Achille ed Arjuna. L’eroe indoeuropeo fra esitazione e Destino

Achille ed Arjuna. L’eroe indoeuropeo fra esitazione e Destino

Nell’indagare le radici profonde dello spirito indoeuropeo, emergono innumerevoli rassomiglianze fra miti ed archetipi appartenenti a civiltà apparentemente distinte ma che, in realtà, sono accomunate dalla comune matrice genetica e spirituale. Un esempio di tali impressionanti richiami ancestrali è rappresentato dai miti “gemelli” di Achille ed Arjuna.

Entrambi questi eroi guerrieri, giovani e semidivini, in un momento cruciale della propria esistenza si trovano di fronte al medesimo bivio dagli esiti fondamentali: quello fra le proprie passioni individuali e la realizzazione del proprio destino, della propria natura più profonda. Ed entrambi, lottando contro un animo incerto, scelgono la medesima via, realizzando se stessi e – al contempo – distruggendo una parte di sé, quella più incerta ed imperfetta.

I parallelismi e le comunanze fra i due miti sono tali da far ritenere che, in realtà, ci si trovi di fronte ad un unico archetipo che, nella diversa evoluzione delle stirpi indoeuropee, sia stato in seguito elaborato in maniera distinta.

Analizziamo il momento decisivo: quello in cui la sorte dei due eroi è in bilico fra l’esitazione e la lotta. Il tempo si ferma, in entrambi i casi le vicende del mondo esterno rallentano, in modo da consentire all’eroe – attraverso un percorso interiore – di raggiungere la consapevolezza di sé necessaria ad affrontare la propria vera natura.

Anzitutto, troviamo Achille – nel pieno della Guerra di Troia – lontano dalla battaglia, ritirato con rancore nel proprio accampamento. Attorno, i Troiani stanno prendendo il sopravvento, facendo strage degli assedianti e minacciando l’esito stesso del conflitto. Achille, dopo gli aspri contrasti con Agamennone, rifiuta di prendere le armi e resta a lungo insensibile – anzi, indifferente – rispetto alle vicende della guerra.

Arjuna, l’eroe indiano del Mahabaratha, si trova proprio malgrado coinvolto in una terribile guerra civile, che vede opposta la fazione dei Kaurava – cui appartiene – e quella dei Pandava. Nelle fila di questi ultimi, Arjuna, già lanciato all’attacco, scorge con sgomento molti parenti ed amici. Esita, depone l’arco e desiste dall’assalto.

Entrambi gli eroi sono esitanti, fragili, umani. Percepiamo in entrambi lo stesso conflitto interiore, che determina la sorte funesta dei propri consanguinei: Achille, esitando, causa la morte di innumerevoli Greci, che appartengono alla propria stirpe ma che gli hanno causato un torto. Arjuna, esitando, pregiudica la vittoria della propria gente per non macchiarsi di fratricidio verso coloro che, attaccandolo, gli stanno causando un torto.

In entrambi i casi, la linea che divide gli amici dai nemici è labile e incerta. C’è un po’ di nemico nei fratelli, c’è un po’ di amico negli avversari. Il risultato è un’inerzia dolorosa, che contrasta con il carattere solitamente risoluto ed istintivo dei due eroi.

La decisione è sofferta e, sia nel caso di Achille che in quello di Arjuna, richiede sia un percorso di approfondimento interiore, sia l’intervento di forze superiori all’individuo.

Achille non si smuove finché non ha notizia che l’amato Patroclo, vestite le sue armi, è stato ucciso. Anche una parte di sé, quindi, è stata suo malgrado uccisa, caduta in quello stesso conflitto cui si era sottratto. Arjuna non si smuove finché il suo auriga, che in realtà è Krishna, lo incita a realizzare se stesso, ammonendolo sulla caducità del corpo e sulla necessità di superare le esitazioni: nessuno può essere davvero ucciso in battaglia, perché la stirpe è eterna.

All’esitazione, in entrambi i casi, fa seguito un assalto fulmineo, che con una agilità solare ed innata stravolge gli esiti del conflitto. È il furore guerriero, quella condizione ancestrale che i Germani indicano con il nome di Wut: ascesi del sacrificio, impeto di generazioni trasfuse in un unico uomo.

L’animo è smosso, riportato alle proprie sedi innate, al proprio destino. È la calma sconfinata dell’Attimo che – al di là delle nebbie delle passioni – si fa lucido impeto di battaglia, è l’agire-senza-agire conosciuto anche dalle popolazioni orientali. Motori immobili di valore, gli eroi della nostra tradizione sono lontanissimi da una condizione di mera violenza: non fanno altro che realizzare se stessi, ossia il connubio – introvabile altrove – fra pensiero ed azione che caratterizza la stirpe indoeuropea.

L’insegnamento che Achille ed Arjuna ci trasmettono ancora oggi attraverso il mito, quindi, è impegnativo ed entusiasmante allo stesso tempo: non avere timore di essere ciò che si è chiamati ad essere, realizzare sé stessi al di là di quell’inerzia che può sopraffare anche l’animo migliore. Il Destino è al di fuori della tenda, è nella corsa del carro, nel colpo veloce, nel mito. La nostra coscienza più profonda saprà riconoscere e far proprio questo ammonimento.