Ya Basta

Ya Basta

Era il 1 gennaio del 1994 quando, con gli occhi sognanti di un tredicenne, seguivo in tv l’esplosione della rivolta zapatista; il subcomandante Marcos, l’Ezln, gli indios in rivolta, le comunità liberate, tutto mi è rimasto nitidamente impresso, forse per quel semplice ed elementare senso di giustizia che coabita in ognuno di noi fino ad una certa età. Eppure ciò che mi colpì di più furono quelle due parole divenute fin da subito il grido di battaglia della rivolta: Ya Basta!

Oggi, ventitré anni dopo, nel ricordare con nostalgia le sensazioni e le speranze che quella insurrezione rabbiosa irradiava ben al di là dei confini del lontano Chiapas, mi domando se e quando scoccherà il tempo dell'”ora basta!” europeo. Quante Madrid, Parigi, Bruxelles, Berlino dovremo ancora vedere prima di urlare su tutto il Continente il nostro Ya Basta! Quante umiliazioni, quanti soprusi ingoieranno ancora in silenzio i nostri popoli prima di esplodere in rivolta, prima di liberare le nostre comunità, prima di ritornare padroni del nostro destino?

Non siamo poi molto diversi noi europei da quegli indios disperati, ghettizzati, ridotti a comparse della storia, privati della loro identità, delle loro tradizioni, della loro dignità, colonizzati materialmente e culturalmente, minoranza etnica senza speranza… in un certo senso siamo indios con qualche bene materiale in più e molta, troppa, capacità e voglia di ribellarsi in meno.

Non so se prima o poi avremo anche noi il nostro Marcos, un passamontagna e una pipa dietro cui riconoscerci o il nostro esercito di liberazione nazionale, ma so che il nostro “Ya Basta” arriverà, sarà contagioso e riempirà di speranza e di fede i cuori di altri tredicenni sognanti.

Il Subcomandante è stato descritto in molti modi, spesso contraddittori, e lui stesso ha cercato di dare un volto e un significato politico a quella maschera senza volto. Ha parlato di patria in questi termini: “Il costo maggiore per l’umanità è che per il capitalismo finanziario non c’è niente, né patria né proprietà. Il capitale finanziario possiede solo dei numeri di conti bancari. E in tutto questo gioco viene cancellato il concetto di nazione. Un processo rivoluzionario deve cominciare a recuperare i concetti di nazione e patria”. O, a proposito dell’etica e dello stile di un militante politico: “Quando un uomo o una donna qualsiasi decidono di camminare, invariabilmente presto o tardi si troveranno a dover scegliere due strade. Da una parte, la via dove si zoppica in cambio delle comodità, dei privilegi in cambio dei tradimenti, dove si va a costo di far cadere gli altri. Dall’altra parte, la via delle convinzioni ferme a costo dei sacrifici, del disprezzo per la nostra fermezza, dell’oblio perché non si mente. Questa è la strada del dovere. E, costretti a scegliere, gli uomini e le donne vere sempre scelgono il dovere”.

Si è anche autodefinito così: “…Marcos è un nero in Sudafrica, un palestinese in Israele,  un indio maya negli stretti di San Cristobal[…],  una donna sola in metropolitana alle dieci di sera, un contadino senza terra, un membro di una gang in una baraccopoli, un operaio senza lavoro, uno studente infelice, un medico senza impiego, un dissidente del neoliberismo, uno scrittore senza libri né lettori… e, naturalmente, uno zapatista sulle montagne”.

Per me, ragazzo del 1 gennaio 1994 e uomo di oggi, è stato e continua ad essere anche un europeo in Europa, con in corpo ancora tanta voglia di gridare il suo “Ya Basta!”

(Le opinioni dell’autore possono non coincidere con quelle della redazione.)