Referendum e terrorismo mediatico

Referendum e terrorismo mediatico

Dopo un inizio di settimana agitato per gli indici di Piazza Affari, trascinati al ribasso dalle banche e con lo spread salito a quota 190 punti base, è iniziata, puntuale ed inesorabile, la campagna di terrorismo mediatico circa i possibili effetti che un’eventuale vittoria del “no” causerebbe all’intero sistema economico e finanziario nazionale. Ad inaugurare la solita, stucchevole litania dell’informazione mainstream ci ha pensato, questa volta, il Financial Times (il più noto e autorevole giornale economico-finanziario britannico), che, nell’edizione della scorsa domenica, ha deciso di spararla davvero grossa: se vincerà il “no” al referendum del 4 dicembre, “fino a otto banche italiane – tra cui Mps – saranno a rischio fallimento”, innescando una reazione a catena in tutta l’Eurozona.

Un déjà-vu a cui abbiamo assistito già qualche mese fa, in occasione della tornata referendaria sulla Brexit. Non occorrono particolari doti di memoria per rammentare l’innumerevole mole di analisi e rapporti allarmistici che avevano paventato, addirittura, una catastrofe senza precedenti in caso di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. “Crollo della City”, “sofferenza bancaria”, “crescita del tasso di disoccupazione”: sono solo alcune delle possibili conseguenze prospettate da diverse testate giornalistiche – come appunto il Financial Times – in occasione del referendum britannico. Dopo la Brexit, non è successo nulla di tutto questo. Nessun disastro, quindi, gli effetti nel lungo periodo restano incerti, ma, finora, l’economia britannica ha smentito le previsioni di una pesante recessione economica. Al netto di tutto, la tornata referendaria anglosassone ha portato con sé, assieme alle molteplici implicazioni sociali, politiche ed economiche, un sostanziale segnale, ovvero il fallimento della propaganda mediatica, che da sempre ha rappresentato uno degli strumenti strategici di qualsiasi regime, establishment o gruppo di potere. Giornali, tv, riviste, tabloid hanno tentato in ogni modo di arginare e screditare il crescente fronte del “Leave”. Hanno cercato di frantumare le ragioni dei sostenitori della Brexit. Hanno subdolamente sfoggiato le loro “verità” circa le conseguenze di un’uscita dall’Europa, ergendosi al ruolo di presuntuosi profeti. Ci hanno provato, eppure hanno perso.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo in Italia, in queste ore di fibrillazione pre-referendaria. C’è una singolare uniformità dei giornali e delle tv, in Italia e in tutta l’Europa. Tutti d’accordo nel creare terrore, evocando scenari apocalittici nel caso di una vittoria del “no”.

Lo abbiamo capito tutti, ormai. Questa riforma è voluta dalla grande finanza. Siamo, dunque, al cospetto dell’ennesima menzogna ideologica, condita da ingiustificato allarmismo, urlata a gran voce da quell’élite, politica ed economica, sempre più intimorita dalla possibilità di perdere parte del potere e veder svanire quella lunga lista di progetti antidemocratici. È la storia che si ripete, la solita. Quello a cui stiamo assistendo è, di fatto, la prova di come si stia tentando di intimorire il suggestionabile popolo con minacce catastrofiche legate a crolli finanziari, per i quali non esiste alcun nesso concreto con l’eleggibilità del Senato, l’abolizione del Cnel o la revisione della carta costituzionale. La tenuta del comparto bancario ed economico italiano non hanno, certamente, alcuna relazione con gli esiti della prossima tornata referendaria, ma sono connesse con altri fattori indipendenti e, comunque, irreversibili in caso di permanenza dell’Italia nell’Ue: dalla congiuntura economica ai vincoli draconiani di Bruxelles; dai flussi migratori alla speculazione finanziaria, passando per la corruzione e lo sperpero di risorse pubbliche. Senza dilungarmi in inutili analisi economico-finanziarie, che lascio ad altri più autorevoli del sottoscritto, una delle principali criticità del sistema bancario nostrano è individuabile nella gigantesca esposizione a titoli derivati tossici, pronti ad esplodere in quella che si profila come la maggiore fonte di rischio finanziario dai tempi di Lehman Brothers. Criticità che, ovviamente, non ha nulla a che vedere con questioni legate al bicameralismo o alla governabilità. Quello che invece risalta, in tutta la sua squallida prepotenza, è un dato oggettivo: la revisione costituzionale, fortemente voluta dalla grande finanza internazionale (Jp Morgan in primis!) e da Bruxelles, non avrà alcun effetto, se non quello di rimuovere altro potere alla nazione e al popolo, sempre meno sovrano e sempre più suddito.

La Brexit in Europa, l’elezione di Trump in Usa sono solo alcuni esempi delle dinamiche d’insurrezione elettorale che stanno caratterizzando gran parte delle democrazie occidentali. L’odierno terrorismo psicologico, assieme alle miserabili mance elettorali promesse in pompa magna dall’attuale governo, sono la prova tangibile che il sistema teme la volontà popolare. Verrebbe da pensare che, tra le élites economiche italiane ed internazionali, si stia affermando una concezione piuttosto misera della democrazia.

Oggi più che mai, votate gente e… non fatevi fregare!