Tutti gli uomini del Presidente

Tutti gli uomini del Presidente

Il 2017 non sarà un anno come gli altri. Il 2017 si apre con l’entrata in carica di Donald Trump come presidente.

Si possa pensare quello che si vuole del personaggio, ma un fatto è certo: la sua vittoria è stata del tutto imprevista e totalmente osteggiata da tutte le élite del mondo occidentale.

Certamente, ci si può aspettare dal costruttore newyorkese, data la sua spiccata indole di uomo pragmatico, una buona dose di imprevedibilità e anche di incoerenza nel suo agire politico.

Tuttavia, se vogliamo indovinare cosa ci riserverà la prossima amministrazione Trump, possiamo già ora avere alcuni indizi, osservando le nomine fatte per la prossima squadra di governo.

Trump ha aperto le danze scatenando subito le polemiche e nominando consigliere politico del presidente Steve Bannon, uno degli spin doctor della sua campagna al vetriolo e considerato il padrino dell’Alternative Right (Alt-Right), che si distingue dall’ortodossia repubblicana per il rigetto della fede cieca nel libero mercato, dell’ossequio assoluto agli interessi dei grandi di Wall Street e, last but not least, dell’approccio iperinterventista che, dal dopoguerra ad oggi, gli Stati Uniti hanno tenuto nei confronti del resto del mondo.

Sempre per dar un’idea del personaggio, è da segnalare che la prima personalità europea che Bannon ha contattato il giorno dell’elezione è stata, o almeno pare esserlo, Marion Le Pen.

Bannon dai media è stato immediatamente bollato come un radicale, un suprematista bianco, un bigotto (Bannon è cattolico), un criptoantisemita, ma Trump ha tirato dritto, e questo è un buon segnale.

Accanto alla nomina di Bannon, il presidente eletto ne ha compiuta una più distensiva, ossia quella di Reince Priebus, presidente del RNC (Republican National Committee, diremmo noi in Europa, il segretario del partito repubblicano), come capo staff della Casa Bianca.

La figura di Priebus, a differenza di quella sopra le righe di Bannon, lasciava intravedere un’esigenza di bilanciare gli accenti più radicali della nuova amministrazione con elementi dalla più rodata fedeltà di partito.

In ogni caso, questo approccio bilanciato non si è affatto affermato con le nomine successive.

Con decisione, Trump ha proceduto lasciando ben poco ai molti nemici interni che ha nel GOP, preferendo remunerare il suo circolo di fedelissimi o pescando abbondantemente dalle Forze Armate.

Così, al molto rilevante incarico di Attorney General (alias, Ministro della Giustizia), è arrivato l’ex giudice e tre volte senatore dell’Alabama Jeff Sessions, praticamente unico membro del senato ad aver abbracciato la candidatura Trump fin dal suo debutto.

Sessions è noto – oltre che per alcune uscite di colore che gli sono attribuite, del tipo: “per me quelli del Ku Klux Klan erano ok, finché non ho scoperto che fumavano marijuana” – per essere uno dei senatori più conservatori della Camera alta degli Stati Uniti.

Negli anni Novanta, si distinse per aver cercato di bloccare l’elargizione di fondi pubblici ad associazioni LGBT, invocando una vecchia legge dello Stato dell’Alabama (successivamente dichiarata incostituzionale) che definiva illegali i rapporti sodomitici.

Suoi cavalli di battaglia sono la proibizione totale delle droghe, l’espulsione degli immigrati clandestini e l’irrigidimento dei termini per l’immigrazione legale, tutte tematiche su cui l’Attorney General ha ampi poteri di intervento. Se quindi Trump in campagna elettorale aveva promesso strette su droga e immigrazione, ha senz’altro trovato l’uomo giusto.

Destinato a collaborare con l’Attorney è il Segretario degli Affari Interni, che, sebbene nel mantenimento dell’ordine pubblico abbia scarsi poteri (essendo i poteri di polizia più che altro delegati alle autorità dei singoli stati), può certamente giocare un discreto peso nel mantenimento in patria del concetto di Law and Order più volte ripetuto da Trump.

Per questa carica, il Presidente eletto ha nominato un militare, il generale dei marine – con due figli sotto le armi, di cui uno caduto in combattimento in Afghanistan – John KellyNel suo curriculum, Kelly ha all’attivo il comando delle forze USA per la zona del Sudamerica, fatto da cui si può dedurre il desiderio del Presidente di avere a bordo della propria squadra una personalità esperta della situazione a sud del confine col Messico.

Passando all’economia, non mancano i segnali di discontinuità, avendo Trump rotto con la tradizione bipartisan di nominare accademici e CEO di grandi banche d’affari. Al Tesoro, Trump ha nominato Steven Mnuchin, anche lui sostenitore della campagna Trump sin dalla prima ora, mentre al Commercio ha scelto Wilbur Ross.

Quello che hanno in comune Mnuchin e Ross è senz’altro il loro percorso, decisamente eterodosso, di uomini d’affari. Entrambi membri ed alti dirigenti di due banche d’affari, Goldman Sachs per Mnuchin e Rotschild per Ross, a un certo punto della loro carriera, anziché proseguire nella scalata dei vertici della banca, hanno deciso di mettersi in proprio, venendo entrambi lautamente remunerati dalla sorte. Mnuchin come investitore privato, speculatore nel campo immobiliare e produttore cinematografico (tra i suoi maggior successi, Avatar e American Sniper); Ross, invece, si è specializzato nell’acquisto di aziende in dissesto, specialmente nel ramo dell’industria pesante, da risanare e rimettere sul mercato.

In particolare, la nomina di Ross, il risanatore di successo di industrie siderurgiche apparentemente decotte, molto critico verso tutti gli accordi di libero scambio internazionale promossi negli ultimi due decenni dagli Stati Uniti, è un chiaro messaggio, di fiducia e di speranza, dato dal presidente eletto a quella working class che, voltando le spalle al Partito democratico negli stati operai di Wisconsin, Michigan e Pennsylvania, l’ha portato alla Casa Bianca.

La nomina di Mnuchin, invece, risponde alle promesse – più standard per i canoni repubblicani -fatte da Trump in materia di tasse e regolamentazione, ossia grandi tagli di imposta per le imprese e deregolamentazione finanziaria. Promesse a cui, per ora, sembrano le borse sembrano guardare con grande fiducia.

Lungi infatti dal creare un nuovo shock finanziario, come pronosticato dai media di tutto il mondo, l’elezione di Trump ha creato un vero e proprio rally al rialzo, determinato dalle attese di un nuovo ciclo espansivo e di crescita a marchio USA.

Altro punto di rilievo sono le critiche, assolutamente inedite, mosse da Mnuchin e da Trump in campagna elettorale alla Federal Reserve e alla sua assoluta indipendenza.

Il neo-segretario del Tesoro aveva, infatti, ventilato l’idea che la FED dovesse, in qualche modo, coordinare le proprie decisioni di politica monetaria con il Congresso, mentre Trump aveva messo in dubbio che le decisioni della FED fossero davvero politicamente neutrali. Per inciso, l’aver aspettato a decidere un rialzo dei tassi solo ad elezioni consumate sembra dar ragione a Trump e segnare una sorprendente fase di inimicizia tra la Casa Bianca e la Banca Centrale.

Anche per quanto riguarda il campo delle battaglie morali, Trump non sembra esser venuto meno alle sue promesse.

All’Istruzione ha nominato Betsy DeVos, esponente della miliardaria famiglia di industriali DeVos. La DeVos non ha esperienze politiche o di partito, ma per molti anni si è occupata di fondazioni e del finanziamento ad associazioni volte al sostegno delle scuole private, in particolare quelle religiose, e al diritto di libertà di insegnamento religioso.

Nel recente passato, la DeVos aveva suscitato numerose critiche per aver attaccato i programmi antidiscriminatori (leggi, programmi gender e di propaganda omosessualista) varati sotto l’amministrazione Obama. Allo stesso modo, aveva suscitato numerose polemiche un suo vecchio video, in cui attestava che battersi per la scuola privata fosse doveroso in quanto “essa accresce il Regno di Dio”Certamente, la sua nomina segna quindi una battuta d’arresto per la deriva laicizzante e sodomitizzante imboccata dalla scuola americana negli ultimi anni. 

Ancora da venire, poi, la nomina del nuovo giudice della Corte Suprema, in sostituzione dello scomparso giudice Scalia, e vista l’età degli altri membri è possibile che Trump debba compiere in futuro almeno un’ulteriore nomina. Per ora, non si hanno notizie certe al riguardo ma tutte le dichiarazione fatte da Trump attestano che il criterio di scelta sarà l’opposizione o meno all’abortoPotrebbe quindi darsi il caso che, negli anni dell’amministrazione Trump, la Corte Suprema ribalti, clamorosamente, l’infausta sentenza Roe vs Wade, che legittimò l’aborto a livello federale, e ridia quindi facoltà legislativa ai singoli stati sul tema, in modo tale che, evidentemente, almeno quelli più conservatori possano puntare alla proibizione della pratica.

Nei posti chiave della Difesa e della Sicurezza sono invece arrivati altri generali.

Come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, ossia il direttore d’orchestra di tutte le agenzie di intelligence e sorveglianza, è arrivato il generale Michael FlynnFlynn, oltre ad essere, come Bannon, Sessions e Mnuchin, un fedelissimo della prima ora del Presidente eletto, è un elettore registrato come democratico (un iscritto al partito, diremmo noi), che tuttavia ha voltato le spalle al suo partito di riferimento a causa dell’atteggiamento sconsiderato (e guerrafondaio) che esso ha tenuto negli ultimi anniFlynn, ex direttore della DIA (Defense Intelligence Agency, ossia l’alter ego militare della più celebre CIA), è sostanzialmente un eretico, per quello che è il panorama americano.

Silurato dall’amministrazione Obama per le sue critiche alle forniture di armi ai ribelli in Siria – molto correttamente, Flynn aveva denunciato il fatto che, scatenando la guerra contro Assad e dando armi a chicchessia, non si faceva altro che appoggiare il terrorismo – il generale dell’intelligence ha anche a più riprese deprecato il deterioramento delle relazioni russo-americane, sostenendo che il vero nemico dell’Occidente non sia la Russia, che, anzi, potrebbe essere un grande alleato, ma l’islamismo politico.

Alla Difesa, invece, Trump ha nominato James “Mad Dog” Mattis, altro generale dei marines e altro personaggio che, come suggerisce il soprannome, è solito esprimersi ben oltre i canoni del politically correct. Forse la sua citazione più celebre è la ben nota: “Non sapete quanto sia divertente sparare alla gente”.

A parte le note di colore, Mattis, nella gestione della battaglia di Falluja in Iraq, adottò un approccio non convenzionale, per il quale si scontrò pesantemente con gli altri vertici militari e, in particolare, coi suoi colleghi dell’esercito. Rompendo la generale tradizione di guerra americana, volta all’impiego di una preponderante superiorità di mezzi e alla parossistica tutela della vita del soldato americano, mandò i suoi marines a combattere casa per casa, quasi corpo a corpo, rinunciando all’impiego massiccio di artiglieria e bombardamenti aerei, cosa che non solo risparmiò la vita di numerosi civili, ma predispose anche un atteggiamento della popolazione meno ostile verso i soldati americani e, quindi, in prospettiva, l’attuarsi di quella che poi sarà la strategia Petreus di collaborazione con gli iracheni.

Insolite anche le sue dichiarazioni a favore di una soluzione a due stati per la questione israelo-palestinese, riconoscendo nella mancata autonomia dei palestinesi da Israele una fonte insanabile di conflitto. Molto classiche sono, invece, le vedute di Mattis sull’Iran, che il generale identifica come il principale nemico degli Stati Uniti in Medio Oriente, da osteggiare quindi in tutti i modi.

Un altro personaggio fuori dagli schemi è il rappresentante al Congresso del Kansas ed ex capitano dell’esercito, Mike Pompeo. Pompeo, membro del Tea Party ed inviso al mainstream repubblicano, prima della sua nomina alla direzione della CIA era uomo poco conosciuto, se non per le sue uscite in favore di Guantanamo e della tortura come mezzo lecito di interrogatorio.

Come Mattis, è stato un acerrimo nemico dell’accordo sul nucleare iraniano firmato da Obama con Teheran. Nella sua nomina, si può certamente vedere la volontà di Trump di poter disporre di un uomo di fiducia a capo di un’agenzia che, dopo aver fornito molti uomini dei propri ranghi allo staff della Clinton, non sembra certamente essere molto amichevole verso il nuovo presidente.

Infine, arrivano le nomine di politica estera. La più rilevante è senza dubbio quella di Rex Tillerson alla Segreteria di Stato.

La Segreteria di Stato (alias, Ministero degli Esteri), data l’esorbitante presenza degli affari americani al di fuori dei confini degli Stati Uniti, è da sempre considerata la poltrona più importante, subito dopo quella del presidente. Si capisce, quindi, dopo il balletto di nomi fatti – si va dal fedele Rudy Giuliani al falco neo-conservatore dell’era Bush John Bolton, fino all’umiliato Mitt Romney – lo stupore e lo scandalo che ha suscitato Trump nel nominare a capo della diplomazia a stelle e strisce l’ex amministratore delegato dell’ExxonMobil, notoriamente amico personale di Vladimir Putin, insignito dal Cremlino della medaglia “dell’Ordine dell’Amicizia”, in profondi affari con la Rosneft di Igor Sechin (l’uomo di fiducia di Putin in materia di energia), critico della politica di sanzioni tenuta da Washington nei confronti della Russia (sanzioni che hanno fatto saltare affari da miliardi di dollari contrattati dalla Exxon con la sua controparte russa). La scelta di Tillerson è una mossa chiarissima di Trump verso la volontà di voltare pagina nei rapporti con Mosca e di avviarsi finalmente ad una politica di reciproco rispetto e riconoscimento.

I disperati tentativi bipartisan, mossi dalla Casa Bianca da parte di Obama e in Senato da parte del senatore McCain – curioso come i due ex-contendenti alla Presidenza del 2008 siano così uniti nel furore antirusso – di delegittimare la presidenza Trump e di pregiudicare le speranze di una riavvicinamento a Mosca (espulsioni, la questione hackeraggio, etc…), non fanno che testimoniare quanto sia grande la paura che presso tutti costoro ha portato l’elezione di un personaggio imprevedibile come Trump.

Infine, la nota stonata, che purtroppo non poteva mancare e che purtroppo fa sì, se confermata in futuro (cosa quanto meno, vista l’imprevedibilità di Trump, tutt’altro che certa), che il cambiamento determinato da Trump e dalla sua Nuova Destra americana non si esprima come una rotazione a 360 gradi rispetto al passato, ma solo di 180.

Ovviamente, ci si riferisce a Israele e alla nomina come ambasciatore americano in Israele di David Friedman, un avvocato ipersionista, che si è a più riprese detto contrario alla formazione di uno stato palestinese e che, anzi, ha difeso e perorato l’idea di un’annessione, sic et simpliciter, dei territori palestinesi ad Israele.

L’astuto Netanyahu, d’altra parte, con la sua notoria scaltrezza, non ha faticato a capire dove stesse tirando il vento e, ad urne chiuse, è stato il primo a fiondarsi alla TrumpTower per saltare sul carro del vincitore.

Se l’uomo Trump ha una debolezza, questa è senz’altro la vanità, e le adulazioni di Netanyahu, per il momento, sembrano aver raggiunto il loro scopo. Allo stesso modo, se la destra americana, compresa la promettente Alt-Right, ha una debolezza, questa è senz’altro, ancora, il deferenziale rispetto tributato alle esigenze sioniste.

Tuttavia una partita nuova si è aperta, ed è impossibile prevederne l’esito fino al fischio finale.