La prima riedizione al mondo de La religione dei samurai di Kaiten Nukariya

La prima riedizione al mondo de La religione dei samurai di Kaiten Nukariya

“’La religione del samurai’ riprende essenzialmente questa attitudine. Non vuol saperne di speculazioni, di scritture, di testi. Ostenta perfino una iconoclastia. Vuole essere essenzialmente un sistema di realizzazione spirituale. Non disserta su verità trascendenti, ma indica le vie per sperimentarle direttamente”. Così Julius Evola, nel suo articolo La religione del samurai (Augustea, 1 marzo 1942), sintetizza perfettamente quelli che sono i concetti cardine espressi da Kaiten Nukariya (1867 – 1934), docente presso l’università Keiō Gijuku e il college buddhista So-To-Shu di Tōkyō, nonché apprezzato studioso di religioni in Giappone, nel testo che esce ora nella sua prima versione italiana.

Per la precisione, dalla iniziale e unica edizione pubblicata direttamente in inglese nel lontano 1913, quella da noi introdotta e curata è la prima riedizione al mondo del celebre libro sul Buddhismo La religione dei samurai di Nukariya, a dimostrazione di come vi sia nel nostro Paese  una orientalistica indipendente, non condizionata dalle dinamiche universitarie e che dunque riesce a fare una ricerca che, in taluni casi, porta innovazione e non mera pubblicistica accademica a uso e consumo dei concorsi.

Quella di Nukariya è un’analisi del Buddhismo, atta a dimostrare come i valori etico-morali dello Zen si sposino armoniosamente con quelli della dottrina samuraica, grazie a due elementi che, per lo studioso nipponico, ne fanno la più riuscita tra le cosiddette sette buddhiste: l’azione e la vitalità.

È abbastanza evidente in Nukariya una certa tendenza ad elevare lo Zen al di sopra di tutte le altre correnti del Buddhismo. Va detto subito, comunque, che tale aspetto è il naturale risultato della politica nipponica dell’epoca, sempre più nazionalista e intenta a sacralizzare il popolo dell’Arcipelago. Per questo motivo, il suo testo non rappresenta soltanto una pietra miliare nella diffusione dello Zen, ma anche una preziosissima fonte che rivela moltissimo della visione culturale ufficiale nel Giappone di inizio Novecento.

Motivo per cui, La religione dei samurai andrebbe letto tenendone bene a mente la doppia valenza: da un lato, il suo essere un fondamentale tentativo di “traduzione” del Buddhismo Zen per gli occidentali; dall’altro, un veicolo di propaganda sulla validità della visione politico-religiosa del moderno Giappone del Periodo Taishō  (大正時代, Taishō Jidai, 1912 – 1926), il quale era sì moderno, ma pur sempre ancorato a una concezione gerarchica della società, tipica del Confucianesimo. Non è stato affatto un caso che questo scritto abbia, anni or sono, catturato l’attenzione proprio di Julius Evola. In esso, infatti, Nukariya propone sovente una interpretazione della religione in perfetta sintonia con alcune qualità evoliane dell’uomo differenziato.

Come detto, il testo di Nukariya ha anche una sua valenza politica, frutto del montante nazionalismo nel Giappone dell’epoca e l’esaltazione dello Zen in lui va di pari passo con quella della modernità del suo Paese: “È lo Zen che il Giappone moderno, specialmente dopo la guerra russo-giapponese, ha riconosciuto come la dottrina ideale per le sue nuove generazioni”. Si potrebbe persino pensare, seguendo questa esile, ma persistente sottotraccia politica nel ragionamento di Nukariya, che se il Buddhismo, nella sua essenza passiva, aveva ridotto gli asiatici a semplici vassalli degli occidentali, il “giovane” Giappone Imperiale, grazie alla forza vitale dello Zen, sarebbe stato finalmente capace di liberare il continente dal giogo straniero: “[…] con la guerra russo-giapponese, però, esso conobbe una rinascita. Ora la dottrina dello Zen è considerata l’ideale sia per una nazione colma di speranze e di energia, sia per l’individuo che deve farsi strada nelle difficoltà della vita. Il Bushidō, o codice cavalleresco, dev’essere osservato non solo dal soldato sul campo di battaglia, ma da ogni cittadino nella lotta dell’esistenza quotidiana. Per essere un uomo, e non un animale, l’individuo dev’essere coraggioso come un samurai, generoso, retto, fedele e virile, pieno di rispetto e fiducia verso se stesso, e allo stesso tempo colmo dello spirito di sacrificio”.

È ferma in Nukariya l’idea di accostare la figura del monaco Zen a quella di un bushi (altro modo per definire un samurai), e di individuarne in sostanza una matrice comune, così da consolidare una visione etico-militare-religiosa della società giapponese di allora: “Nello Zen, invece, riuscirono a trovare qualcosa che era loro congeniale, qualcosa che faceva vibrare le corde del loro cuore, poiché, in un certo senso, lo Zen era la dottrina della cavalleria”.

È bene tuttavia chiarire che il nazionalismo presente nell’opera dello studioso non ne inficia minimamente la valenza intellettuale, tantomeno l’acuta riflessione sulla natura intrinseca del Buddhismo. Invero, ciò non è soltanto dimostrato dalla lunghissima disamina effettuata da Nukariya sulla storia di tale religione, ma principalmente nel riconoscimento da parte sua del “primato cinese”. A nostro parere, l’aspetto più interessante di questo testo risiede però nella volontà di esaltare la vitalità dello Zen – dunque di una religione lontana dalla passività della forma scritta, come pensava anche Julius Evola – e, nel contempo, celebrare il popolo del Sol Levante, in quanto riconosciuto l’unico a essere stato capace di mutuarne la grandezza spirituale.

Ciò che colpisce nell’elaborazione dello Zen da parte dell’autore è l’ottimismo di fondo del suo pensiero, la sua fiducia nella vita e, di conseguenza, nei mezzi di ogni singolo individuo, il quale è inconsciamente un potenziale Buddha, che per accorgersene deve percorrere uno specifico cammino, così da giungere al Satori, ovvero una forma completa di “risveglio”.

Nukariya sollecita un atteggiamento di vita dove il coraggio deve stare alla base della morale dell’essere umano e opporsi alla tentazione di un rifiuto delle difficoltà, poiché le debolezze si manifestano inesorabilmente in una fuga dalla vita: “L’avversità è il sale della nostra esistenza, poiché la preserva dalla corruzione, indipendentemente da quanto possa essere amaro il suo sapore. È il migliore stimolo per il corpo e la mente, poiché attiva l’energia latente che altrimenti resterebbe solo potenziale”. Quanto sono lontane tali parole dal mondo di oggi. Musica, cibo, calcio; la cosiddetta società civilizzata ha totalmente dimenticato il senso stesso della lotta, che è quel “sale dell’esistenza” caro all’autore.

Per molti studiosi contemporanei, le riflessioni di Nukariya potrebbero apparire datate, nonché inclini a glorificare eccessivamente il Giappone attraverso lo Zen. Noi, per converso, le consideriamo ancora valide e necessarie per opporsi alla corruzione dell’uomo occidentale, del suo essere ormai un nichilista isolato. Vi è un totale rigetto in Nukariya di quell’intellettualismo tipico del mondo di oggi, dove si parla e pensa troppo; nel quale si conferisce qualità a un pensiero esclusivamente quando è complesso, meglio se incomprensibile. Egli fa ciò citando uno dei padri dello Zen: “Come precisa Dōgen: “[…] ‘non c’è nulla di misterioso nel Buddhismo’”.

Il testo in questione si contrappone nettamente a una visione “buonista” dello Zen e del Buddhismo in generale, caratterizzata talvolta da impenetrabili sofismi, tanto in voga in Occidente. Grazie a uno stile lineare e comprensibile, La religione dei samurai è un’opera che incita vigorosamente ad andare oltre il dualismo Bene-Male, per ricondurlo a fare gli interessi dei “tanti” più che dei “pochi”. Alcuni anni dopo, un altro grande studioso del Sol Levante proporrà una lettura del Buddhismo ritagliata per l’Occidente. Ci riferiamo a Daisetsu Teitarō Suzuki (1870 – 1966), caposcuola degli studi sullo Zen in Patria durante il XX secolo, col suo fondamentale lavoro Saggi sul Buddhismo Zen in tre volumi, uscito sempre per le Edizioni Mediterranee (Vol. i, 1975; vol. ii, 1977; vol. iii, 1978), con la ottima introduzione proprio di Evola. Due opere differenti, e non avrebbe potuto essere diversamente, giacché distanti nel tempo: 1913 nel caso di Nukariya; dal 1927 al 1934 per Suzuki.

Malgrado da un lato Nukariya tenda fermamente a sostenere l’unicità della purezza dottrinale dello Zen e con essa quella dell’anima religiosa del Giappone, mentre dall’altro Suzuki, nelle parole di Evola, rappresentasse: “un Orientale che sa troppo della cultura occidentale”, entrambi i loro testi sono ancora essenziali per una profonda riflessione sul Buddhismo mahayanico, filtrato attraverso la sensibilità dell’intelletto giapponese rivolto all’esterno (sarebbe a dire, verso di noi). Nella positiva e vitale visione del futuro di Nukariya si percepisce quella che animava il Giappone di un secolo fa, in pieno modernismo e ricerca di un equilibrio fra Tradizione e progresso, nonché un tentativo di far apprezzare all’estero questa particolare “versione” nipponica del Buddhismo.

Un libro, quello di Nukariya, che dimostra quanto l’Arcipelago abbia costantemente ricercato un confronto oltre l’Asia, sentendosi parzialmente un corpo estraneo in quel continente; nel suo ormai eterno paradosso dell’essere l’unica terra d’Oriente dove dal conflitto tra passato e presente scaturisca spesso un qualcosa di veramente fertile. Oggi, finalmente, anche in Italia abbiamo la possibilità di misurarci con uno studioso del calibro di Nukariya, giovandoci così di una lettura del Buddhismo assolutamente seria, dottissima, un utile “strumento” per isolare il proprio spirito dalle contaminazioni del mondo globalizzato.  

(La religione dei samurai. Filosofia e disciplina Zen in Cina e Giappone di Kaiten Nukariya, Roma, Edizioni Mediterranee, 2016)