L’impasse globalista e la fuorviante analisi di Federico Rampini

L’impasse globalista e la fuorviante analisi di Federico Rampini

Federico Rampini – prestigiosa firma di Repubblica, giornalista e saggista ben allocato nell’apparato che sostiene mediaticamente la causa mondialista (1) – è l’autore di un libro di recente pubblicazione e dall’eloquente titolo: Il tradimento – Globalizzazione e immigrazione, le menzogne delle élite (ed. Mondadori).

Un testo per certi versi sorprendente, almeno stando al titolo ed a ciò che si legge nella sua introduzione, che si propone di denunciare il fallimento della globalizzazione a fronte dei suoi evidentissimi cattivi effetti, indagandone le ragioni.

Appena venuti a conoscenza dell’esistenza di questo libro, sentendone parlare lo stesso autore proprio in occasione della traumatica vittoria di Donald John Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America – ovvero quando si susseguivano le analisi volte a scoprire le ragioni di un voto chiaramente espresso contro il cosiddetto establishment che ha promosso e gestito la globalizzazione – abbiamo ritenuto opportuno cercare di capire se le critiche mosse al “sistema” da uno dei suoi sostenitori fossero dovute ad una sorta di ravvedimento oppure no.

Sin dalle prime pagine del libro, si comprende quale sia l’intento dell’autore: difendere la sostanziale bontà del progetto globalista, a fronte della evidente battuta d’arresto da esso subita (2), addossando la responsabilità di tale impasse alle élite che, in vario modo ed in vario grado, avrebbero tradito la propria funzione.

Elite che Rampini indica negli avidi top manager delle multinazionali, nelle scarsamente adeguate classi politiche occidentali, nei compiacenti intellettuali e giornalisti che non avrebbero svolto con serietà il ruolo di coscienza critica del processo.  

Risulta curiosa l’assenza di una chiara definizione o descrizione di cosa sia, secondo l’autore, la globalizzazione. Si intuisce, e un po’ ovunque nel testo lo si riscontra, che per Rampini la globalizzazione consiste nella realizzazione – su scala mondiale – del modello liberal-democratico e progressista targato USA, cosa che coinciderebbe con la massima diffusione del possesso di beni materiali, con l’affermazione dei cosiddetti diritti civili e sociali progressisticamente intesi (aborto, omosessualità, tutele sanitarie e salariali… di tutto un po’ insomma). Un modello che si potrebbe realizzare solo con la piena accettazione e con il totale rispetto delle regole fissate dal “sistema”, ovvero a condizione che nessuno – mosso da interessi egoistici o da miopia strategica – ne ostacoli la realizzazione (cosa che, invece, avrebbero fatto le élite presunte traditrici).

Nella sua analisi sulle difficoltà incontrate dal processo di globalizzazione, l’autore si concede di affermare pubblicamente ciò per cui molti sarebbero, invece, penalmente perseguiti. Rampini, infatti, si concede di attaccare l’uso eccessivo del politicamente corretto (uno dei capisaldi del pensiero e della prassi globalista) e addirittura di affermare la superiorità del modello occidentale liberal-democratico, al quale tutti dovrebbero inchinarsi – accettandone e condividendone le regole – in primis gli immigrati mussulmani (i cattolici sono già sistemati, grazie al Concilio Vaticano II). Evidentemente, nei momenti di difficoltà, occorre darsi particolarmente da fare e prestarsi anche a paurose contorsioni dialettiche.

Forse la descrizione onesta e precisa di cosa sia sostanzialmente la globalizzazione, avrebbe potuto mostrare in tutta evidenza i fondati motivi delle reazioni da essa suscitate.

Se Rampini avesse ammesso che la globalizzazione altro non è che un processo volto a creare un mondo unico e omologato – caratterizzato dalla tendenza all’annullamento delle differenze religiose, culturali, politiche, razziali e sociali, cosa che si realizzerebbe con la libera circolazione di merci, capitali e persone (per agevolare la quale è necessario che si abbatta ogni tipo di ostacolo: dunque progressiva eliminazione di confini, Stati, identità nazionali e religiose, modelli etici non conformi al relativismo liberal-democratico e progressista, che costituisce il fondamento culturale e politico del processo di globalizzazione) – si sarebbe risparmiato la fatica di individuare e denunciare un fantomatico tradimento, capace di travisare la presunta bontà intrinseca della globalizzazione.    

A Federico Rampini ricordiamo quanto espresso solo alcuni mesi fa, in tema di globalizzazione, da due politicanti nostrane – la Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, e l’ex Ministro dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini – entrambe espressione dell’addomesticamento più ortodosso al diktat globalista.

Laura Boldrini: “I migranti oggi sono l’elemento umano, l’avanguardia di questa globalizzazione e ci offrono uno stile di vita che presto sarà molto diffuso per tutti noi” (3).

Stefania Giannini: Flessibilità significa precariato, che non è sinonimo di malessere (affermazione poi rettificata dal ministro. Ndr) […] Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate, fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti”. Ed ancora: “La famiglia come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno […] (le persone, i genitori in primis) si devono poter spostare individualmente e per questo il nucleo famigliare non avrà più la funzione di stabilità sociale che ha avuto per la mia generazione” (4).

Queste perle di sincerità sono la candida ammissione di quanto ormai è sotto gli occhi di tutti; si tratta dei frutti della globalizzazione, per nulla effetto del tradimento denunciato da Rampini, ma logica conseguenza di premesse e finalità della globalizzazione stessa, la quale si rivela, perciò, essere qualcosa di intrinsecamente perverso in quanto contraria all’oggettivo bene tanto delle singole persone quanto dei popoli.

Note

(1) Federico Rampini – cosmopolita dalla doppia cittadinanza, italiana e statunitense – è membro del Council on Foreign Relations, come riportato in quarta di copertina, uno dei più noti circoli esclusivi che si occupa di relazioni internazionali, la cui influenza è capace di condizionare le agende dei governi e dei centri di potere a livello mondiale.

(2) Una pesante battuta d’arresto, le cui cause sono diverse e individuabili in alcuni decisivi punti, fra i quali è doveroso ricordare la cosiddetta Brexit, la vittoria elettorale di Trump, l’avanzata costante in Europa dei movimenti patriottici e identitari, l’umiliante sconfitta militare e politica subita in Siria dalle forze atlantiste (apertamente schierate a favore degli islamisti), avvenuta grazie al decisivo intervento russo, cosa che ha permesso al Presidente Vladimir Putin di rafforzare e dare ulteriormente lustro alla propria immagine di serio ed affidabile statista, a scapito di un Barack Obama letteralmente umiliato, insieme alla sua intera compagine, comprendente la “trombata” Hillary Clinton.

(3) Il video della dichiarazione dell’On. Laura Boldrini è facilmente reperibile in rete.

(4) Fonte: Huffington post del 5 maggio 2016