Il mondo può voltare pagina: largo alla “Dottrina Trump”

Il mondo può voltare pagina: largo alla “Dottrina Trump”

È incredibilmente successo. Lottando contro tutto il Partito Repubblicano, prima ancora che contro media internazionali e potenti lobbies pro-Clinton, e opponendo una strenua resistenza ai colpi bassi inferti dall’establishment americano durante tutta la campagna elettorale, Donald Trump, il miliardario imprenditore statunitense, è riuscito a diventare Presidente degli Stati Uniti, sbaragliando ogni previsione di sondaggisti e analisti vari. “L’America dimenticata”, termine che Trump ha utilizzato con insistenza nei suoi comizi per cercare di dare voce ai moltissimi elettori americani colpiti dagli effetti disastrosi della globalizzazione e dell’immigrazione incontrollata, non ha prestato attenzione agli appelli dei personaggi di Hollywood, ha magistralmente snobbato il terrorismo mediatico anti-Trump e, mettendo (questa volta sì!) effettivamente in pratica l’idea di democrazia, ha dato uno schiaffo potentissimo al politicamente corretto propagandato dagli sponsor del Partito Democratico americano.

Adesso che le acque sembrano essersi calmate e che i sostenitori, anche italiani, di Hillary Clinton paiono aver compreso l’idea che il voto democratico deve essere accettato anche quando risulta contrario alle proprie aspettative, potrebbe essere arrivato il momento di dare un giudizio – o quantomeno proporre un’analisi onesta e obiettiva – su una delle questioni più spinose (e proprio per questo motivo particolarmente difficile da rendere di primaria importanza) che ha accompagnato in questi mesi i dibattiti sulle elezioni americane: la politica estera. Se, infatti, la politica domestica (riforma della sanità, tutela delle fasce più deboli, ordine pubblico) ha, insieme ai programmi di politica economica, trovato ampio spazio nei talk show, l’agenda di politica estera dei due candidati alla Casa Bianca non è stata al centro dell’attenzione mediatica, creando, così, un’ondata di disinformazione che ha colpito in misura maggiore i cittadini europei.

Ma qual è, allora, secondo il Presidente eletto Donald Trump, il ruolo che l’America deve occupare nel mondo? Gli Stati Uniti continueranno a garantire la loro presenza militare nelle aree più calde del pianeta, oppure vi sarà un ridimensionamento dell’impegno americano nello scenario internazionale? Alcune risposte possono essere date con un grado abbastanza elevato di certezza, altre devono essere espresse col beneficio del dubbio, tenendo conto di molti fattori. Uno di questi, la forte discrepanza che, spesso, esiste tra discorsi pronunciati in campagna elettorale e effettive azioni svolte sul campo una volta eletti.

La prima osservazione ha carattere generale: gli Stati Uniti, con ogni probabilità, rinunceranno all’assetto egemonico che dal Dopoguerra ad oggi hanno adottato nell’arena internazionale. O, quantomeno, cesseranno di implementare la politica interventista che gli ha conferito per decenni l’appellativo di “gendarmi del pianeta”. Donald Trump, infatti, ha più volte espresso la necessità di un riassetto strategico del paese volto a ridurre l’impegno americano nel mondo e che consenta agli Stati Uniti di utilizzare le eventuali risorse liberate per far fronte ai problemi interni. Tutto ciò non vuol dire che l’America non interverrà qualora la sicurezza nazionale non fosse seriamente minacciata (come nel caso dell’Isis o di altri gruppi terroristici), ma lo farà in cooperazione con altre nazioni direttamente interessate alla stabilizzazione di una determinata area. In Siria, quindi – e più in generale in Medio Oriente –, potremmo assistere ad un primo cambiamento strategico, i cui effetti positivi potrebbero già dopo poco tempo rivelarsi fondamentali per la stabilità di una nazione in guerra da 5 anni. Secondo la visione del neo Presidente statunitense, l’America dovrebbe tagliare ogni rapporto con la cosiddetta “opposizione moderata” siriana, in primis con il suo braccio armato, il Free Syrian Army, troppo spesso legato ai gruppi islamisti vicini ad Al-Qaeda, ed appoggiare la campagna militare russa in Siria – considerando quindi l’esercito del governo di Assad non un target contro il quale condurre bombardamenti mirati, come nel caso del poco credibile “errore” di Deir El-Zor, ma un potenziale alleato – per sconfiggere non solo l’Isis, ma anche altri gruppi fondamentalisti che, nel corso delle guerra siriana, si sono macchiata di efferati crimini contro l’umanità. Lacerata da attentati terroristici e dall’azione di migliaia di jihadisti stranieri (sostenuti da Arabia Saudita e monarchie del Golfo), la Siria potrebbe tornare ad essere una nazione prospera, se venissero tagliati tutti i finanziamenti alle organizzazioni che minano la stabilità del paese. In questo senso, la strategia trumpiana si potrebbe rivelare vincente e il Medio Oriente avrebbe un alleato, e non un nemico, in più nella lotta al terrorismo islamico.

Anche per quanto riguarda i rapporti tra America e Russia – i quali, storicamente, sono sempre stati caratterizzati da un certo livello di conflittualità – Donald Trump sembra voler implementare una strategia in netta rotta di collisione con il passato. La nazione guidata dal Presidente Vladimir Putin deve, perciò, essere vista come una risorsa nella lotta al fondamentalismo di matrice islamica e negli sforzi volti alla stabilizzazione delle aree più volatili del pianeta, in primis il Medio Oriente. Se, infatti, l’America non è più in grado di svolgere, attraverso la sua superiorità economica militare, il suo ruolo di garante dell’ordine mondiale e, conseguentemente, necessita di un retrenchment, un ritiro strategico per far fronte ai costi di 70 anni di espansionismo egemonico, è nel suo interesse raggiungere degli accordi bilaterali (o multilaterali, qualora lo stato delle cose lo imponga) per evitare di lasciare in preda al caos una determinata area. Seguendo il ragionamento, quindi, la NATO potrebbe continuare ad avere un ruolo importante nella difesa collettiva dell’Europa e dell’America soltanto se la sua attenzione fosse rivolta non più ad Est, ma a Sud del mondo, dove l’urlo fanatico della jihad si avvicina pericolosamente alle porte del Vecchio Continente.

La “Dottrina Trump” può essere vista come una strategia americana finalizzata a ridurre i costi esorbitanti del suo posizionamento egemonico, attraverso la cooperazione con le altre potenze. Un ritorno, quindi, ad un isolazionismo moderato, che impone sicuramente una maggiore responsabilità degli altri paesi nel garantire la loro sicurezza. Se ci si pensa bene, il pensiero trumpiano sulla politica internazionale non si discosta tantissimo dalla strategia che Obama ha cercato di mettere in pratica in questi otto anni, seppur con evidenti limiti (il mondo paga ancora oggi le conseguenze dell’azione americana e della NATO in Libia e in Siria, nel secondo caso portata avanti attraverso il supporto diretto ed indiretto alla galassia jihadista), dettati soprattutto dall’influenza dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton. Anzi, sembra proprio, in un certo senso, lo stadio successivo della dottrina Obama. Al multilateralismo obamiano verrebbe sostituito, però, il bilateralismo finora trapelato dalle parole di Trump e il leading from behind di Obama – la Dottrina del Presidente uscente statunitense per cui l’America in questi anni avrebbe dovuto continuare a guidare il mondo senza esporsi – potrebbe continuare ad essere riproposto nell’amministrazione Trump in una veste più radicale, astenendosi ad esempio ad intervenire nelle operazioni di regime change che in questi decenni hanno generato stati falliti in giro per il mondo, favorendo la proliferazione del terrorismo in quelle aree.

Vi sono, però, due aspetti importanti che possono divergere e, talvolta, entrare in contraddizione con la nuova visione americana immaginata da Trump. Anzitutto, il candidato vicepresidente Pence si è più volte distinto, nel corso degli anni, per le sue opinioni interventiste e molto aggressive sullo scenario internazionale, le quali potrebbero portare Donald Trump a moderare al ribasso la sua nuova Dottrina. La scelta, quindi, degli uomini nelle posizioni chiave – Difesa, Dipartimento di Stato, CIA e Consiglio di Sicurezza Nazionale – sarà importante per capire meglio l’indirizzo che, in ambito internazionale, intraprenderà l’amministrazione Trump. Ma ciò che più rende contraddittorio e, forse, pericoloso il riassetto statunitense nel mondo secondo i dettami del pensiero del tycoon è l’opinione che proprio Donald Trump ha espresso su uno dei, pochi, successi della politica estera di Obama: l’accordo con l’Iran sul nucleare. Il neo Presidente americano ha più volte affermato che l’accordo raggiunto nel luglio dell’anno scorso renderebbe l’Iran, considerato uno Stato sponsor del terrorismo, troppo potente e, per questo motivo, dovrebbe essere denunciato o, quantomeno, rinegoziato. Una posizione che, anzitutto, potrebbe generare schermaglie proprio con la Russia, la quale ha partecipato ai negoziati che hanno portato alla ratifica dell’accordo sul nucleare iraniano. Proprio per questo motivo Trump, qualora rimanesse delle sue convinzioni, si troverebbe in contrasto con la sua volontà di restaurare rapporti di cooperazione con la Federazione Russa. In secondo luogo, però, il ritiro statunitense del sostegno all’intesa con l’Iran accrescerebbe il sentimento anti-occidentale della nazione persiana, apparentemente placato appunto dall’accordo siglato a Vienna, e lo spettro di una guerra tra Iran e Israele (ferreo alleato occidentale) potrebbe tornare ad aleggiare in Medio Oriente.

Vedremo, perciò, quali saranno le prossime mosse di Trump sullo scenario internazionale. Il pragmatismo che, fino ad ora, egli ha mostrato di voler adottare su molti dossier di politica estera lascia sperare che anche la spinosa questione iraniana possa essere risolta positivamente. Di certo, gli Stati Uniti troncheranno, più o meno radicalmente, con la loro storica eredità interventista, adattandosi alle nuove sfide geopolitiche che sembrano delineare un mondo sempre più multipolare. Questo potrebbe generare molta instabilità, qualora gli Stati Uniti volessero salvaguardare la loro egemonia mondiale, poiché assisteremmo ad un conflitto tra le potenze emergenti per la determinazione delle rispettive zone di influenza. La strategia di Trump potrebbe, quindi, essere importante per garantire ordine, stabilità e relativa pace nella transizione dal mondo unipolare a quello delle grandi potenze. Largo, perciò, alla Dottrina Trump, sperando che alcuni suoi collaboratori del Partito Repubblicano, paradossalmente più vicini alle strategie bellicose della politica estera di Hillary Clinton, non influenzino negativamente la visione del Presidente più contestato della storia d’America.