La Presidenza del Consiglio e la storia di un luogo comune

La Presidenza del Consiglio e la storia di un luogo comune

All’indomani del referendum costituzionale, che ha portato alle dimissioni del premier Matteo Renzi, si parla di un nuovo governo, che, secondo alcuni, probabilmente non sarà “eletto dal popolo” nemmeno stavolta. Sempre secondo la propaganda qualunquista, il governo Renzi sarebbe stato “abusivo”, come i precedenti governi Letta e Monti, mentre l’ultimo governo legittimo sarebbe stato quello di Silvio Berlusconi, terminato anch’esso con le dimissioni. Alla luce di ciò, onde evitare di cadere nel grottesco e nell’ignoranza che ormai stanno affliggendo il web, è opportuno riportare le basilari nozioni di diritto, senza necessariamente farne un’apologia ma per spiegare come funzionano le nomine delle cariche dello Stato.

L’articolo 92 della Costituzione recita così: “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.” L’art. 94 recita altresì “Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale. Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni. La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.”

Si evince pertanto che il Primo Ministro italiano NON è mai eletto dal popolo, bensì nominato dal Capo dello Stato. Al popolo spetta l’elezione delle due Camere, essendo la nostra una Repubblica parlamentare, le quali accordano o revocano la fiducia al Governo. Questo sistema rientra nella definizione di “democrazia indiretta” o “rappresentativa”.

L’elezione popolare del capo del Governo non avveniva nemmeno durante il Regno. Abbiamo sentito molte volte paragonare la nomina di Renzi, Letta o Monti a quella di Benito Mussolini nel 1922: stando al solito luogo comune, le prime sarebbero state date con un colpo di Stato, la seconda mediante un’elezione popolare. Consultando lo Statuto Albertino, costituzione in vigore all’epoca, si nota come non si faccia nemmeno riferimento alla figura del Presidente del Consiglio, ruolo che verrà de facto inaugurato da Camillo Benso conte di Cavour, ridimensionando così l’ingerenza del Re nel potere esecutivo. Inoltre, è bene precisare che Mussolini fu nominato Capo del Governo dal Re subito dopo la Marcia su Roma e solo due anni dopo il PNF fu eletto come partito di maggioranza (mentre prima il partito di Mussolini era in Parlamento solo attraverso una piccola coalizione).

Ma allora da dove viene questa idea errata secondo la quale il popolo elegge il primo ministro?

La causa della confusione è da ricercare nella metodologia con cui si svolgono le campagne elettorali. Quando viene presentata una lista o una coalizione, compare sovente nel simbolo usato anche il nome del possibile Presidente del Consiglio, cosa che in effetti per gli ultimi tre governi non c’è stata. Questo perché, non appena si insedia la nuova legislatura, il Capo dello Stato si consulta col Parlamento per la nomina del Governo ed il nome del capo viene indicato dalla maggioranza. Non appena riceve la nomina, il Governo otterrà la fiducia del Parlamento, in pratica della maggioranza. Il popolo quindi vota anche (e a volte soprattutto) con l’idea di chi sarà il prossimo Primo Ministro, anche se legalmente e formalmente non è esso che decide chi mandare a Palazzo Chigi. Le nomine di Monti, Letta e Renzi, che non sono coincise con le elezioni politiche, hanno quindi generato questo grande equivoco; anche perché è difficile credere, col senno di poi, che se un partito o una coalizione avesse presentato questi nomi sarebbe riuscito comunque ad ottenere la maggioranza dei seggi.

Forse l’unico luogo comune che si rivela essere autentico risiede nelle ingerenze dell’Europa sulle nomine di questi tre governi, che abbiamo visto essere asserviti completamente (ma forse non tanto più dei precedenti) ai diktat di Bruxelles e Strasburgo.