Gorizia, la piccola Berlino italiana

Gorizia, la piccola Berlino italiana

1945. Il confine orientale è martoriato e la situazione instabile. Gli scontri tra le truppe della RSI e tedesche contro l’esercito jugoslavo e le formazioni partigiane, ma anche le battaglie interne tra queste ultime (si veda la famosa strage di Porzus), minarono la già fragile regione, allontanando gli entusiasmi derivanti dalla liberazione (si fa per dire) che sarebbe avvenuta a breve nel resto d’Italia. A differenza della Germania e degli altri alleati dell’Asse, l’Italia non subì l’invasione sovietica, se non l’invio di qualche reparto di supporto, mentre dovette fronteggiare l’altrettanto temibile avanzata titina, supportata da molte formazioni partigiane nostrane e aiutata dalla già citata confusione derivante dal conflitto.

A ciò seguì il genocidio e l’esodo istriano e dalmata, giustificato dalla storiografia antifascista come reazione ai crimini italiani in Jugoslavia (anche se, come dimostrato, l’Italia fu chiamata dai governi separatisti sloveno e croato per conquistare l’indipendenza da Belgrado, ormai avviata verso la dittatura socialista). Con il trattato di Parigi (1947), il Memorandum di Londra (1954) e il trattato di Osimo (1975), venne stabilito un nuovo confine che toglieva all’Italia porzioni di territorio e lasciava migliaia di cittadini in uno Stato non loro. Tale confine, inizialmente contrassegnato da una striscia bianca dipinta a terra, venne in seguito rafforzato facendo della Venezia Giulia la porzione finale della cortina di ferro. Interi comuni, da secoli abitati da genti italiane, in passato parte della Serenissima Repubblica di San Marco, vennero ceduti al regime titino, che si macchiò di crimini sia contro gli jugoslavi ex italiani che contro la sua stessa gente.

A subire più di tutti il nuovo riassetto frontaliero fu la città di Gorizia, letteralmente tagliata in due. La frontiera fu fatta passare per la Piazza della Transalpina (così chiamata dal nome della ferrovia), lasciando quindi all’Italia il centro storico della città e alla Jugoslavia i 3/5 del territorio comunale comprendenti la zona industriale, il 15% dei residenti e la stazione ferroviaria affacciata sulla piazza. La città subì in prima persona la crisi del 1953, quando il Maresciallo Tito minacciò l’invasione della stessa e di Trieste, come prevedevano i piani iniziali del dittatore, ben lungi dalla liberazione dal nazi-fascismo, ma che comprendevano la conquista dell’attuale Friuli-Venezia Giulia e probabilmente anche del Veneto, regioni ricche di porti e di cantieri.

Una piccola parentesi allegra si ebbe domenica 13 agosto 1950, quando migliaia di goriziani jugoslavi si riversarono sui confini sfidando la polizia di frontiera jugoslava, i graniciari, prendendo letteralmente d’assalto i bar e i negozi della Gorizia italiana. Fu l’occasione che ebbero le famiglie, separate dal confine, di riunirsi e di acquistare prodotti che sotto i regimi socialisti erano ormai difficili da reperire (comprese le scope di saggina, l’articolo più venduto quel giorno a Gorizia).

Ma ciò che rese la città giuliana paragonabile a Berlino fu l’edificazione nel 1947 di un muro, passato alla storia come il Muro di Gorizia, costituito da una base di calcestruzzo alta 50 cm e da una ringhiera alta un metro e mezzo. Il tutto sorvegliato da torrette con guardie pronte a sparare.

Sul frontone della stazione fu collocata la Stella Rossa, simbolo della Jugoslavia comunista, accompagnata dalla dicitura “Mi gradimo socializem” (“Noi costruiamo il socialismo”), quasi come una minaccia alla parte italiana della città.

Fortunatamente per la popolazione, non vi furono le morti dovute all’attraversamento clandestino del confine come fu per Berlino (mentre vi furono deportati da Gorizia nella Slovenia jugoslava, che non fecero più ritorno) e il fatto che la Jugoslavia non avesse aderito al Patto di Varsavia rese leggermente più semplice il passaggio transfrontaliero rispetto al resto d’Europa. Come a Berlino, anche dentro la città giuliana esistevano (ed esistono tuttora, seppur con funzioni diverse come controllo pedaggi) veri e propri check-point quali Casa Rossa, Sant’Andrea, Salcano, San Pietro e Merna.

Ma a differenza di Berlino, che nel 1990 festeggiò la riunificazione dei due settori in seguito alla caduta del suo Muro, Gorizia non ebbe la fortuna di essere riunita a Nova Goriča. Una magra consolazione si ebbe con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea il 1° maggio 2004; il giorno prima fu abbattuta la parte di muro nella piazza, consentendo la libera circolazione di goriziani italiani e sloveni solamente all’interno della stessa. Nel 2007, con l’adesione al trattato di Schengen, la frontiera venne definitivamente abbattuta, sostituita da una fila di mattonelle.

Oggi, la presenza italiana a Nova Goriča è decisamente minima (si stima che appena un centinaio di Novogoričani sia di madrelingua italiana, pur essendo tale minoranza tutelata dalla costituzione slovena), molto inferiore alla presenza italiana sul litorale, in particolare a Capodistria e Pirano.

Ma per quanto la propaganda europeista spinga per esaltare l’unità delle nazioni, la questione di Gorizia e istro-giuliana in generale rimarrà ancora una ferita aperta, un taglio onnipresente nella carne e nel cuore, tanto doloroso quanto quel confine goriziano, sia esso un muro o una fila di mattonelle a terra. Le frontiere devono dividere le Nazioni tra loro, non attraversarle.