Confini e libertà

Confini e libertà

L’Istria è Italia, dicevano, e la Dalmazia è Italia, e Italia è anche Fiume, con il suo carico di storia e di tradizioni che, quel 12 settembre 1919, portarono d’Annunzio e i suoi legionari ad occupare la città, in quello che può essere considerato come un atto cavalleresco, uscito dalla penna di qualche poeta. Le terre irredente, perennemente in cerca di redenzione, lasciano dietro di sé una scia smisurata di amori e di odi, di passioni e di tormenti. Il tentativo di riunire in una sola casa Patria, in senso istituzionale, tutti i figli di una madre Patria, in senso spirituale e culturale, oltre che linguistico, ha sempre esercitato un fascino quasi salvifico, tanto da ispirare non solo movimento di popolo e di armi, ma anche di arte e di cultura. E così l’Istria è Italia, e la nave di d’Annunzio, dal Vittoriale, punta ancora i suoi cannoni alla costa irredenta.

Ma oggi, che senso avrebbe parlare ancora di questo?

Che senso avrebbe, oggi, parlare della ridefinizione dei confini, quando è la stessa idea di confine che si perde, sbiadendo, nell’inerzia di questi giorni confusi e di queste ore malate d’ignavia e di cupio dissolvi? Cosa importa, qui ed ora, se porto Baross stia dall’una o dall’altra parte del confine, se Capodistria sia Italia o Slovenia, se Fiume sia Italia o Croazia, se è la stessa concezione posta alla base di queste dissertazioni che, oggi, viene sistematicamente minata e svuotata di ogni senso? Che senso ha la lotta, la disputa, l’impresa, e che senso ha litigare su un confine, quando non ci sarà nessun confine su cui vivere e morire, su cui sperare e pregare?

Ora che la globalizzazione, l’economia internazionale, il senso di globalismo e di multiculturalismo che, despoti del nuovo mondo, annullano ogni visione contraria, che senso ha l’Istria bella in cui “ogni sasso arido è caro”? E che senso ha anche Nizza, con le sue vie che portano ancora nomi italiani, e il cui dialetto occitano ancora ricorda gli echi della sua italianità? Ora che scolorano i confini e sfumano nel niente indistinto delle cifre, in cui la terra ha perso il proprio significato ancestrale pregno di vita e di fede, non ha più senso litigare per un confine. E se, appena qualche anno fa, la Croazia svendeva i suoi cantieri navali pur di portare a termine il processo della sua integrazione nell’Unione Europea, svendendo, quindi, anche la propria storia, e Pola, Spalato, Treù, Porto Re e tutto quanto ci ricordava, rispettivamente, quello che volevamo e che non volevamo cedere, che senso ha ora Fiume d’Italia? Se il confine, un tempo segno distintivo di una identità e di una fede, ora viene assurto ad emblema della divisione e dell’odio, al posto che dell’unione e dell’amore, che senso ha parlare di Istria italiana?

È pur sempre nei confini che è stata forgiata la storia d’Europa, e non perché “i muri dividono”, ma perché i muri definiscono quello che si è, chiariscono i nostri nomi, e gettano luce sul nostro passato comune, perché i ponti hanno senso solo laddove esistono anche i muri. I muri, e i confini, sono una guida per rintracciare l’origine dei nostri pensieri e della nostra vita, e anche nel dissenso, anche nel non essere d’accordo, non si può prescindere da dove si è partiti. Dalle autonomie comunali medievali, in cui le città erano cinte da mura, alle signorie rinascimentali, al celebre “cuius regio, eius religio”, che a Westfalia definisce, proprio sulla base del confine, il paradigma dello Stato moderno, giungendo poi al risveglio dei nazionalismi e ai processi di unificazione italiano e tedesco, non è possibile prescindere dal confine come luogo del pensiero definitorio di un sostrato culturale comune, e per ciò stesso stabilizzante, e non discriminante, proprio per questo armonizzatore, e non escludente.

Un giorno, forse, quando ricominceremo a comprendere che il confine unisce, e non divide, che il confine definisce, e non esclude, e che il confine in ultima analisi pone le basi per il vero rispetto e la vera tolleranza, invece del più becero multiculturalismo che distrugge ciò che vorrebbe integrare, allora torneremo a litigare per l’Istria, per la Dalmazia, per quello che vorremo. E lo faremo con uno scopo, e forse già solo per questo ci sentiremo molto meglio.