Una sconfitta annunciata

Una sconfitta annunciata

 

Ora che il No ha avuto una vittoria travolgente e Renzi ce lo siamo tolti di torno, è il caso di rifare il punto della situazione sulla riforma, anche entrando nel merito, anche se – va comunque ribadito – fermarsi alla riforma non servirebbe a fare luce sul perché di una vittoria del no così massiccia, così schiacciante. Ebbene, sin dal primo momento la riforma di Renzi è apparsa approssimativa e pasticciata, tanto da determinare immediatamente prese di posizione delle parti politiche più svariate, oltre che di competenti costituzionalisti del rango di Zagrebelsky.

Se uno dei punti principali era quello di ridurre i costi della politica, come furbescamente Renzi aveva fatto scrivere sulla scheda elettorale, possiamo subito osservare che la riduzione dei senatori a 100 di certo non contemplava la chiusura di Palazzo Madama, dove tutte le strutture, compresi commessi, questori e servizi, sarebbero rimasti integri, uguali a prima. Il risparmio sarebbe stato davvero esiguo, come pure da più parti è stato sottolineato. E venendo alla bufala tanto propagandata  di snellire l’iter dell’approvazione delle leggi, è un dato di fatto che, nei suoi mille giorni, Renzi ha mostrato assoluta noncuranza del dibattito parlamentare, sia in una Camera che nell’altra.

Gli italiani più attenti sanno bene, infatti, che lo strumento principe del quale in questi mesi si è servito il Presidente del Consiglio è stato quello dei decreti legge, ratificati poi velocemente alla scadenza con il sì una maggioranza di Yes Men acefali e privi di qualunque capacità critica e legislativa. Il livello culturale e mentale di questi signori gli italiani lo hanno potuto verificare in occasione delle innumerevoli passerelle televisive, dove la banalità e i luoghi comuni hanno imperversato pazzamente. Con la Riforma, del resto, gli italiani sarebbero stati privati del diritto di eleggere i senatori, affidando ai partiti e al governo la scelta tra sindaci e consiglieri regionali di dubbia moralità, viste le decine di scandali e di inchieste che hanno riempito ininterrottamente la cronaca dei giornali. Senza parlare, poi, della confusione relativa al conflitto di competenze tra Stato e regioni. Molto si è detto anche sul CNEL, ma, come è stato osservato, invece di abolire completamente il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro,  sarebbe bastato ottimizzarlo, riducendone il numero degli appartenenti attraverso un normale un iter parlamentare.

Venendo poi ad altri aspetti, non è che non sia necessaria una revisione della Costituzione, anzi, al contrario, questa è più che urgente. Si sarebbe dovuti andare al fondo delle questioni, ma sul serio, non attraverso minestre riscaldate. Ad esempio, sarebbe stata certamente opportuna l’abolizione completa del Senato e, contestualmente, anche la riduzione dei parlamentari di Montecitorio da 630 a 400. E questo sarebbe stato corretto e sacrosanto, se solo si pensa che, negli Stati Uniti, a fronte di una popolazione cinque volte superiore a quella italiana, i parlamentari sono 500.

E poi altre riforme sarebbero state davvero necessarie, non ultima quella dell’istituto del referendum, non nel senso di renderlo più complicato attraverso l’aumento del numero di firme necessarie ad approvarlo, come voleva Renzi, ma abolendo il quorum in modo definitivo e dando modo agli italiani di pronunciarsi anche sulle leggi di bilancio e sui trattati europei e internazionali, cosa che è preclusa dal 1948. Questo sarebbe stato davvero un passo verso la libertà e il coinvolgimento dei cittadini nella politica. E’ noto che, nella vicina Svizzera, ma anche in altri paesi europei, gli elettori sono chiamati spessissimo a pronunciarsi sulle questioni più disparate e anche apparentemente insignificanti.

Resta comunque il fatto che il No a Renzi ha avuto sin dal primo momento una valenza politica. Sia perché Renzi è diventato presidente del Consiglio non in seguito alle elezioni, ma grazie ad un colpo di mano dell’ex presidente Napolitano, sia perché le leggi varate in questi tre anni non solo si sono rivelate sbagliate, ma sono state imposte a forza e con arroganza al popolo italiano. Così è stato per l’abrogazione dell’Art. 18 e l’approvazione del Jobs Act, che hanno riportato in auge in Italia la logica dello sfruttamento dell’uomo sul modello del Frühkapitalismus, sia per la legge 107 del luglio 2015, nota come legge della “Buona Scuola”, fortemente avversata dall’intero mondo dell’istruzione. Chi non ricorda gli scioperi, la sfilza di flash mob e di assemblee dei docenti?

Ed ancora, l’approvazione della legge elettorale Italicum, le balzane e scriteriate riforme di Marianna Madia ed ancora l’aumento dell’imposizione fiscale, l’aumento della disoccupazione, i mancati rimborsi alle imprese, il rinvio continuo del rinnovo dei contratti delle categorie, la sudditanza vergognosa alle logiche usuraie dell’Unione Europea, hanno fatto il resto. Pertanto, nessuno stupore di quanto accaduto. Quella di Renzi era, infatti, una sconfitta annunciata, anche nei termini massicci nei quali si è poi concretizzata la sera del 4 dicembre.