Dei crolli e delle pene

Dei crolli e delle pene

Il 28 novembre sarà un mese dal disastro di Annone Brianza, costato la vita al 68enne Claudio Bertini. Sì, vi ricordate quando su Studio Aperto, a fine ottobre, proiettavano in sequenza ininterrotta, secondo la perfetta prescrizione della cultura del macabro, il video del crollo del cavalcavia sulla Milano-Lecco. Sì, quando l’inviata, col patentino di dolore procurato, avrebbe intervistato un ferito grave intrappolato sotto dieci quintali di ferro e cemento, pur di farvi commuovere.  Sì, quel pomeriggio di venerdì 28 ottobre venne giù, senza preamboli o cortesie di circostanza, un ponte sopra la Statale 36, spezzandosi sotto il peso di un mezzo pesante della portata di 107 tonnellate e mezzo colmo di bobine d’acciaio.

“Il peso del Tir era regolare”, è stato confermato alcuni giorni dopo ad indagini avviate: 500 kg sotto il limite massimo previsto dall’autorizzazione rilasciata all’azienda dalla Provincia di Bergamo, sulla base della Legge Regionale sui trasporti. E allora perché un ex professore di educazione civica di Civate, che transitava lì per caso in quell’istante, ha lasciato per sempre l’affetto dei suoi cari, unica vittima di una tragedia che avrebbe potuto essere di portata ben maggiore? Al momento, non risultano indagati né l’autista dell’autoarticolato, né i titolari dell’azienda di trasporti. Sotto indagine si trovano, invece, Angelo Valsecchi, dirigente del settore Viabilità della Provincia di Lecco, il collega responsabile delle reti stradali Andrea Sesana e il dirigente di Anas Giovanni Salvatore, responsabile per la società del tratto della statale 36 lungo il quale è avvenuto il crollo del ponte. Le ipotesi di reato nei confronti dei tre professionisti sono omicidio, disastro colposo e lesioni.

I componenti della Commissione Governativa voluta dal Ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, insieme al lavoro congiunto dei magistrati e periti che si stanno occupando di questa grana giudiziaria, hanno affermato limpidamente che il cemento del calcestruzzo stava sfarinandosi e che l’armatura in ferro all’interno del ponte era arrugginita: in soldoni, non avrebbe potuto reggere a lungo e il transito del trasporto eccezionale, con tutta probabilità, ha solamente anticipato l’inevitabile disastro, che si sarebbe concretizzato ugualmente nel giro di qualche minuto al passaggio anche di un mezzo molto meno pesante. 

Pochi giorni fa, intanto, è crollato un altro ponte sulla Jonica, fortunatamente senza nessun danno a persone. Smottamenti e allagamenti procurano puntualmente lesioni più o meno gravi alle infrastrutture viarie di tutta la Penisola, mettendo alla luce costruzioni fatiscenti o addirittura ristrutturazioni imbarazzanti dal sapore truffaldino. Nel 2014 il Governo erogò, tramite il cosiddetto Decreto Sblocca Italia, 4 miliardi di euro per le «opere cantierabili», destinando solo 300 milioni alla «Manutenzione ordinaria e straordinaria di ponti viadotti e gallerie della rete viaria nazionale». A conti fatti, il 7,5% dell’intera dotazione finanziaria disponibile. Un recente rapporto dell’Unione Province Italiane scrive che gli investimenti per la viabilità e la sicurezza dei 130.000 km di strade provinciali sono crollati da 7,3 euro al chilometro a 2,17 euro al chilometro.

Anas e Provincia, nella vicenda lombarda, continuano a smentirsi a vicenda. Il cavalcavia era stato realizzato negli anni ’60 dalla Provincia di Lecco, che si è dichiarata competente solo per quanto riguarda l’asfalto, attribuendo all’Anas la responsabilità della manutenzione della struttura. Insomma, in questo parapiglia di responsabilità, si era anche riusciti a convenire sull’agire per chiudere il tratto, solo troppo tardi. Ora sarà la giustizia a decidere. Ma, purtroppo, lo farà senza fretta, anche lei, come i facoltosi ingegneri che giocano a “ce l’hai” con la nera signora.

E’ giusto ristabilire un ordine che contempli l’assunzione di responsabilità chiare ed inequivocabili in casi come questi, ed è legittimo voler riportare i tempi della magistratura entro canoni rispettosi della dignità umana. Non è possibile che in ogni occasione nefasta, dopo il clamore mediatico, i fatti vengano insabbiati da una cricca dell’informazione ai limiti dell’omertoso. Se c’è da parlare dell’omicidio di Cogne, inventiamo plastici in 4D con pupazzetti dotati di vita propria che si muovono per stanze in gesso dalla scala 1:30. Ma se si tratta di disquisire su “omicidi” di Stato gli opinion leaders telegenici per diritto editoriale tacciono e continuano a suonarci le melodie della cronaca nera, facili spartiti da consegnare allo spettatore. Capiamo che sia oltremodo faticoso armarsi di coraggio ed addentrarsi nei meandri della burocrazia degli apparati statali e parastatali. Ma questi ultimi fanno vittime ugualmente, e noi di Cogne non ne possiamo più.

Siamo in ritardo di trent’anni sulle strade, sul dissesto idrogeologico e sui terremoti. La verità è che bisognerebbe piantarla con la retorica sulle grandi opere e aiutare, invece, i Comuni e le piccole imprese nella cura maniacale e quotidiana delle infrastrutture, soprattutto combattendo il sistema di corruzione che si è abbattuto in Italia sulle opere pubbliche. Così, mandiamo la Cristoforetti sulla Luna, ma non sappiamo far star in piedi un ponte sulla Terra.