Snowden

Snowden

Diretto dal regista tre volte Premio Oscar Oliver Stone, Snowden è il ritratto di una delle figure più controverse degli ultimi decenni: l’uomo responsabile di quella che è stata definita la maggiore violazione dei sistemi di sicurezza nella storia dei servizi segreti americani.

Nel 2013 Edward Snowden (Joseph Gordon-Levitt) lascia improvvisamente il suo impiego alla National Security Agency (NSA) e vola a Hong Kong per incontrare un gruppo di giornalisti, allo scopo di rivelare i giganteschi programmi di sorveglianza elaborati dal governo degli Stati Uniti.

Consulente esperto di informatica, legato da un impegno di massima segretezza, Snowden ha scoperto che una montagna virtuale di dati viene registrata dai servizi americani, tracciando ogni forma di comunicazione digitale, non solo relativa a governi stranieri e a potenziali gruppi di terroristi, ma persino quella di normali cittadini statunitensi. Prima della sua fuga in Asia, egli raccoglie meticolosamente centinaia di migliaia di documenti segreti per dimostrare la portata della violazione dei diritti in atto. La sua confessione ai media resta tuttora inascoltata, benché si tratti della denuncia su come il governo americano stia tentando da tempo di prendere il possesso del pianeta.

I fatti narrati nel film vanno dal 2004 al 2013; queste date sono assai importanti, giacché Snowden ha lavorato nei servizi USA sia sotto la presidenza di Bush Junior, che in quella di Obama. Già tale elemento dovrebbe farci allarmare, poiché quando era alla guida della Nazione il più assurdo Premio Nobel di sempre, lo spionaggio da parte americana è aumentato, e di molto per giunta. Ecco, quella di Snowden è la storia, quasi un’epitome, dei lati oscuri dell’America. Una vicenda a dir poco inquietante, che i media occidentali allineati si ostinano a nascondere. “Non c’è modo di sfuggire a questo controllo digitale”, questo è il nocciolo della verità raccontata da Snowden, una realtà finalmente svelata, quanto insopportabilmente rimasta inascoltata. Giusto per fare una piccola, quanto agghiacciante sintesi di quello che ha costruito l’intelligence a stelle e strisce, potremmo dire che Facebook e Twitter altro non sono che due potenti mezzi di spionaggio di massa in mano alla CIA e alla NSA. Beh, una riflessione quasi banale, scontata!

Allora cerchiamo di conoscerlo meglio il “Drago Morente”, come lo ha sapientemente definito l’eurasiatista Aleksandr Dugin, e il film di Stone, se letto oltre la patina di perfezione hollywoodiana che lo connota, di informazioni per far ciò ne dà non poche. Ad esempio, quasi nessuno nel nostrano ciarliero ambiente degli analisti di politica internazionale conosce la differenza tra la CIA e la NSA. Dunque, la prima è autorizzata quasi esclusivamente a operare all’estero, mentre la seconda sul territorio nazionale. Snowden, avendo lavorato per entrambe, ha potuto osservare e registrare tutte le operazioni-ombra dei servizi del suo Paese. Il nostro grande alleato? Ah sì, quello che spia ogni singolo cittadino del mondo che non sia russo o cinese, uniche due potenze anti-egemonia USA sul Globo? Oppure, come racconta l’agente americano nel film, il fatto che gli statunitensi abbiano chiesto al governo nipponico di poter sorvegliare i cittadini del Sol Levante e, al rifiuto da parte giapponese, lo abbiano fatto lo stesso. E non finisce qui, visto che la CIA ha inserito dei “bug” nel sistema energetico del loro primo alleato sullo scenario asiatico, in modo da poter letteralmente “spegnere” il Giappone in pochi secondi; si parla dell’Era Obama, tanto per intenderci, il peggior presidente nella storia americana – lo affermiamo in qualità anche di americanisti – altro che latore di buoni propositi umanitari. Il succo dell’opera di Stone è facilmente riassumibile: sino alle recenti elezioni, gli USA si preparavano – e chi ci dice che non sia ancora così – alla conquista del mondo. Non ci si dovrebbe quindi stupire della controffensiva di Putin, oppure della politica di allontanamento dall’America voluta da Shinzō Abe, per finire col gelo che si è creato tra gli Stati Uniti e nazioni che sino a pochi anni fa erano da considerarsi fedelmente dalla loro parte: Filippine e Taiwan. Non sappiamo quale sarà la politica estera del neo-Presidente Donald Trump, ma una cosa è ben chiara, se si fosse proseguito sul sentiero tracciato da Obama, sempre per dirla con Dugin, il mondo sarebbe giunto alla sua rovina.

Terminata una doverosa analisi politica, dal punto di vista prettamente filmico, la pellicola si mostra avvincente sin da subito. Gordon-Levitt si conferma sempre puntuale nei ruoli che gli vengono affidati. Il tutto viene confezionato da Stone con una pregevole biopic, con l’unico neo nell’essere forse un po’ troppo lunga, un vecchio difetto dello “Stone d’inchiesta”. Del resto, il regista tende sempre a dilungarsi quando prende di petto i più inconfessabili segreti del suo Paese: è sufficiente citare il suo fluviale: JFK – Un caso ancora aperto (1991). Di punti in comune con questo altro film di Stone, Snowden non ha soltanto la lunghezza, che verso la fine suscita una parziale fatica nello spettatore, ma pure una perfetta formalità. Sinceramente, questo regista non ci ha mai fatto impazzire, ma non vi è dubbio alcuno che sia un ottimo cineasta, di quelli che sanno come si dirige.  

Per ricapitolare il senso delle vicende legate a Edward Snowden, nonché il messaggio più significativo della pellicola di Stone, possiamo citare una frase tratta dal film: “La maggior parte degli americani non vuole la libertà, ma la sicurezza”. Non è forse questo il motivo alla base della vittoria di Trump? Che cessino le ipocrisie, quelle delle élite che strizzano l’occhio a George Soros e che hanno fatto della menzogna mediatica il proprio dogma da almeno venti anni. Il “mito della democrazia americana”? Quale profonda sciocchezza, buona solo per un ignorante in materia di Stati Uniti o, più probabile, per un gran bugiardo. Stiamo esagerando? Sfidiamo chi ci legge e resta interdetto dalle nostre parole ad andare a vedere questo ottimo film. Se si resterà stupiti o scioccati da quello che in esso viene narrato, sarà l’ennesima prova di quanto la massa sia bove, giacché le cose non le vuole sapere. Snowden vive da anni in Russia, ovviamente miglior posto dove chiedere asilo non poteva certo trovarlo. Il “Male Americano”, come suole dire Alain de Benoist, non è un qualcosa che per capirlo servano contatti con poteri occulti o altro… è sotto gli occhi di tutti e una pellicola come quella di Stone può essere utile per comprendere che, se è pur vero che su Trump poco sappiamo, se avessimo tuttavia continuato con la politica di Obama-Clinton, oggi avremmo un mondo con pochi, anzi pochissimi anni dinanzi a sé.