Quod non est in internet non est in mundo. Esistere al tempo della Rete

Quod non est in internet non est in mundo. Esistere al tempo della Rete

Nessuno saprà cosa si sono detti quei tre amici, in una sera d’inverno, seduti alla tavola del casolare. Forse neppure loro lo ricordano distintamente, adesso che la vita è passata e loro, e i loro figli, e i figli dei loro figli non sono più. Ma quella sera hanno riso, e cantato, e onorato la loro amicizia.

Nessuno saprà cosa ha provato quell’uomo, un mattino di maggio, tornando in licenza al paese. Nessuno sa cosa ha detto alla moglie che lo aspettava e a quel bambino che non aveva mai visto prima, eppure era già grande: nessuno sa cosa avrà detto a suo figlio. E adesso nessuno lo sa, perché la loro vita è passata, felice o triste, o un entrambe le cose. Ma si sono amati, e lui dopo quel ritorno non è più partito.

Tutti sappiamo, invece, che oggi Anna ha fatto il centrotavola di Natale, e deve essere bello davvero, visto che ha preso 36 “mi piace”. Chissà se poi lo userà di nuovo, l’anno prossimo, o se lo butterà. Sappiamo anche che Luca e Licia hanno fatto tre mesi dalla prima “uscita”, perché quei cuoricini che hanno invaso le nostre bacheche ieri sera – in tempo reale – ci hanno detto che erano fuori a cena. Sappiamo anche cosa hanno preso per cena, dall’antipasto al caffé.

Vale la pena sapere queste cose? Ma soprattutto: vale la pena mostrarle a tutti? E se quel centrotavola Anna lo avesse fatto lo stesso, ma lo avesse fatto solo per i suoi bambini, anziché per tutti i suoi parenti, amici, nemici e conoscenti, dal cugino di Toronto alla compagna di banco di terza elementare? Sarebbe esistito lo stesso, oppure no?

La domanda può sembrare bizzarra, ma… Esiste ancora ciò che non è su internet? Se un ristorante non ha un sito di riferimento, esiste? O fa schifo a prescindere? O non si può neppure trovare? Al suo posto ci sarà il nulla, un punto vuoto nel mondo? La quarta dimensione?
Se non mostriamo a tutti che siamo saliti su un monte, ci siamo saliti? O no? Abbiamo scarpinato per sei ore sotto il sole e… la batteria del telefono ci ha abbandonato. Maledizione, allora siamo rimasti a casa. Non abbiamo sentito né vento né fiori né altezza né solitudine né ebbrezza. Siamo rimasti a casa, per tutto il mondo.

Nessuno, se non si ferma un attimo a pensarci, sa veramente quanto sia influenzato da questo – inconsapevole – modo di considerare la realtà. Siamo quello che condividiamo in rete, non siamo ciò che facciamo. Se mi sono rotto un braccio ma non ho postato un commento su Facebook che lo annunci urbi et orbi, quel braccio è sano. Per tutti è sano. Chi potrebbe dire altrimenti? Farebbe quasi rabbia girare col braccio al collo, in questa situazione. Come un fallo di simulazione nel calcio.

Proviamo a fare un esercizio, qualcosa che – vedrete – vi farà bene all’anima, anche se non vi renderà più social. Scegliete qualcosa, qualsiasi cosa, e fatela. Tenetevela per voi. Condividetela solo con la persona che amate, con gli amici più cari. Non postate nulla. Non twittate nulla. Non condividete nulla. Vivetela e basta. Non la ritroverete in bacheca, fra qualche anno, ma la ricorderete ugualmente. Anzi più forte, più viva, più vostra.