O Perón o Montoneros

O Perón o Montoneros

El Escarmiento (“Il castigo”), pubblicato nel 2010, è un libro di Juan B. Yofre, (autore di diversi saggi sulla recente storia argentina), che si sofferma su un anno decisivo e drammatico della storia di quel paese, ossia il periodo che va dal giugno del 1973 al primo luglio del 1974, dal definitivo ritorno in patria del Generale Juan Domingo Perón al giorno della sua morte.

Il 20 giugno del 1973, nei pressi dell’aeroporto internazionale di Ezeiza, centinaia di migliaia di Argentini (alcuni dicono più di un milione) attendono l’arrivo dell’aereo che lo riporta in patria dopo un lungo esilio (era stato costretto ad abbandonare il Paese a seguito del golpe militare del 1955), circondato da un nutrito e variegato  gruppo di amici, collaboratori e sostenitori (compreso qualche discutibile accompagnatore), ma, dati gli incidenti che si producono tra opposte formazioni peroniste (o pseudo tali), l’apparecchio è fatto atterrare nel vicino aeroporto militare di Morón.

Ad Ezeiza muoiono una settantina di persone, molte delle quali estranee alle fazioni. E’ il primo e il più grave e violento scontro frontale che metterà di fronte peronisti ortodossi (tra i quali i vecchi dirigenti dei sindacati, e tra questi la potentissima CGT, la Confederación General del Trabajo) e la sinistra peronista, la c.d. “Tendencia (revolucionaria)”, composta dalla Juventud Peronista, dai Montoneros e da altre sigle, rappresentata anche nelle istituzioni, con governatori nelle province di Buenos Aires e di Mendoza e un gruppo di deputati nel parlamento nazionale. La scintilla scocca quando esponenti dei Montoneros – e probabilmente anche dell’ERP (Ejército Revolucionario del Pueblo) trozkista – armati, cercano di occupare il palco da dove Perón avrebbe dovuto parlare alla folla e che è presidiato dagli esponenti dell’ortodossia justicialista, armati anch’essi.

Tutti vogliono apparire come i legittimi rappresentanti di Perón: la sua vecchia guardia, capitanata dal dirigente sindacale José Ignacio Rucci – poi assassinato qualche mese dopo dai Montoneros, che l’incolperanno, ingiustamente (lui stava sull’aereo col Generale), dei morti di Ezeiza  – e la “Tendencia”, che vedeva nel ritorno del vecchio leader justicialista la possibilità di coronare il proprio sogno della “Patria socialista”. Ma circolava un’altra teoria. Che nelle stesse file dei Montoneros si pensasse ad una eliminazione del Generale (che loro sapevano restio a soluzioni rivoluzionarie), per cavalcare in suo nome il caos che ne sarebbe derivato – ipotesi alla quale lo stesso Perón dava credito.

El Escarmiento è un libro crudo, essenziale. L’autore non mette nulla del suo, lascia parlare documenti e testimoni diretti, cita fatti e circostanze e li lascia scorrere verso la loro logica interpretazione. A partire dalla rinuncia del presidente Héctor Campora, il 13 luglio del 1973 – era stato eletto il 25 maggio precedente quale rappresentante del “justicialismo”, con Perón ancora impossibilitato a candidarsi – impostagli dallo stesso Generale, scandalizzato dalla sua conduzione politica accomodante coi Montoneros e con la sovversione, con una legislazione penale che era stata ammorbidita fino ad arrivare all’adozione dell’amnistia, che aveva consentito la scarcerazione di centinaia di detenuti accusati e condannati per fatti anche gravissimi e recenti, come sequestri ed omicidi.

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El Escarmiento, Juan B. Yofre, 2010

Che Perón era quello ritornato in patria dopo un così lungo esilio? Non certamente quello di vent’anni prima. Ma anche il mondo, il Sud America, l’Argentina, non erano più gli stessi di allora. La guerra fredda, la rivoluzione cubana, le successive ondate sovversive e le stesse esperienze di dieci anni di potere (1945-1955) avevano maturato in lui il convincimento che il metodo di governo non poteva più essere il vecchio peronismo verticalista, esclusivista, descamisado, sempre in continua guerra colle minoranze, totalizzante e che aveva, in qualche misura, contribuito a creare forti contrapposizioni nel Paese. Perón era tornato per governare attraverso una politica di ordine e di pacificazione: questo gli chiedevano gli Argentini, scossi da ondate di violenza che percorrevano la società e per questo, il 23 settembre, avevano votato la “fórmula Perón-Perón”, che, con oltre il 62 per cento dei voti, aveva consentito al vecchio Generale di ottenere il terzo mandato e alla giovane moglie Maria Estela Martinez de Isabel de Perón la vicepresidenza.

Il paese era in preda al caos: uffici pubblici assaltati, sequestri di persone che venivano rinchiuse in “carceri del popolo” dai membri dell’ERP, occupazioni di università e scuole, quotidiani atti di violenza contro sindacalisti, militari e poliziotti, che vedevano protagonisti anche membri Montoneros e della Juventud Peronista, attacchi ed attentati anche mortali contro esponenti di sinistra rivendicate da una sigla, “Triple A” (Alianza Antiimperialista Argentina o Alianza Anticomunista Argentina), riconducibile ad ambienti di estrema destra.

Perón incomincia a convocare tutti i partiti, persino quello comunista. Vuole la pacificazione nazionale e intreccia col suo vecchio avversario, Ricardo Balbín, leader del Partito radicale, una stretta relazione, che lo porterà addirittura a designarlo, in punto di morte, come proprio successore, e per questo pregando invano i suoi stretti collaboratori di trovare una formula costituzionale che lo consentisse, non essendo Balbín titolare di alcuna funzione istituzionale.

Qui sta la principale cesura con l’ala della sinistra peronista, come lo stesso Mario Firmenich – leader indiscusso dei Montoneros dopo la morte di uno dei suoi fondatori, Fernando Abal Medina, responsabile della prima azione rivendicata, il sequestro e l’uccisione del generale ed ex presidente Pedro Eugenio Aramburu, uno dei capi della “Revolución Libertadora”, che nel 1955 aveva fatto cadere il peronismo – dichiarerà in alcune conversazioni private registrate da un infiltrato nel movimento, poi pervenute a Perón.

Questi, secondo Firmenich, avrebbe dovuto assumere la leadership continentale; diventando presidente della nazione, non solo aveva personalizzato l’azione politica – che invece doveva essere guidata da gruppi di avanguardia – ma in più era dovuto scendere a patti con forze “imperialiste” e liberalconservatrici, entrando in contraddizione con il proprio pensiero, che, secondo il leader montonero, porterebbe inevitabilmente verso il socialismo. Per questo, concludeva, i Montoneros sono i veri figli legittimi (o, quanto meno “i figli naturali che lui non volle”) del peronismo.

Al sentir parlare di “Patria socialista”, Perón rispondeva: “In Argentina ci sono cinque partiti socialisti: ne scelgano uno, nessuno li obbliga a militare nel peronismo”.

Ed ancora: “Mentre gli altri parlano di socialismo, noi parliamo di giustizialismo. Siamo decisamente antimarxisti”. E a proposito di Cuba – dove si curavano gli addestramenti di ERP e Montoneros: “Non faccia il gioco che ha fatto in Cile (con Allende, nda), perché in Argentina potrebbe scatenarsi un’azione piuttosto violenta”.

Se l’ERP era ufficialmente marxista leninista, anche se diviso in varie frange ideologicamente distinte, più complessa si presentava la natura ideologica dei Montoneros.

Quasi tutti provenienti da famiglie d’estrazione borghese (non pochi di media-alta borghesia), un notevole influsso lo ebbe una visione cattolico-terzomondista, favorita dal Concilio Vaticano II, poi sfociata nella teologia della liberazione. La rivoluzione cubana, col suo afflato anti-imperialista e nazionalista, ebbe anch’essa una presa notevole nella formazione dei Montoneros ed al loro interno varie furono le sfumature circa l’atteggiamento verso il castrismo, con cui però mantennero sempre costanti contatti, a livello ideologico, d’intelligence e d’addestramento. Vero è che essi, a differenza dell’ERP, non facevano parte della Junta Coordinadora Revolucionaria – controllata dall’Avana e che includeva al suo interno anche il Movimento de Izquierda Revolucionaria cileno, i Tupamaros uruguagi e l’Ejercito de Liberación Nacional boliviano – rimanendone osservatori esterni, ma tuttavia parteciparono ad azioni coordinate con l’ERP. La più famosa fu quella contro il commissario Alberto Villar, uomo di fiducia di Perón. Le informazioni sui suoi spostamenti marittimi – era un appassionato della navigazione – li fornirono quelli dell’ERP, ma l’operazione, eseguita con esplosivo applicato allo scafo della sua barca – che saltò per aria insieme col commissario e la moglie – fu eseguita dai Montoneros.

Arduo appare comunque escluderli dall’area socialcomunista. La prassi, le premesse e le conclusioni delle loro analisi portano inevitabilmente a definirli marxisti, seppur non ortodossi, così come non fu propriamente ortodosso Fidel Castro, senza tuttavia che nessuno possa dubitare della natura del regime installato a Cuba. Subito dopo l’elezione di Perón, fu pubblicato un documento riservato che circolava in area montonera, dove si stabilivano “drastiche istruzioni ai dirigenti del movimento affinché escludessero ogni indizio di eterodossia marxista”, quasi a confermare una politica di “entrismo” che sempre l’ortodossia peronista denunciava.

Se il Generale era deciso ad allontanare dal peronismo ogni deriva social-comunista, l’assassinio di José Rucci, stretto collaboratore e soprattutto amico, avvenuta pochi giorni dopo la sua elezione, gli tolse ogni residua illusione di poter recuperare alla sua causa la sinistra del movimento. L’Escarmiento, il castigo, la punizione, era ciò che ora Perón, fino a quel momento diplomaticamente paziente, reclamava.

La rottura pubblica si consuma, clamorosamente, proprio in occasione del rito della festa dei lavoratori in Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada.

Il primo maggio del 1974, la piazza è gremita fino all’inverosimile. Tutte le organizzazioni peroniste vi si sono riversate colle loro cento sigle. In fondo alla piazza stanno i Montoneros e le associazioni della sinistra peronista ad essi collegate, coi loro striscioni e le loro bandiere.

Partono i cori delle opposte formazioni, e mai come in quel momento quei rozzi slogan assumono precisi significati, in una sintesi che esprime le fratture interne al variegato mondo che ruota intorno alla vita del Generale: a “Perón, Evita, la Patria socialista!” si replica “Perón, Evita, la Patria peronista!”; la Izquierda grida: “Vamos a hacer la Patria peronista, vamos a hacerla montonera y socialista!” e i settori ortodossi rispondono: “Ni yanquis ni marxistas, peronistas!”.

Perón s’affaccia al balcone della Casa Rosada, la piazza esplode in un boato. Il Generale inizia a ricordare le organizzazioni sindacali che per venti anni hanno mantenuto la posizione, e a quel punto partono dalla fazione montonera cori di insulti verso la moglie e verso il suo (da tutti contestatissimo) ministro Lopez Rega e di scherno riferiti a José Rucci e ad un altro sindacalista peronista ucciso qualche anno prima dai Montoneros, Augusto Vandor (“Rucci traidor, saludos a Vandor”). La risposta di Perón non si fa attendere: “Stupidi, sbarbati che pensano di avere più meriti di chi ha tenuto duro per vent’anni e che ha visto cadere assassinati i propri dirigenti, senza che ancora abbia tuonato la punizione (l’Escarmiento, ndr). I giorni a venire saranno quelli della ricostruzione nazionale e della liberazione della Nazione e del popolo argentino. Liberazione non solo dal colonialismo che colpisce la Repubblica da tanto tempo, ma anche da questi infiltrati che lavorano all’interno e che, con metodi vili, sono più pericolosi di quelli che lavorano all’esterno. Senza contare che la maggioranza di loro sono mercenari al servizio del danaro straniero”.

A queste parole, tutte le fazioni della “Izquierda”, tutte le associazioni filo-Montoneros e della Juventud Peronista ripiegano i cartelli, le bandiere, gli striscioni e abbandonano lentamente la piazza, radunandosi a qualche chilometro di distanza.

La rottura è evidente fra chi voleva che le violenze finissero per lasciare posto ad un clima di ricostruzione e di pacificazione e chi, invece, continuava a soffiare sul fuoco delle divisioni ideologiche e a mantenere alto il livello di contrapposizione e d’illegalità, vagheggiando una rivoluzione che gli argentini non volevano. Non si tratta d’interpretazioni di parte, ma di semplice osservazione che la realtà dei fatti porge con tutta evidenza.

Nel suo breve mandato, il governo peronista adotta disposizioni a favore dei lavoratori, fissa prezzi massimi per determinati beni di prima necessità, scontrandosi con le associazioni imprenditoriali, conferma le aperture diplomatiche con l’Avana, in nome d’un pragmatismo che ubbidiva alla logica degli interessi del Paese – ciò che infatti permise all’Argentina di vendere automobili di produzione nazionale a Cuba (cui era stato concesso dallo stesso governo di Buenos Aires un prestito a questo scopo) e in ciò scontrandosi con Kissinger, che aveva, pur timidamente, storto il naso (“In Argentina comandano gli Argentini”, gli aveva risposto il ministro dell’economia Gelbard).

Il vecchio Generale non riuscì a lungo a sopportare il peso di quella quotidiana e pesantissima tensione. I lutti, le emozioni, le delusioni, la rabbia aggravarono una situazione di salute già precaria. La morte lo colse il primo luglio 1974. Non era riuscito a riportare la pace sociale, la stabilità economica, a pacificare i propri connazionali.

Un vuoto si produsse quel giorno e una pezzo di storia argentina si chiuse. Vennero i due anni di presidenza della moglie Isabelita (che si comportò, sola in mezzo alla bufera, con coraggio e dignità, nonostante la torbida presenza di Lopez Rega, ministro, intimo della coppia presidenziale, ma che, fino a che Perón viveva, non contava nulla), l’entrata in clandestinità dei Montoneros e la recrudescenza della violenza, il golpe militare del 1976 e i sei anni di dittatura che portarono ad una feroce repressione (che contrastò una non meno feroce violenza terroristica) e che furono all’origine dell’attuale debito pubblico argentino, la guerra delle Malvinas e il ritorno alla democrazia nel 1982. Il resto è storia recentissima. E quella che oggi il Paese sta vivendo è ancora figlia di quei problemi irrisolti, quelli che il vecchio Generale voleva affrontare ed eliminare, pacificamente e con il contributo di tutti.