia”, formata da padre e figlia. Ciò detto, questo film piccolo piccolo non risulta essere mai scontato. Anzi, talvolta si rivela addirittura sublime, riportando alla mente le atmosfere ed emozioni di una delle migliori pellicole di Takeshi Kitano, lo stupendo L’estate di Kikujiro (菊次郎の夏, “Kikujirō no natsu”, 1999); anche qui la trama è incentrata sul sodalizio tra un bambino e un adulto.  

Concludendo, Cugno, al momento dell’incontro con i critici, ha definito il suo film: “polveroso”. Vero, esso ripropone quella utile “polvere” tanto cara a Italo Calvino; granelli di memoria di una imprescindibile collezione di sabbia. Quella Tradizione verso la quale anche lo scetticismo geometrico del grande scrittore italiano dovette alla fine cedere. La sfida di Calvino al suo personale labirinto non fu da lui mai vinta, piuttosto venne abbandonata in favore della ricerca di una storia pulviscolare della Umanità. Quanto vale la Storia? Tantissimo, e le storie, quelle con la “s” minuscola di cui parlava Michel Foucault? Forse ancor di più, e non vanno mai smarrite o messe all’asta, giacché, come viene detto nel film: “La propria storia non si vende”.