Zingari: un amore tradito

Zingari: un amore tradito

Ci sentiamo ripetere a scadenze ossessive che la non conoscenza dell’altro porta al rifiuto. Lo conoscessimo, lo ameremmo tout court. Il ragionamento m’è sempre sembrato bislacco, perché esclude la possibilità del rifiuto. Eppure, conoscere dovrebbe essere il passo indispensabile non per amare, ma per scegliere.

Quando si ragiona di popoli, razze e culture, la non accettazione pare essere il male supremo, come se tutto ciò che viene da una tradizione diversa dalla nostra debba necessariamente esser ben giudicato.

Il timore che gli zingari – i rom, i manush (chiamiamoli, per una volta, come più ci aggrada) – suscitano è tale da superare la paura del biasimo di cui sopra e la forzata conoscenza non ha portato né all’accettazione né tanto meno al rispetto.

Così è accaduto nelle periferie italiane, così ai nostri antenati, che circa sei secoli fa, sono passati da un iniziale entusiasmo per i gitani, al terrore, fino, va detto con chiarezza, all’odio, talora eccessivo, ma mai immotivato o irragionevole.

La mia curiosità mi ha spinta a capirne i motivi e a leggere molto e a molto investigare su questo popolo ariano, originario dell’India, che, oggi sparso in Europa ed addirittura in America, solo nell’ 800 d.C. arrivò in Cilicia e non prima del 1300 in Grecia. Numerosissimi in Romania, dove sono conosciutissimi e, guarda caso, odiatissimi, e dove arrivarono solo alla fine del quattordicesimo secolo.

La dedizione degli zingari, dedizione quasi “religiosa”, culturale, filosofica al ladrocinio e all’inganno ha una lunga tradizione, se è vero come è vero che nel 1400, quando giunse in Germania “un popolo scuro di capelli e di carnagione”, fu presto definito “sporco, truffatore e ladro”, così come riporta un contemporaneo di quella prima invasione, Krantius.

Eppure, quando le prime carovane giunsero da Oriente, gli zingari non furono accolti come i Re Magi, ma quasi!

Privilegi notevoli ottennero dai bizantini e in seguito, soprattutto in Italia, furono benvoluti e ricercati: presentatisi con abiti da poveri pellegrini egiziani, venivano affidati loro doni e beni di ogni genere, in quanto promettevano che a Gerusalemme avrebbero pregato per l’anima dei benefattori!

Alla fine del quindicesimo secolo godevano persino della protezione papale… i poveri pellegrini!

Un magistrale debutto teatrale quello dei manush, che, per iniziare i loro rapporti con i popoli occidentali, misero in atto una gigantesca farsa: lo stratagemma del pellegrino, il quale altro non era che una efficientissima trovata per derubare i gagè, i non zingari.

Appena però i gagè capirono l’espediente, cominciarono prima a temerli e poi ad odiarli: esercitavano le arti oscure della chiromanzia e della magia attirando ancor di più l’attenzione in secoli in cui, Deo gratias, si credeva alla realtà del diavolo e delle sue insidie.

Dal 1500 al 1700 si emanarono leggi molto dure contro gli zingari, ma con l’Illuminismo si intraprese la lunga ed infruttuosa lotta per l’integrazione. La loro condizione giuridica migliorò sensibilmente in tutta Europa, ma il rifiuto ostinato per il lavoro rimase intatto, se si esclude il commercio dei cavalli e l’artigianato del rame, attività oggi peraltro quasi scomparse. 

E’ l’antropologo Piasere, che ha vissuto a lungo con gli zingari, a raccontarci, quasi obtorto collo, del ladrocinio grazie al quale molti di loro si mantengono; è sempre lui a svelarci la situazione di illegalità nella quale vive persino chi lavora come commerciante… rigorosamente senza licenza!

C’è in Piasere una sorta di comprensione del fenomeno… “per loro sarebbe difficile ottenere le licenze… quindi, poveretti, lavorano senza!”.

La stessa accondiscendenza che non so se avrebbe verso un connazionale per il quale la stessa, identica licenza prevede una stessa, identica via crucis, alla quale comunque si sottopone!

Curiosa anche la giustificazione che l’antropologo escogita per scusare l’incapacità degli zingari ad adattarsi a qualsiasi lavoro.

“Studi condotti nell’Europa dell’Est su Zingari proletarizzati a forza dalle autorità, dimostrano che questa tensione al mantenimento della padronanza del proprio tempo persiste. Le tattiche messe in pratica sono diverse, prima fra tutte quella dell’assenteismo, ossia quello che dai non zingari è considerato assenteismo.”

Qualcuno ha cercato di farli lavorare (non proletarizzare, Piasere, lavorare!), ma loro, a dire dello studioso, non si sono rifiutati… hanno semplicemente messo in atto “quello che da noi si chiama assenteismo“… chissà come si chiama da loro?! 

Quasi commovente l’amnesia del ricercatore, che sul tema del rame, metallo tradizionalmente apprezzato dai nomadi, dimentica il verbo “rubare” e dichiara: “se uno zingaro decide veramente di fare il lavoro di sbalzare il rame, lo compra, lo cerca”.

Piasere ci istruisce ulteriormente (e qui raggiunge l’apice della manipolazione della verità), raccontandoci che mentre i rom pongono in essere attività che noi consideriamo illegali (il furto, lo spaccio), loro stimano illegale il lavoro, “vissuto come un vero furto del loro tempo da parte del datore di lavoro”.

Insomma, la partita si chiuderebbe in parità! Si tratta, lo ripete a chiarissime lettere lo studioso, solo di uno scontro culturale: da una parte noi che rubiamo il tempo ai rom, pagandoli per il lavoro (qualora lo svolgessero), dall’altra parte loro che ci rubano la borsa e ci svaligiano casa! Uno a uno. 

C’è un particolare, dimenticato od omesso volutamente, ed è un particolare non secondario per un antropologo: il ladrocinio e lo spaccio, essendo attività che arrecano enorme danno a chi le subisce, sono oggettivamente male e male vengono considerate ovunque nel mondo. Il lavoro, invece, cioè l’abnegazione, la fatica, la dedizione, la disciplina, sono, sotto ogni cielo, un bene. 

L’impressione è che parecchi zingari abbiano da sempre invertito questi valori, con il risultato d’essersi attirati l’odio di molti popoli entrati in contatto con loro, nuocendo anche, e forse in primis, a se stessi.

Come sempre è la realtà a parlare: molti zingari ricchi vivono in campi assediati dai ratti e dall’immondizia, dall’incuria e dalla sporcizia dimostrando, ce ne fosse bisogno, che quel disprezzo per l’impegno e per l’ordine che li caratterizzò fin dal loro affacciarsi nel nostro mondo, è una peculiarità che, quanto meno, si ritrova con una certa cadenza nel loro modus vivendi.

Un modo di vivere che non ha consentito loro di offrire molti contributi alla cultura dell’umanità, che ha attirato parecchio fastidio e che, per venire ai nostri giorni, sta trasformando le nostre periferie in luoghi pericolosi, sporchi, indegni… quell’indegnità dalla quale tutti si possono affrancare, ma che comincia con la scuola (altra possibilità concessa e mai sfruttata) e col lavoro. In due parole: con la fatica.

Gli zingari di fatica non sembrano averne fatta molta, noi sì, molta: a casa e all’estero. Sarebbe ora, anche per loro, di cominciare!