Il problema americano. Contro l’americanismo di maniera, contro la retorica anti-americana

Il problema americano. Contro l’americanismo di maniera, contro la retorica anti-americana

[…] una politica dei grandi spazi svincolata dal concetto di influenza territoriale, propria dello ius publicum europeum, e fondata invece sul concetto di “interesse nazionale”, ovvero l’interesse politico degli Stati Uniti d’America, che il Presidente USA fa coincidere con l’interesse dell’Umanità a vivere secondo i principi (politici, culturali ed economici) incarnati dalla Potenza statunitense. (7)

Così Lorenzo Borré, nella sua Introduzione, sintetizza l’attualità del “problema americano”. Una spinosa tematica, la cui lettura può essere facilitata dalla pubblicazione del Circolo Proudhon: Il problema americano. Contro l’americanismo di maniera, contro la retorica anti-americana, dove, tra i tre contributi che la compongono, spicca il nome di Alain de Benoist. Nelle sue riflessioni, Borré giustamente suggerisce la necessità di far coincidere il termine “globalizzazione” con “americanizzazione”. Oggi, viviamo in una dittatura di tipo “soft”, alla quale si oppone, sin dagli inizi degli anni ’80, de Benoist per l’appunto, invocando per l’Europa una politica sovranista.

Ormai chi non ha più la benda sugli occhi sa bene a cosa si fa riferimento, quando si affronta la questione della egemonia culturale statunitense, la quale, sin dal Secondo Dopoguerra, si è sempre risolta in una vera e propria colonizzazione dell’anima degli altri popoli. Ciò malgrado, Borré, incarnando lo spirito di questo testo, non si lascia andare a odi aprioristici verso l’America, ricordandone anche i “meriti” nella cultura, segnatamente nella Letteratura, sottolineando, ad esempio, i movimenti neo-ecologisti sviluppatisi in seno alla società USA, che tentano da anni di sanarne i mali. Qui, allora, ci sorprende che non venga citata quella New Right, guidata dalle riflessioni di Greg Johnson, che trova la sua espressione concreta nelle pubblicazioni della Counter-Currents Publishing.  

Sia come sia, giudichiamo corretto il non considerare la cultura americana quale un “monolite”; da tempo sosteniamo la necessità di conoscere il movimento filosofico trascendentalista (quello di Ralph Waldo Emerson e di Henry David Thoreau, tanto per intenderci), che incarna la quintessenza WASP delle Tredici Colonie alla base della società statunitense originaria. Purtuttavia, questa unica forma di potente contributo spirituale dats dagli USA è stata totalmente spazzata via dalle élite globaliste che governano saldamente il Paese, come stanno a dimostrare le ultime elezioni presidenziali.  

Questo interessante libricino è suddiviso, come detto, in tre parti, la prima delle quali è firmata da de Benoist. Il grande male, così titola il francese il suo scritto, in cui la critica agli Stati Uniti è innanzitutto la conseguenza logica della critica al mercato quale forma primaria nella gestione politica: “Il liberalismo è essenzialmente un’ideologia di origine anglosassone che ha trovato negli Stati Uniti una sorta di terra eletta” (13).

Dopo aver succintamente spiegato la sua posizione, approfondendo una terminologia che gli interessati all’argomento conoscono bene, de Benoist arriva subito a toccare uno dei nodi fondamentali che stanno alla base di questo “problema”, ovvero il: “[…] considerare universali dei valori particolari” (14). A tal proposito, come non ricordare quella “dittatura dei diritti umani” più e più volte denunciata dal celebre eurasiatista russo Aleksandr Dugin. Un’autentica opera di conversione di stampo globalista – come fa giustamente notare il pensatore francese – in modo da omologare le menti, specialmente quelle degli europei. De Benoist pone l’accento sul fatto che questo Occidente, poi, alla fine tale non è, giacché la cultura americana e quella del Vecchio Continente non sono affatto equipollenti: “[…] l’Europa è una potenza continentale mentre l’America è una potenza marittima.”(15). Egli cita Carl Schmitt, quando ancora prima e, forse, meglio, il padre della geopolitica, il tedesco Karl Haushofer, aveva sapientemente illustrato le differenze tra talassocrazie e tellurocrazie. Ancora una volta, constatiamo quanto l’inestimabile contributo di Haushofer venga sistematicamente ignorato dagli studiosi occidentali, quando, invece, basterebbe leggere il suo testo: Geopolitica delle pan-idee (“Geopolitik der Pan-Ideen”, 1931), per avere una precisa traccia analitica in modo da comprendere la nostra epoca. Per il resto, lo studioso transalpino sviscera quello che è noto in lui: un’opposizione alla espansione americana che non contempla la demonizzazione di questa Nazione. Il tutto avviene in virtù di un ragionamento assai “digeribile”, persino per quel lettore fornito di strumenti non troppo sofisticati, ma pur sempre interessato ad approfondire questa cruciale tematica, confermando che il testo in questione, più che un esaustivo saggio, andrebbe considerato un utile pamphlet politico.  

Il secondo intervento è quello di Luca Giannelli: Americanismo/Anti-americanismo. Un impossibile faccia a faccia, dove si sostiene che oggi la “questione americana” non si possa più affrontare efficacemente. Una posizione che lascia di primo acchito spiazzati. Comunque, Giannelli fornisce vari spunti ampiamente condivisibili, come quando stigmatizza l’errore principale commesso dalla maggior parte dei commentatori europei nel parlare della politica statunitense, con quella tendenza ad: “[…] associare Partito Democratico e Partito Repubblicano ai nostri tradizionali concetti, peraltro sempre più consunti e obsoleti, di sinistra e destra [..]” (23).

Egli dimostra di conoscere la materia in profondità, sciorinando nomi e citazioni in modo competente, però purtroppo la sua “negazione” nell’affrontare il problema non convince appieno, malgrado le puntuali argomentazioni. L’analisi portata avanti è di tipo “interno” alla società USA e senza ombra di dubbio valida. Purtuttavia, il “problema americano” è per sua natura una questione di politica estera, anzi, sarebbe meglio dire “di alterità politica”. In sostanza, poco importa per gli altri quanto sia suggestivamente contraddittoria (come accade nella corretta interpretazione di Giannelli) l’America: la tematica imperialista è chiara e, oggi, di stringente attualità.

Il terzo e conclusivo contributo è quello di Marcello Foa: I binari dell’informazione. “Però esistono dei meccanismi impliciti molto più forti ed efficaci, ovvero si crea un contesto per cui la verità condivisa con cui si affronta un problema crea le premesse per un pensiero unico” (40). Queste parole chiariscono come l’autore si concentri sul controllo dei media da parte di certi poteri, i quali mirano a imporre una sola ed esclusiva interpretazione del mondo attuale. Foa introduce il fondamentale termine “frame”: uno strumento socio-culturale che subdolamente crea e orienta le opinioni di intere società. Qualsiasi informazione che non rientri in questa “gabbia” viene rifiutata in automatico dalla coscienza collettiva dei popoli globalizzati; in altre parole stiamo parlando della più classica forma di “ingegneria sociale”, e ormai, per spiegarla, non vale neanche più la pena di scomodare i nomi illustri di Aldous Huxley e George Orwell, è sufficiente avere un po’ di accortezza nell’osservare il mondo in cui viviamo, così da accorgersi che: “[…] i meccanismi indotti sono sempre più efficaci dei meccanismi imposti con la forza” (43).

Tornando a de Benoist, egli ragiona bene, questo si sa, ma puntualmente non ci persuade. Sarà che siamo vicini alla lettura della società americana fatta da Julius Evola, decisamente più netta e schierata di quella del francese, che comunque dimostra di conoscere nel dettaglio la cultura statunitense. Senza voler mancare di rispetto alla sua analisi, crediamo che questo suo scritto si avvicini più a una attenta dissertazione di americanistica, piuttosto che a una sul “problema americano”. Se egli stesso afferma: “Non ci possiamo stupire, in queste condizioni, che tutti i guai incontrati dagli Stati Uniti nel mondo risultano molto spesso per la loro incapacità profonda a immaginare che gli altri popoli possano pensare diversamente da loro” (19), allora ci domandiamo il perché egli non si renda conto – come fecero Haushofer prima ed Evola poi – di questo “Male”, il quale andrebbe forse combattuto con più vigore, e non solamente capito, come invece auspica de Benoist.

In ogni modo, un testo/pamphlet come questo aiuta, e non poco, a chiarirsi le idee su come opporsi al pensiero unico propagandato negli ultimi anni. Per quanto ci riguarda, noi siamo affezionati al sopracitato trascendentalismo, dove si incoraggiava una sana indipendenza culturale e morale dell’America dall’Europa, senza alcun anelito per una espansione all’estero dell’arcinota American way of life.

A esser del tutto sinceri, benché si celebri sempre de Benoist, in questa pubblicazione i contributi dei due italiani, molto meno à la page negli ambienti tradizionali, non sfigurano affatto con quello del ben più conosciuto intellettuale transalpino e, ci è sembrato, riescono a circoscrivere meglio quello che è – su questo nutriamo pochi dubbi – un “problema” che va essenzialmente risolto e non timidamente compreso. Va da sé che, per arrivare a una qualsiasi forma di soluzione vantaggiosa per i Popoli europei, l’America va capita.