Un cinese in Sardegna

Un cinese in Sardegna

Quando scrutiamo con inconsapevole riverenza il tubo catodico e i suoi pixel democratici, oppure quando sfogliamo  la carta stampata modellata sul bipensiero orwelliano, sentiamo sempre parlare, oltre ai fatti di casa nostra, solamente della politica estera in salsa americana, prettamente yankee, o di quella russa, vodka, neve e bombardamenti su ospedali ad Aleppo. Qualche volta si parla di Israele, di quanto la Shoah abbia inciso sul portafoglio di Bibi Netanyahu, o di macchine che saltano per aria due volte al mese a Hebron; si parla di India, quando due treni con seimila persone e quaranta caproni cadauno, si scontrano (a causa dei Marò). Poi basta, del resto del mondo non si sa altro.

Eppure, c’è un agente speciale col trench imbottito di Renminbi che scorrazza da una longitudine all’altra del pianeta Terra comprando fiumi, laghi, montagne, miniere e persone, con la mira di ingrassare il suo utile di uno zero all’anno. Riuscendoci pure.

La Cina, quell’ammucchiata di un miliardo e mezzo di persone che occupa mezzo sud-est asiatico, sta lentamente, ma neanche troppo, colonizzando economicamente diverse lande, desolate e non, del mappamondo. La Repubblica cinese, un po’ popolare un po’ socialista, sta portando a compimento uno sviluppo economico che le ha permesso di entrare nel terzo millennio come il Paese dalla maggior crescita a livello mondiale, grazie ad una molteplicità di fattori, tra cui un notevole aumento della produzione industriale. Non a caso è la nazione dove gli sforamenti di qualsiasi limite imposto all’inquinamento sono quotidianamente superati da un nuovo record in negativo, una sfida al Protocollo di Kyoto ed all’Accordo di Parigi, dei quali il sornione Xi Jinping, Presidente in pectore da quattro anni esatti, sembra curarsi ben poco se non nulla.

E il buontempone sessantatreenne di Fuping, lo scorso 17 novembre, approfittando del sordomutismo mediatico italico, ha scorrazzato per un giorno intero in tre quarti di Sardegna, portando buon umore e iniezioni di liquidità all’Isola dei nuraghe e della Canalis.                                    

Stando ai dati del Ministero degli Affari Esteri, in termini di scambi commerciali l’Italia risulta il quindicesimo partner commerciale cinese sul piano globale ed il quarto a livello europeo. Il settore trainante è quello della meccanica strumentale, seguito dalla moda e dal settore auto. 

Nel 2015, l’interscambio tra Italia ed i partner dagli occhi a mandorla – affermano i dati Eurostat – è stato pari a 38,6 miliardi di euro, in crescita dell’8,47% rispetto al 2014, con un aumento delle nostre importazioni di circa il 12,3% (28,15 mld di euro) e una tendenza sostanzialmente invariata delle esportazioni (-0,68%, per un totale di 10,42 mld di euro).

I figli dei Quattro Mori e di Zola e Riva, dunque, hanno visto atterrare con il maestoso Boeing 747 (non taroccato), il Presidente economicamente più influente di tutti e due gli emisferi, e forse anche della Via Lattea. Un leader che, nel dicembre 2015, durante il Forum sulla cooperazione Cina-Africa (Focac) tenutosi a Johannesburg, ha annunciato un fondo di 60 miliardi di dollari per incentivare l’industrializzazione, implementare le infrastrutture e sviluppare i servizi finanziari del continente nero. Un Capo di Stato che, sempre nel rapporto bilaterale, con l’Africa nel 2014 ha innestato uno scambio commerciale di 220 miliardi di dollari. Insomma, uno zio Paperone in carne ed ossa che, dopo aver conquistato il quadro africano, acquisendo la patria potestà sulle materie prime ed ottenendo nuovi mercati in un contesto di scarsa concorrenza, ora sta veleggiando verso il Mediterraneo, anche per tastare gli umori europei in seguito alle elezioni statunitensi, alla conquista di una nuova e pregiata via della seta, la cosiddetta One Belt One Road”, come ipotizzato dal suo esecutivo.

Intanto, il Parco Tecnologico di Pula, che ospita il centro di ricerca Crs4, ringrazia e si inchina a Xi per i venti milioni di euro di accordo con il colosso Huawei, gigante dell’hi-tech che ha optato per il parco tecnologico sardo in vista dei suoi investimenti e per la ricerca in comune su “smart and safe city”. Si sfrega le mani anche Alimenta, l’azienda isolana che esporta il 95% della sua produzione di latte ovino in polvere per neonati in Cina e che, dopo la visita orientale, grazie a un accordo societario con la cinese Blu River Dairy, ha programmato di ricevere investimenti per 40 milioni nei prossimi 10 anni in Sardegna. Ci spera in fondo anche il sito archeologico di Nora, prima tappa della visita italiana di Jinping, sito promesso in sposo a milioni di turisti dell’Ex-Impero di Mezzo già con la carta di imbarco per il Bel Paese.

Pensandoci bene, in tempi relativamente recenti, però, si era parlato dei piccoli amici dal pigmento flavo. A fine giugno di quest’anno, la comunità cinese di Sesto Fiorentino, in Toscana, aveva ingaggiato una vera e propria guerriglia urbana con gli agenti di Polizia in perfetto stile posticipo notturno, con qualche ferito e pure qualche Daspo. Motivo: l’Asl si era permessa di prendere l’iniziativa di eseguire un’ispezione in diversi capannoni, dopo anni di permissivismo da parte della Regione Toscana. Di qui vennero a galla vecchie tematiche, sempre ottimamente taciute.

La comunità cinese presente nel nostro territorio sta, sotto gli occhi di tutti, allargando la propria influenza, creando monopoli anticoncorrenziali, rilevando esercizi commerciali, bar, ristoranti, supermercati e negozi d’abbigliamento. Tutte attività che, spesso, sono state acquistate in contanti a un prezzo estremamente superiore a quello di mercato, grazie a strani giri di liquidità, che spesso hanno nella potentissima rete d’affari cinese una poco limpida garanzia di copertura economica.
La totale assenza di disciplina e controllo da parte delle istituzioni nel monitorare queste comunità che agiscono al di fuori della legge per quel che concerne la tutela del lavoro e la qualità dei prodotti, va a rendere pressoché invincibile la concorrenza orientale, creando una situazione drammatica per i poveri commercianti nostrani, che non possono essere competitivi di fronte a rivali che fanno, ad esempio, lavorare i propri dipendenti 14-15 ore al giorno per 7 giorni, con buste paga da terzo mondo, senza tutele, senza regolari contratti e, nel 99% dei casi, sfruttando lavoro nero e addirittura manodopera minorile. Le denunce da parte delle associazioni di categoria e le rimostranze dei consumatori ci sono, ma non hanno ancora avuto un’adeguata risposta.

Dunque, la serpe orientaleggiante, dopo aver ingravidato il Soccer conquistando la proprietà dell’Internazionale F.C., attraverso due viabilità ben distinte, la tangenziale del commercio al dettaglio ed all’ingrosso e l’autostrada degli accordi internazionali, sta lentamente inghiottendosi settori della nostra economia nel silenzio mediatico più assoluto. Vuoi che l’immigrazione cinese non propone gommoni da appendere su Palazzo Strozzi, o non meriti approfondimenti speciali su Tv7 e Presa Diretta, ma questo è.

Badate bene, però, a non puntare il dito contro i “musi gialli”, perché sbagliereste. Costoro compiono semplicemente ciò che l’etica capitalista che permea la loro anima gli dice di fare. Cavalcano perfettamente il quadrupede che gli è stato sellato. La colpa è solo ed esclusivamente dello Stato italiano, incapace di saper pronunciare la parola “sovranità” e declinarla in politiche protezioniste e di salvaguardia e valorizzazione del prodotto e del lavoro italiano. Di muri di questi tempi ne servirebbero molti, ma della Muraglia Cinese ne faremmo volentieri a meno.