Il Principe e il Fascista

Il Principe e il Fascista

“La sinistra ama così tanto i poveri che vuole che siano sempre di più”. Questa vecchia battuta, molto in voga nell’ambiente della destra radicale e di quella centrista, scherzava sulla questione, molto più seria, delle masse popolari illuse da certe fazioni politiche, le quali lucravano su quello che i comunisti definivano “proletariato”. Facendo qualche salto indietro nel tempo, possiamo vedere l’Italia, e non solo, tappezzata di manifesti socialisti e comunisti che incitano le masse popolari a ribellarsi contro il Capitale ed a realizzare il “sogno” già avverato in Unione Sovietica. Vediamo i faccioni sorridenti e gli sguardi grintosi dei parlamentari social-comunisti, pronti a combattere a fianco dei poveri, degli sfruttati, della plebe. E questi, attratti dalla speranza di una società più equa, pendono dalle labbra dei candidati alla Peppone, sono pronti a mettere la croce sulla falce e il martello (ancora usati anche dal Partito Socialista), attendono con ansia l’esito e rimangono delusi quando il telegiornale annuncia l’ennesima legislatura a maggioranza democristiana.

Poi avviene qualcosa che mette fine a tutto, relegando le fotografie del tempo che fu in uno scatolone in soffitta. Arrivano gli anni ’90, il mondo socialista collassa su se stesso sopravvivendo in forme assai ambigue nella Cina popolare, in Corea del Nord e a Cuba; l’Italia fa i conti con Tangentopoli ed entra in quella che è definita “Seconda repubblica”.

Dai manifesti delle sinistre scompare il lavoratore, la falce e il martello vengono accantonati dai grandi partiti e mantenuti solo da qualche movimento nostalgico, “Il Quarto Stato” del Pellizza finisce a decorare pareti e il viso barbuto di Karl Marx lascia il posto a Kissinger.

Ma è sulla cultura, da sempre considerata il pilastro portante della sinistra, che il cambiamento incide maggiormente, addirittura stravolgendone completamente la visione del mondo.

Ora il povero non è più il cittadino da coccolare e da imbonire, ma è l’ignorante a cui va negato ogni diritto. Si guardi l’esempio del Brexit: la sinistra progressista e liberale, quella che tratta la bandiera blustellata come un feticcio, fa esplodere la sua rabbia sui social network invocando la revoca del suffragio universale e la concessione del diritto di voto solo a chi si uniforma alla scelta “giusta”, secondo quella prospettiva squisitamente plebiscitaria, che pensavamo fosse una prerogativa del Fascismo.

Ma il povero è anche quello che è razzista e fascista di natura. Il lavoratore o il disoccupato non devono lamentarsi se il loro posto nella società e nella casa popolare è assegnato a stranieri; farlo significa essere razzisti, quindi è molto meglio dormire in auto e rovistare tra i rifiuti. Così come è inaccettabile che i poveri si lamentino dell’economia europea, perfetta così com’è; chi muore di fame o arranca a fine mese deve imputare tutto a sé stesso e non al mercato comune.

Il povero non può permettersi di viaggiare, ciò lo rende ancora più razzista; perché lo sappiamo, un razzista è una persona che viaggia poco. E guai se i poveri scendono in piazza per i diritti sociali, ultimi residui del tremendo Ventennio: in piazza si scende per i diritti civili, per i matrimoni gay, per l’abolizione delle frontiere, per le droghe libere, per il diritto a delinquere senza ripercussioni, contro la legittima difesa, per la scuola facile.

In altre parole, il povero diventa il Fascista, il pericolo, colui che viene messo in secondo piano, persino dopo l’ultimo degli insetti. E tutto ciò ci fa capire come raramente essere ricchi di denaro è sinonimo di ricchezza di spirito.