Mps, tra sovranità nazionale e nazionalizzazione. 5 possibili scenari in caso di fallimento.

Mps, tra sovranità nazionale e nazionalizzazione. 5 possibili scenari in caso di fallimento.

Il Monte dei Paschi di Siena non naviga da tempo in buone acque, il suo titolo in borsa continua a crollare e le sue azioni hanno raggiunto il minimo storico; si calcola che, nell’ultimo mese, la banca abbia bruciato quasi il 36% del suo valore in Borsa. Inutili sono stati gli aumenti di capitale varati in passato e la decisione dello scorso 8 dicembre da parte della BCE di non posticipare il nuovo aumento di capitale di 5 miliardi rende le cose ancora più complicate, tanto da poter “comportare un ulteriore deterioramento della posizione di liquidità, ponendo a rischio la sopravvivenza della banca”, ha spiegato in una nota Mps.

“Too big to fail”, troppo grande per fallire, è un’espressione usata senza troppa cautela dagli esperti, magari nella speranza di affidarsi alla buona sorte, ma il Fondo Monetario Internazionale ha già suggerito al Tesoro Italiano di tenersi pronto ad intervenire. In parole povere, a nazionalizzare la banca se la situazione dovesse precipitare.

In tal caso, gli effetti sarebbero disastrosi e si andrebbe incontro a 5 possibile scenari:

  1. La prima conseguenza, la più diretta, è che il Mps, ad oggi, conta circa 8000 dipendenti, che rischiano ovviamente di perdere il posto di lavoro. Tuttavia, questa minaccia accomuna un po’ tutti gli istituti di credito, italiani e non: con decine di migliaia di tagli di posti di lavoro ogni mese, infatti, quello bancario è un settore che non è più in grado di creare occupazione. Questo a causa di una digitalizzazione incontrollata, che ha portato al taglio sistematico delle filiali. A rischio è quindi tutta la categoria dei “colletti bianchi”: dei circa 300 mila dipendenti del settore si calcola che nel prossimo anno quasi 25 mila perderanno il posto di lavoro, una grossa fetta della già tartassata classe media italiana. Mps, quindi, non è che la punta dell’iceberg.
  2. A Piazza Affari è l’intero settore bancario Italiano a pagare un prezzo altissimo per la crisi del Mps. Le banche italiane soffrono la volatilità del mercato e l’instabilità politica interna, comunica l’agenzia di rating Fitch. In testa Carige e Unicredit, ma il rischio di un effetto domino è altissimo, dal momento che i fondi pubblici utilizzati dal governo per rafforzare la capitalizzazione del comparto hanno incatenato il settore. Il rischio di contagio è altissimo e il crollo di uno, potrebbe trascinare tutti.
  3. Il tonfo azionario subìto dalla banca senese ha coinvolto migliaia di investitori, abbattendo il valore delle loro azioni, passate da circa 7€ a 0,765€ nell’ultimo periodo. Lo scenario che si prospetta è quindi lo stesso di Banca Etruria? Forse. Ma come se non bastasse, 40.000 risparmiatori retail, in possesso di obbligazioni emesse in riferimento ai bond del 2008 con scadenza nel 2018, avranno la possibilità (in realtà senza molto margine di scelta) di convertire le obbligazioni in azioni, per contribuire all’aumento di capitale di 5 mld entro il 31 dicembre. Saranno quindi i risparmiatori a essere chiamati a salvare Mps comprandone le azioni.
  4. La recente vittoria del No al referendum costituzionale e le successive dimissioni del  governo Renzi hanno da un lato ha fatto dileguare i possibili investitori stranieri interpellati da Jp Morgan e Mediobanca per l’aumento di capitale di 5 miliardi, dall’altro ha condannato gli italiani al quarto governo non eletto (nel linguaggio politicaly correct, si dice Governo di Responsabilità), allontanando lo spettro delle elezioni. In caso di voto, infatti, gli scenari cambierebbero radicalmente, con il rischio di trovarsi in Parlamento come interlocutori istituzionali nazionalisti e populisti, in forte ascesa nei sondaggi, dato il crescente malcontento dovuto alle promesse disattese del Governo. In un quadro in cui la pressione fiscale e il debito pubblico sono alle stelle, la crescita del Pil è inchiodata allo zero e la disoccupazione non stenta a scendere, si inserisce così il possibile fallimento del terzo istituto di credito del paese. E’ chiaro che la Sovranità Nazionale lascia il passo alla stabilità politica, con tanti saluti alla rappresentanza.
  5. La carta della nazionalizzazione sembra dunque l’ultima da giocare, dopo che la soluzione di mercato non ha dato i frutti sperati, con la vendita di bond subordinati e le garanzie mai arrivate dei freschi capitali esteri (si tratta di trovare 5 miliardi per una banca che vale appena 500 milioni). Il Governo Renzi ha preferito non affrontare la questione, lasciando al nuovo governo appena insediato la responsabilità di spiegare alle migliaia di correntisti di Mps che si ritrovano con Bond subordinati in portafoglio che i loro titoli rischiano di diventare carta straccia.