Gioventù e Lavoro: esiste un connubio?

Gioventù e Lavoro: esiste un connubio?

Arriva per tutti il momento in cui i libri di scuola vengono definitivamente chiusi e riposti su qualche scaffale in cantina, a seconda del diverso grado di istruzione raggiunta. Ed arriva per tutti quella domanda che tanto spaventa e tanto entusiasma: cosa fare della mia vita?

Fino a non molto tempo fa, una volta terminati gli studi, si compilava il fatidico curriculum vitae, lo si portava nelle aziende di interesse e si attendeva la chiamata. In questo modo, si garantiva ai giovani di intraprendere la strada scelta, ciascuno secondo le proprie attitudini, le proprie aspirazioni, le proprie capacità. Questo concetto è garantito dall’art. 4 della Costituzione presunta “più bella del mondo”, ma era ancor prima difeso, in maniera più precisa e dettagliata, da tutta la sez. II, § I, Capo IV della Costituzione della Repubblica Sociale Italiana (di cui si omette, per brevità, il testo, ma a cui caldamente si rimanda).

Con l’insinuarsi della sub-cultura esterofila, europeista, liberal e progressista, questo metodo di ricerca del lavoro è diventato obsoleto, se non addirittura dannoso. Il sistema in cui viviamo non solo rende difficili, se non impossibili, le condizioni atte a generare lavoro, ma prende in giro il giovane diplomato/laureato con l’assunto: “Il lavoro non va cercato, ma uno se lo deve creare!”. Oltre al danno, la beffa!

Questa frase esprime il vuoto maggiore che una società possa creare: lo scaricare sul giovane le responsabilità della sua disoccupazione. A primo impatto, questa frase potrebbe implicare la creazione e gestione di una piccola impresa che si occupi di nuovi mestieri nati dall’evoluzione del lavoro e della tecnologia. Sembra ovvio: chi, appena finita la scuola, non è in grado di mettere su un’azienda? Eppure, udite udite, quasi nessuno a 18 anni, fatte salve innate capacità da enfant prodige, può farsi carico di questa responsabilità ed in pochi hanno il denaro sufficiente per un necessario investimento iniziale. Una via di uscita può essere la famosa start-up, molto in voga in questi anni, ma essa non prescinde da una mente realmente preparata e innovativa, cosa che è posseduta solo da una piccolissima parte della popolazione.

Tuttavia, la presa in giro non si ferma qui. Appurato che la frase di cui sopra non si riferisca solo allo spirito imprenditoriale, ma sia più generica, viene da chiedere all’interlocutore cosa significa “Crearsi il lavoro”. Ed egli, con fare sprezzante e con la faccia da schiaffi, è in grado di rispondere: “Devi saperlo tu!”. Il sistema capitalistico, dallo sfruttatore tanto criticato da Marx, diventa il buttafuori da discoteca che seleziona chi ha diritto di vivere e chi può anche morire di fame. 

E l’ulteriore beffa sta anche nella ricerca. Quando ci rechiamo nelle agenzie interinali, ci viene chiesto “cosa vorremmo fare”. E qualsiasi risposta venga data, questa preannuncia l’esclusione dal mondo del lavoro; se rispondiamo: “Posso fare di tutto” significa che non abbiamo ben chiaro chi siamo e quindi veniamo scartati; se diamo invece una risposta precisa sulle nostre aspirazioni, vuol dire che siamo poco versatili e troppo pretenziosi, e quindi non meritiamo alcun lavoro. In altre parole, siamo in trappola. Alla faccia di chi dice che i giovani sono “choosy” e che gli italiani sono pigri.

Questo, a meno che non si sia amici di qualche politico, immigrati o delinquenti. Queste categorie, coccolate dal sistema euro-progressista, sono considerate il futuro, esenti da difetti; in effetti, affacciandoci alla finestra, possiamo ammirare questo paradiso che hanno costruito, non vi pare?