Ma io sono un Ute!

Ma io sono un Ute!

Quando Sidney Margolin, psichiatra californiano, cercava una risposta fra i membri della tribù indiana Ute circa la loro spiccata tendenza all’aggressività, questi affermavano in modo del tutto naturale: “Ma io sono un Ute!”.

Lo psichiatra ha fatto approfonditi studi sociopsicologici presso questa tribù ed è giunto alla conclusione che questo popolo soffre di un terribile eccesso di pulsioni aggressive che non riescono a sfogare nelle odierne riserve indiane. Bisogna sapere che, come molte altre tribù pellerossa, gli Ute erano abituati da secoli a vivere di guerra e ruberie, applicando così una selezione che prediligeva gli individui più aggressivi e combattivi. Ora, è da notare che non solo i vecchi indiani soffrono di questa patologia, ma anche coloro che sono nati e cresciuti nel nuovo ambiente americanizzato. È triste notare come questi indiani si siano col tempo ammalati, non potendo più esprimere se stessi nel nuovo ed artificiale mondo delle riserve, finendo per accusare una grave forma di depressione.

Ecco allora che le violenze e gli omicidi presso gli Ute sono frequentissimi, più che in altre tribù meno bellicose. Violenze che si riversano perlopiù nei confronti di indiani di altre tribù con le quali entrano in contatto.

Ciò è dovuto principalmente al loro orgoglio identitario e razziale. Infatti, è loro antica tradizione preservare fino all’estremo sacrificio l’integrità etnica del popolo Ute, il che spiega perché le loro “attenzioni” siano rivolte soprattutto nei confronti degli “stranieri”. È una legge ferrea, un vero e proprio tabù inviolabile. Questa intransigente difesa della razza può addirittura spingersi sino all’istigazione al suicidio!

Chi ha ucciso un membro della sua comunità, per un motivo qualsiasi, è tenuto ad attenersi scrupolosamente ad attenersi alla tradizione e a togliersi la vita. E non si fanno sconti a nessuno…

Lo stesso Margolin riferisce di un caso alquanto curioso. Lo psichiatra racconta di un indiano Ute poliziotto, il quale svolgeva la sua attività nell’ambito della sua riserva, che si vide costretto suo malgrado a sparare per legittima difesa ad un membro della sua tribù. Le indagini che seguirono lo assolsero da qualsiasi responsabilità, ma la tradizione Ute ardeva nel suo cuore, come un fuoco perenne.

L’indiano poliziotto riflettè un po’ sull’accaduto, anche confrontandosi con il suo superiore bianco, ma alla fine non volle sentire ragione e si suicidò, lasciando che il triste destino facesse il suo corso, quasi come in una classica tragedia greca.

Ma c’è un’altra curiosità: lo psichiatra americano ha anche dimostrato come gli incidenti automobilistici siano di gran lunga più frequenti fra gli Ute; incidenti perlopiù dovuti alla guida pericolosa di questi bellicosi indiani. Secondo lo studioso anche questo dato è da leggere nel senso di una aggressività repressa. Provate a guidare una Porsche mentre per un qualsiasi motivo avete in corpo una rabbia incontenibile e vi accorgerete di quanto possiate essere veloci, e soprattutto pericolosi…!

Questa strana malattia che ha colpito gli indiani Ute in modo così evidente, tanto da far dire a uno di loro “Ma io sono un Ute!”, non è poi molto diversa dallo stato di inquietudine e depressione che colpisce ognuno di noi nel momento in cui ci viene negato l’unico diritto al quale proprio non possiamo e vogliamo rinunciare: quello di essere fedeli a noi stessi, alla nostra identità. Il diritto e il dovere di essere se stessi appunto. Sradicati e gettati in un mondo che non ci appartiene, fatto di effimere felicità borghesi, diveniamo facili prede di quella subdola e terribile malattia moderna che è la depressione, proprio come i poveri Ute.